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In Ucraina il cessate il fuoco non significa più nulla

Nel lessico classico della diplomazia, un cessate il fuoco è il momento in cui la guerra si arresta abbastanza da permettere alla politica di riaprire uno spazio di trattativa e respiro dalle bombe. Nella guerra tra Russia e Ucraina, invece, quella soglia sembra essersi dissolta. L’ultima prova è arrivata con la pausa di tre giorni annunciata da Trump e rapidamente trasformata in un oggetto politico più che militare. Mentre il conto alla rovescia della tregua scorreva, i cieli dell’Ucraina continuavano a riempirsi di droni e missili russi, con le autorità ucraine che hanno denunciato nuove vittime civili.

Storicamente, i cessate il fuoco nascevano al termine di negoziati lunghi, spesso estenuanti, costruiti su meccanismi di monitoraggio e garanzie reciproche. Non erano la pace, ma un passaggio necessario verso di essa. Oggi, almeno in una parte della diplomazia contemporanea, sembrano ridotti a strumenti di facciata. Il caso ucraino è emblematico, ma non isolato. Madhav Joshi, professore al Kroc Institute for International Peace Studies dell’Università di Notre Dame, ha studiato 42 accordi di pace globali conclusi tra il 1989 e il 2018 e ha rilevato che un processo negoziale efficace richiede in media 1.570 giorni di lavoro tecnico, cioè oltre quattro anni. Joshi ha osservato che i cessate il fuoco più recenti, non solo tra Russia e Ucraina ma anche in Medio Oriente, si discostano in modo netto dalle pratiche tradizionali dei processi di pace, perché mancano degli elementi essenziali per durare: supervisione indipendente, base politica solida e costruzione progressiva della fiducia.

Una tregua non regge perché viene proclamata, ma perché viene preparata. E invece l’ultima pausa tra Mosca e Kiev è arrivata improvvisamente, attraverso un annuncio politico, senza che alle spalle si intravedesse un’architettura negoziale robusta. I colloqui mediati dagli Stati Uniti, affidati a figure vicine a Trump ma prive di una lunga esperienza diplomatica, risultano fermi da mesi. Daniel Byman, professore alla Georgetown University e senior fellow del Center for Strategic and International Studies, ha colto un punto ancora più rivelatore quando ha spiegato che, per Trump, cessate il fuoco e pace tendono quasi a coincidere.

Ma una guerra come quella russo-ucraina non si lascia ridurre a questo schema. Una tregua improvvisata può persino rivelarsi pericolosa, perché consente a una delle parti di riorganizzarsi e guadagnare tempo mentre continua a presentarsi come disponibile alla pace. Per Kiev, del resto, lo scetticismo verso questo tipo di annunci non nasce oggi. La memoria dei protocolli di Minsk del 2014 e del 2015 pesa ancora come una lezione durissima. Da allora, il copione si è ripetuto più volte, dai corridoi umanitari del 2022, rivelatisi in molti casi inaffidabili, fino alla tregua ortodossa del 2023, letta dagli ucraini come un’occasione per Mosca di risistemare le proprie forze.

Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, Washington ha mediato diverse tregue temporanee tra le parti, tutte segnate da accuse reciproche di violazione. Volodymyr Yermolenko, scrittore e filosofo ucraino, ha definito questo ciclo una “mascherata”, una sequenza di pause annunciate che non fermano la guerra, ma servono a costruire l’apparenza di una volontà negoziale. Il problema si aggrava perché, secondo molti osservatori, Washington ha progressivamente attenuato un principio che per anni aveva guidato i mediatori occidentali: un cessate il fuoco deve creare lo spazio fisico e politico necessario ai negoziati. Se quel principio viene abbandonato, la tregua perde la sua funzione storica e diventa essa stessa il prodotto finale, non il primo passo. È questa la vera deformazione della diplomazia di facciata.

Naturalmente, nemmeno gli ucraini escludono che tregue limitate e settoriali possano avere una loro utilità. Anche una cessazione parziale delle ostilità, se ben costruita, può salvare vite, proteggere infrastrutture critiche o aprire canali minimi di fiducia. È in questo spirito che il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha proposto un maggior ruolo europeo nella mediazione, ad esempio per lavorare a una cessazione reciproca degli attacchi contro aeroporti e obiettivi sensibili.

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