Non basta porre fine a una tragedia per dire di averla superata. E se questa tragedia si chiama Olocausto, non basta nemmeno vedere (quasi) tutti i responsabili condannati con la morte o l’ergastolo. Perché se sei tedesco e sei anche ebreo questa tragedia riguarda in un modo o nell’altro tutti quelli con cui hai avuto a che fare: il tuo vicino, i tuoi compagni di scuola, i tuoi insegnanti, il tuo primo amore, la tua famiglia. Tutti coinvolti, chi vittima e chi carnefice. E chi è stato complice non potrà mai essere perdonato. Questo è quello che Fred Uhlman, ebreo e tedesco, ci lasciato come testamento nella sua Trilogia del ritorno (L’amico ritrovato / Niente resurrezioni, per favore / Un’anima non vile).
Uhlman aveva trentadue anni quando dovette fuggire da quella che era la sua casa in seguito all’ascesa al potere di Hitler. Si rifugiò prima in Francia per poi stabilirsi in Inghilterra dove svolse le attività di avvocato e pittore, prima di scoperchiare i ricordi a settant’anni con questa trilogia, che è stata al centro di uno dei più clamorosi casi letterari del secondo Novecento.
L’amico ritrovato
Il primo capitolo della trilogia è L’amico ritrovato. Dal punto di vista del formato non è un romanzo né un racconto, ma somiglia più ad una novella, una sorta di romanzo in miniatura a cui Uhlman riesce a dare una qualità musicale che è al tempo stesso lirica e ossessiva. “Le mie ferite“, dice Hans Schwarz, il protagonista, “non sono guarite e ogni volta che ripenso alla Germania, è come se venissero sfregate con del sale“. Hans è un ebreo, ma si sente prima di tutto tedesco e ancor di più svevo, cresciuto tra “i colli azzurrini di Svevia, pieni di dolcezza e serenità, coperti di vigneti e incoronati di castelli (…) tra la Foresta Nera, dove i boschi scuri, odorosi di funghi e di resina, che colava dai tronchi in lacrime ambrate, erano intersecati da torrenti ricchi di trote, sulle cui rive sorgevano le segherie“.
Hans è un ragazzo solitario e non ama troppo la compagnia degli altri liceali, fin quando un giorno entra a far parte della sua classe Konradin von Hohenfels, erede della nobile e ricca casata degli Hohenfels. Tra i due nasce un’amicizia autentica, di cuore, in cui l’uno diventa inseparabile per l’altro. Ma questa affinità elettiva non riesce a superare la barriera della Storia. Konradin si lascia influenzare dalla famiglia e si affilia alla gioventù hitleriana mentre Hans vede “il vento che aveva cominciato a soffiare dall’est raggiungere anche la Svevia“. I compagni di classe, fieramente ariani, cominciano ad insultarlo e a prenderlo di mira, con l’implicito avallo dei professori; Konradin lo invita nel suo palazzo solo quando i genitori non sono presenti ed evita di salutarlo in pubblico; il padre, medico apprezzato fino a quel momento, diventa anche lui oggetto di contumelle, pertanto entrambi i genitori decidono di risparmiare tutto questo almeno al figlio e Hans viene mandato in America “finché la tempesta non si sarà calmata“. Non tornerà più a Stoccarda né tantomeno in Germania, e mai più parlerà con il suo unico e vero amico. Saprà di lui solo trent’anni dopo quando leggerà in un opuscolo del suo vecchio liceo una lista dei nomi caduti durante la guerra. E quel che leggerà forse gli darà un minimo di sollievo anche se non lo sapremo mai.
Un’anima non vile
Quello che sappiamo è anche l’intera storia di Konradin, da suo punto di vista. E se L’amico ritrovato ci lascia, nonostante la morte che pian piano avanza, una fragranza del vino locale, assaporato nelle locande di legno scuro situate sulle rive del Neckar e del Reno, in Un’anima non vile troviamo la dolorosa confessione di Konradin e una parziale risposta al quesito che sottende l’intera trilogia: come hanno potuto i figli di una nazione colta e civile come la Germania farsi complici di una pagina così brutale della Storia?
Konradin è l’alter ego di Hans: nobile, timido, vittima del suo lignaggio. Il suo grande amico, il suo unico e migliore amico è un ebreo. Un’amicizia che tiene nascosta sia al padre che soprattutto alla madre. Lei che gli disse:
Lo sai che odio gli ebrei. Li ho sempre odiati, da quando ero piccola. Sono polacca e li ho visti vivere nei loro luridi ghetti: sudici mercanti di bestiame, usurai che derubano i cristiani creduloni, cospiratori – non hai mai sentito del Protocollo dei Saggi di Sion? Grazie a Dio c’è Hitler, il solo uomo che ci possa salvare.
Konradin viene indottrinato al nazismo, più forte di quell’amicizia pura e fragile tenuta segreta. Diventa ufficiale dell’esercito, partecipa all’offensiva di Stalingrado, ma soprattutto, resosi conto della disfatta ormai imminente, si arruola tra le file del colonnello Claus von Stauffenberg e partecipa all’Operazione Valchiria per uccidere Hitler e rovesciare il regime nazista. Scoperto viene condannato a morte e in quegli ultimi giorni prima dell’impiccagione, rinchiuso nella sua cella, scrive questa lettera confessione al suo amico ormai lontano nel tempo e nello spazio.
Mio caro Hans,
ti scrivo questa lettera dalla prigione di Spandau il 10 settembre 1944, tre giorni prima di essere assassinato come i miei amici: Schulenburg, Stauffenberg, Moltke che, come me, hanno preso parte al complotto per uccidere Hitler. Non so se riceverai mai questa lettera. Mi aiuterebbe in un certo qual senso a morire; perché affronterei la morte con la coscienza più leggera, sapendo che essa può aiutarti a perdonarmi e a capire perché ho trattato te, l’unico vero amico che abbia mai avuto e amato, in modo così sleale e vigliacco.
Niente resurrezioni, per favore
Una resipiscenza tardiva che fa eco a quella che Simon Elmas si chiede tornado nella sua città natale, abbandonata per sfuggire alla persecuzione nazista.
Come sarebbe stato possibile a lui, che aveva amato di amore appassionato la Germania, spiegare la sua vergogna di appartenere a un Paese che, pur avendo dato al mondo Beethoven e Bach, Goethe e Schiller, non aveva mosso un dito per salvare i propri connazionali ebrei?
Elmas è Uhlman, entrambi fuggiti per salvarsi dal nazismo ed entrambi reinventati come pittori. Elmas tornato nella sua città natale si sente un estraneo e tale vuole sembrare tanto è il rancore per quel posto e per tutte le persone che ci vivono. E man mano che si perde nelle vie i brucianti ricordi lo spingono a fermarsi nei luoghi della gioventù. Nell’arco di ventiquattro ore incontra i vecchi compagni di scuola e poi Charlotte, il suo grande amore. Su tutti, però, grava l’orribile sospetto di complicità con il regime. Un sospetto che Elmas rinfaccia brutalmente a tutti quei vecchi compagni d’infanzia, quando mal volentieri accetta di partecipare ad una rimpatriata.
Signori avreste dovuto lasciarmi in pace. (…) Com’è possibile che io discuta di interessi comuni, di ricordi comuni, di amicizia, quando tra noi insorgono gli spettri di sei milioni di ebrei? Com’è possibile che io, ebreo, sieda a tavola con voi e dimentichi i milioni che sono morti di stenti, senza essere sicuro che la mano che mi offre da bere e da mangiare non è macchiata del sangue della mia famiglia?
A quel punto tutti si sentono colpiti, ma non tutti ammettono le loro colpe. È la banalità del male perché quando messi con le spalle al muro adducono a scuse stupide, vacue come se quello che fosse accaduto non li riguardasse, anche se erano ufficiali delle SS, soldati, industriali arricchitisi sulla pelle degli ebrei. “Hitler, alla fin fine, era un grand’uomo. Ha avuto solo la colpa di essere troppo impaziente. Se dopo la caduta di Praga avesse aspettato qualche anno, tutta l’Europa l’avrebbe accettato come suo duce“, ammette uno dei commensali, esasperato dalle accuse.
A differenza delle altre due opere, in questa Uhlman è più diretto, accusatorio. Non usa mezzi termini, similitudini, non maschera il degrado morale del popolo tedesco con un’amicizia finita male. Qui punta il dito perché è lui Elmas e sbugiarda il racconto di chi crede che con la morte del Führer e Norimberga tutto sia tornato alla normalità. Non perdona nessuna, ma non cerca vendetta. Non trasuda rabbia perché si rende conto di quanto siano ridicoli coloro che ora, spinti dai sensi di colpa o da una moralità di facciata, cercano di ingraziarselo. Il tornare in Germania ha riaperto delle ferite, ma è stato necessario per trasportare le ombre degli ebrei morti da una riva all’altra dell’Acheronte e distruggere la diga, creata dal protagonista (e dall’autore?), con tanta cura affinché il passato non lo inghiottisse e gli lasciasse iniziare una nuova vita, altrove, lontano.
Perché è tornato, dunque? Nessuno lo saprà mai. Ma può aiutarci quanto scritto da Charlotte prima di vederlo ripartire di nuovo:
Ormai non ho più speranze, mi auguro soltanto che questa vita sia l’unica da vivere, indubitabilmente. Niente resurrezioni, per favore. D’inferni ne basta uno.





