Venezia è da sempre una città in equilibrio instabile tra ingegneria e natura, tra la tenacia umana e la fragilità del paesaggio lagunare. Ma oggi questo equilibrio non è più minacciato soltanto dall’acqua alta come l’abbiamo conosciuta nel Novecento. Il problema ha assunto una scala nuova, molto più ampia, e si chiama innalzamento relativo del livello del mare: una combinazione di cambiamento climatico e subsidenza del suolo che obbliga a immaginare il futuro della città non per i prossimi anni, ma per i prossimi secoli. È da questa consapevolezza che nasce lo studio pubblicato su Scientific Reports, coordinato dal climatologo Piero Lionello insieme a un gruppo internazionale di ricercatori, dedicato ai possibili percorsi di adattamento di Venezia e della sua laguna nei prossimi trecento anni.
Le attuali barriere mobili alle bocche di porto (il MOSE), spiegano gli autori, possono continuare a difendere la città, ma solo entro certi limiti e a condizione di ulteriori interventi tecnici. Secondo le stime dello studio, il sistema potrebbe restare efficace fino a circa 1,25 metri di innalzamento del livello marino; una soglia che, tuttavia, potrebbe essere superata entro il 2300 perfino in uno scenario di basse emissioni, proprio a causa della combinazione fra aumento del mare e abbassamento del terreno. A questo punto non basta più chiedersi se il MOSE funzioni oggi, o se proteggerà la città dalle maree eccezionali dei prossimi anni, ma quale assetto potrà reggere quando il livello del mare supererà le soglie per cui l’attuale sistema è stato concepito.
Gli scenari presi in esame sono quattro. Il primo consiste nel proseguire sulla linea delle barriere mobili, migliorandole e adattandole. Il secondo immagina la protezione del centro storico tramite dighe ad anello, cioè strutture capaci di separare la città dal resto della laguna. Il terzo prevede una trasformazione ancora più drastica: la chiusura della laguna attraverso un “super argine”, con la conseguente alterazione profonda dell’equilibrio ecologico e morfologico di uno dei sistemi lagunari più delicati e celebri del mondo. Il quarto scenario, il più estremo, considera la rilocalizzazione di Venezia, dei suoi abitanti e di una parte del suo patrimonio storico verso l’entroterra.
La parte più impressionante del lavoro, però, non sta tanto nell’elenco delle opzioni quanto nelle soglie che le rendono plausibili. Le dighe ad anello, secondo gli autori, potrebbero diventare necessarie oltre un innalzamento di 0,5 metri, un valore che potrebbe essere raggiunto già prima del 2100 nello scenario ad altissime emissioni. La chiusura della laguna, invece, offrirebbe una protezione potenzialmente efficace fino a circa 10 metri di innalzamento, ma al prezzo di una trasformazione quasi irreversibile della laguna stessa. La rilocalizzazione, infine, entrerebbe in gioco oltre i 4,5 metri, uno scenario che i ricercatori collocano dopo il 2300, ma che non può essere escluso in proiezioni di lungo periodo.
È un orizzonte temporale che può sembrare remoto, quasi astratto, ma proprio qui sta la forza dello studio. Gli autori non stanno dicendo che Venezia dovrà essere spostata domani, né che una laguna chiusa sia inevitabile, ma che la pianificazione di una città come Venezia non può più essere pensata in termini elettorali o decennali, perché le grandi infrastrutture richiedono tempi lunghi, e l’inerzia climatica è più forte dei calendari politici. Piero Lionello lo ha detto in modo netto:
Non esiste una strategia di adattamento ottimale; ogni scelta dovrà bilanciare la sicurezza e il benessere dei residenti, la prosperità economica, la tutela degli ecosistemi lagunari, la conservazione del patrimonio culturale e il mantenimento delle tradizioni locali.
E dato che la realizzazione di grandi opere può richiedere fra 30 e 50 anni, «una pianificazione anticipata è fondamentale».
La questione economica, naturalmente, è enorme. Lo studio prova a quantificare i costi delle diverse opzioni usando come riferimento progetti ingegneristici comparabili, aggiornati ai prezzi del 2024. Il MOSE, ricordano i ricercatori, è costato circa 6 miliardi di euro. Le dighe ad anello potrebbero collocarsi in una forbice fra 500 milioni e 4,5 miliardi. La chiusura della laguna con un super argine supererebbe invece i 30 miliardi, mentre la rilocalizzazione della città arriverebbe attorno ai 100 miliardi di euro. Ma i costi non sono l’unico metro. Venezia non è una città qualsiasi. È un patrimonio mondiale UNESCO, ma soprattutto è un sistema socio-ecologico unico, in cui ambiente lagunare, tessuto storico, attività economiche, funzioni portuali, turismo e vita quotidiana si tengono insieme in modo delicatissimo. Ogni scelta di adattamento, anche la più razionale dal punto di vista tecnico, produce inevitabilmente perdite e frizioni. Una laguna chiusa potrebbe difendere la città dall’acqua, ma cambierebbe la natura stessa della laguna o una diga ad anello proteggerebbe il centro, ma introdurrebbe rischi specifici in caso di cedimento.
Anche per questo Carlo Giupponi, docente alla Ca’ Foscari e coautore dello studio, insiste sul valore del metodo più che sulla ricerca di una ricetta definitiva. A suo giudizio, il merito principale della ricerca è mostrare che si possono mettere a sistema gli studi esistenti e trasformarli in strumenti utili per alimentare un dibattito sul futuro di Venezia fondato sulla scienza. Non si tratta, osserva, di pretendere di prevedere con esattezza il destino della città tra due secoli, ma di riconoscere che le tendenze sono ormai chiare e che l’accelerazione dei fenomeni è aggravata dall’inerzia con cui le politiche climatiche vengono ancora affrontate.
Sul fondo, infatti, resta il fatto che nessuna strategia locale potrà mai essere separata dal quadro globale delle emissioni. Lo studio costruisce i suoi scenari a partire dalle proiezioni del Sesto Rapporto IPCC, e questo significa che il destino di Venezia dipenderà anche da decisioni prese ben lontano dalla laguna. La città può adattarsi, ma se il riscaldamento globale continuerà lungo le traiettorie peggiori, la pressione sul sistema veneziano aumenterà fino a rendere sempre più costose, invasive e politicamente dolorose le opzioni disponibili. Venezia può ancora essere protetta, ma soltanto se si accetta di pensare in anticipo, su tempi lunghi, e con la lucidità di chi sa che il futuro non si improvvisa quando l’acqua è già arrivata.





