Tra le immagini più surreali dell’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump ce n’è una che merita di essere fissata bene: il leader cinese che cita Tucidide per mettere in guardia gli Stati Uniti dal rischio di una collisione storica tra potenza emergente e potenza dominante. La scena ha qualcosa di quasi teatrale. Da una parte la diplomazia cinese, che ama ragionare per simboli e stratificazioni storiche; e dall’altra Trump, che non ha certo costruito il suo linguaggio pubblico sulle sottigliezze del pensiero classico, ma su slogan e improvvisazione comunicativa. Il contrasto è così forte da sembrare scritto da un romanziere satirico.
La formula evocata da Xi è la nota “trappola di Tucidide”. In termini semplici, è l’idea secondo cui quando una potenza in ascesa minaccia di sostituire una potenza dominante, il rischio di guerra aumenta drasticamente. Il riferimento viene dalla Guerra del Peloponneso, dove Tucidide individua nella crescita di Atene e nella paura provocata a Sparta la causa profonda del conflitto. La frase più citata — nella formulazione resa popolare oggi — è che “fu l’ascesa di Atene e la paura che questo instillò in Sparta a rendere la guerra inevitabile”.
Naturalmente, Xi non cita Tucidide per amore dell’archeologia intellettuale, ma perché quel paradigma gli consente di dire agli Stati Uniti una cosa molto concreta: la Cina si considera una grande potenza ormai irreversibilmente emersa, e ritiene che il vero pericolo non sia la propria ascesa, ma la reazione americana a quell’ascesa. Nel vertice di Pechino, Xi ha usato proprio questo concetto per avvertire che le relazioni tra Washington e Pechino potrebbero entrare in una “situazione estremamente pericolosa” se gli Stati Uniti continuassero a ostacolare la Cina, in particolare sul nodo di Taiwan. La Cina si presenta come la potenza che vuole essere riconosciuta; gli Stati Uniti rischiano invece di apparire come la potenza che, incapace di accettare un riequilibrio del sistema, reagisce con paura e irrigidimento strategico.
Il paradosso, e anche il fascino della scena, sta tutto qui. Xi usa un autore greco per parlare del futuro dell’ordine mondiale, come se volesse suggerire che la Cina pensa in termini di secoli e gli Stati Uniti (l’Occidente) in termini di ciclo elettorale. Attribuisce a Pechino profondità storica e per contrasto getta Washington, specie nella versione trumpiana, dentro un orizzonte molto più convulso e nervoso. La Cina parla il linguaggio della potenza paziente, gli Stati Uniti quello della superpotenza che alterna assertività e improvvisazione. Xi costruisce una cornice quasi da mandarino imperiale; Trump resta il leader che affronta anche i dossier più esplosivi con un lessico da campagna permanente. Il problema è che sotto questa differenza stilistica c’è una sostanza geopolitica durissima: semiconduttori, terre rare, catene di approvvigionamento, intelligenza artificiale, controllo marittimo, Iran, e soprattutto Taiwan.
Il concetto, però, non nasce con Xi. A renderlo popolare nel dibattito contemporaneo è stato Graham Allison, politologo di Harvard, che ha trasformato la formula in una categoria strategica globale. Allison sostiene di aver identificato sedici casi, negli ultimi cinque secoli, in cui una potenza emergente ha minacciato di scalzare una potenza dominante; in dodici di questi casi, dice, il confronto è finito in guerra. Per molti studiosi funziona più come avvertimento che come legge della storia. E infatti la stessa Cina preferisce presentarla come un deterrente. Xi, del resto, usa da anni questa formula in modo molto accorto. Già nel 2015 aveva dichiarato che “non esiste al mondo la cosiddetta trappola di Tucidide”, insistendo sul fatto che la rivalità tra Stati Uniti e Cina non dovesse necessariamente degenerare.
La Cina non vuole apparire come una potenza che annuncia la guerra, ma come una potenza che accusa gli Stati Uniti di renderla più probabile. In altre parole, cita Tucidide per spostare la responsabilità. Se lo scontro arriverà, suggerisce Pechino, sarà perché Washington non ha saputo convivere con un mondo meno americano.
E sebbene la “trappola di Tucidide” è affascinante proprio perché riduce la complessità a una formula memorabile, la storia vera è più intricata. Tucidide stesso parla di paura, errori di calcolo, alleanze e interessi divergenti. Fare di quella formula una legge universale è comodo, ma rischioso. Se i leader iniziano a credere davvero che la guerra sia quasi inevitabile ogni volta che una potenza cresce, allora la trappola smette di essere un avvertimento e diventa una profezia che si autoalimenta. Eppure, proprio per questo, Xi continua a brandirla. Perché è una metafora perfetta: colta ma semplice, storica ma attualizzabile, abbastanza drammatica da colpire il pubblico e abbastanza elastica da adattarsi a ogni fase della rivalità sino-americana. Serve a ricordare che, agli occhi di Pechino, il problema non è soltanto cosa farà la Cina, ma come reagirà l’America.
Visto così, il momento assume un valore quasi simbolico. Gli Stati Uniti arrivano al tavolo in una fase di disordine strategico (vedi la guerra con l’Iran) in cui faticano a tenere insieme commercio e deterrenza. Xi offre la tragedia greca; Trump resta il prodotto più compiuto di un’epoca che confonde spesso la forza con il volume della voce. Più che una lezione di storia antica, la scena di Pechino è stata una lezione sul presente. La Cina cerca di convincere il mondo che la sua ascesa può essere regolata e riconosciuta, mentre gli Stati Uniti devono ancora decidere se trattarla come un fatto storico da gestire o come un’umiliazione da respingere.





