turismo dell'orrore

Turismo dell’orrore: perché ci attira visitare i luoghi delle atrocità

All’alba Palmira sembra quasi irreale. Le colonne si accendono di oro nel primo sole, i resti dei templi e delle tombe si stagliano nel deserto con una solennità che resiste perfino alla devastazione. Per secoli è stata una città di commerci, lingue e civiltà. Per anni, prima della guerra siriana, è stata anche una delle mete più amate del Paese, con centinaia di migliaia di visitatori ogni anno. Poi è arrivata la guerra, sono arrivati i jihadisti, i bombardamenti, la distruzione. E Palmira è diventata una congerie di oggetti dell’orrore. Oggi, con la caduta del regime di Bashar al-Assad e una Siria che prova faticosamente a riaprire alcuni spazi al mondo, i turisti stanno tornando. Alcuni vanno per vedere ciò che resta della grandezza antica, per camminare fra le rovine di una città che un tempo sembrava immortale. Altri, invece, cercano qualcos’altro. Cercano il trauma. Le macerie fresche della storia. Vogliono stare nei luoghi in cui si è combattuto, dove si è torturato e dove si è ucciso. Vogliono vedere con i propri occhi le cicatrici della guerra. È ciò che ormai viene chiamato, con una formula che inquieta e insieme attrae, turismo dell’orrore.

Sui social il fenomeno è esploso da tempo. Instagram, TikTok, YouTube hanno trasformato la geografia dell’orrore in una mappa accessibile, perfino desiderabile. In Siria c’è chi vuole fotografarsi accanto ai carri armati abbandonati dai russi, chi cerca i quartieri rasi al suolo, chi sogna di entrare nella prigione di Saidnaya, il carcere che per anni è stato uno dei simboli più spaventosi della repressione del regime. Un luogo così carico di morte da essere stato soprannominato “il mattatoio umano”.

Questo tipo di turismo, del resto, è diventato un segmento sempre più riconoscibile dell’industria globale dei viaggi. Dentro questa definizione finiscono realtà molto diverse: memoriali, campi di concentramento, luoghi di attentati, prigioni, campi di battaglia, siti colpiti da disastri naturali o nucleari. Si va ad Auschwitz per ricordare, a Ground Zero per rendere omaggio, a Chernobyl per toccare il silenzio di una catastrofe, ma si va anche in Siria, in Afghanistan, in Ucraina, in Corea del Nord, in Iran, in Bosnia, mossi da pulsioni che non sempre sono facili da distinguere. E non tutti quelli che visitano questi luoghi cercano la stessa cosa. C’è chi vuole capire, chi vuole studiare, chi vuole misurarsi con una tragedia che ha visto soltanto attraverso uno schermo. C’è chi sente il dovere morale della testimonianza. E c’è anche chi, molto più banalmente, cerca un’emozione forte, una fotografia più estrema delle altre, un racconto da offrire ai propri follower.

La differenza, naturalmente, non è irrilevante. Visitare un luogo di sterminio può essere un gesto di memoria, ma può diventare con impressionante facilità un atto di appropriazione estetica del dolore altrui, in cui il visitatore smette di osservare la tragedia e la usa. In teoria questo tipo di turismo dovrebbe nascere da un atteggiamento sobrio e rispettoso; dovrebbe essere un modo di avvicinarsi alla storia nei suoi lati più dolorosi senza spettacolarizzarla, ma ahinoi nei luoghi segnati dalla violenza convivono memoria e intrattenimento. E ciascuno tira dalla propria parte. La Siria, in questo senso, è un caso recente esemplare. Per molti siriani che lavorano oggi come guide, accompagnare gli stranieri nei luoghi della guerra significa riprendersi il racconto del proprio Paese, sottraendolo alle propagande e alle semplificazioni costruite da anni di reportage frettolosi o di discorsi geopolitici astratti. Mostrare le rovine, per loro, non vuol dire necessariamente spettacolarizzare il dolore, ma restituirgli un contesto. Può perfino diventare una forma di sopravvivenza economica in un Paese che esce distrutto da più di un decennio di guerra. Eppure resta qualcosa di disturbante. Perché il visitatore occidentale che arriva a Palmira, a Damasco o a Saidnaya è distante emotivamente da quei luoghi. In molti casi cerca autenticità, ma rischia di collezionare solo scenari dell’orrore.

Non è una contraddizione nuova. In forme diverse, il desiderio di assistere da vicino alla violenza accompagna la storia umana da secoli. Cambiano i mezzi, cambia il linguaggio, cambiano le cornici morali, ma quella spinta rimane. Oggi però ha trovato nei voli low cost, nelle piattaforme sociali e nella cultura dell’esperienza permanente un’accelerazione formidabile. Ogni luogo può diventare contenuto. Ogni rovina può essere convertita in immagine. E ogni tragedia può entrare nel circuito dell’attrazione. E allora la vera domanda non è perché i turisti visitino i luoghi delle atrocità, ma con quale spirito: per capire qualcosa del mondo o semplicemente per sentire un brivido? Sanno distinguere fra testimonianza e voyeurismo?

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,