La sconfitta di Jannik Sinner al Roland Garros può essere raccontata, nel modo più semplice e più superficiale, come un inciampo inatteso del numero uno del mondo in una giornata storta, aggravata da un malessere fisico e conclusa con la rimonta dell’argentino Juan Manuel Cerúndolo. Sarebbe una lettura comoda, e in parte perfino rassicurante, perché permetterebbe di confinare tutto dentro la fisiologia dell’incidente individuale, nella categoria sempre disponibile della partita che gira male. Ma il punto, in realtà, è più scomodo, perché il malore di Sinner è l’ennesimo segnale di un problema che il tennis professionistico continua a trattare con abbastanza superficialità: calendari sempre più compressi e condizioni climatiche sempre più estreme.
Certo, più fa caldo, più Sinner diventa vulnerabile. Lo si era visto già agli Australian Open, battuto all’ultimo da Djokovic; lo si era visto a Shanghai, dove si era ritirato per crampi contro Tallon Griekspoor; lo si era visto a Melbourne nel 2025 contro Holger Rune, quando una lunga interruzione dovuta a una rete rotta gli aveva concesso il tempo necessario per raffreddarsi e rientrare in partita; e ora lo si è rivisto a Parigi, in una giornata in cui le temperature hanno sfiorato i trentadue gradi e il numero uno del mondo, dopo avere dominato l’incontro contro Cerúndolo, ha progressivamente perso lucidità. Ma il tema non è scoprire il punto debole di Sinner, ma analizzare come mai la ITF, la federazione che gestisce il tennis a livello internazionale, continua a organizzarsi come se il problema riguardasse solo pochi atleti e non la struttura stessa di questo sport.
Sinner, va detto, non ha voluto fare del caldo la spiegazione totale della sua sconfitta. In conferenza stampa ha ricordato di essersi svegliato già non molto bene e ha insistito sul fatto che le temperature, pur alte, non fossero eccessive. Aveva ragione, almeno secondo i parametri formali del torneo. Il Roland Garros usa infatti un protocollo fondato sul WBGT (Wet Bulb Globe Temperature), un indice termico che misura lo stress da calore sul corpo umano e che tiene conto non solo dei gradi misurati ma anche di umidità, sole e vento, e prevede pause di dieci minuti tra i set solo oltre determinate soglie, mentre la sospensione completa delle partite all’aperto scatterebbe soltanto a 90 gradi Fahrenheit (32 gradi Celsius), cioè ben oltre le condizioni di quel pomeriggio. Tecnicamente, dunque, nulla obbligava il torneo a fermarsi, ma il fatto che non si raggiunga una soglia formale di emergenza non significa affatto che le condizioni siano adeguate a uno sport di questa intensità, giocato su terra battuta, nel pieno di una fase del calendario in cui molti atleti non hanno ancora costruito un adattamento serio al grande caldo.
Anche perché in giornate simili la terra rossa irradia calore verso l’alto, trattiene energia, “cuoce” i giocatori da più direzioni e rende il campo, di fatto, un forno lento e costante. Se Wimbledon permette almeno una dispersione diversa del calore, il Roland Garros in condizioni simili diventa un ambiente fisicamente ostile, soprattutto se lo si affronta all’ora più dura del pomeriggio. Sinner aveva iniziato a mezzogiorno e sembrava destinato a chiudere abbastanza in fretta da evitare il peggio; invece l’allungarsi del match lo ha consegnato proprio alla parte più feroce della giornata.
Molti dei migliori giocatori arrivano a Parigi dopo Madrid e Roma, due tornei che non sempre offrono un vero adattamento al caldo intenso, e non esiste, prima del Roland Garros, un periodo di acclimatazione paragonabile a quello che precede gli US Open, dove il circuito si sposta progressivamente dentro l’estate americana e molti atleti si allenano deliberatamente a metà giornata in luoghi già molto caldi.
Anche Djokovic non ama il caldo, e anche lui ha dovuto attraversare un match pesantissimo contro Valentin Royer, durato quasi quattro ore, in condizioni che in conferenza stampa ha definito molto estreme e altamente dispendiose sul piano fisico. Il fatto che un giocatore della sua esperienza, abituato a ogni scenario e capace di allenarsi in piena giornata a Atene o in Croazia, abbia voluto sottolineare la durezza di quelle condizioni dovrebbe bastare a dissipare l’idea che si tratti di lamentele episodiche o di fragilità individuali. Se persino Djokovic, che del controllo del corpo in partita ha fatto una delle sue arti più alte, sente il bisogno di descrivere così la situazione, vuol dire che il problema eccede il singolo metabolismo.
E infatti il torneo, nei suoi primi giorni, ha accumulato una serie di segnali che compongono un quadro molto più inquietante del semplice crampo di un favorito. Casper Ruud ha raccontato di essersi aggirato sul campo Simonne-Mathieu “come uno zombie” e di aver deliberatamente lasciato andare un set nella speranza di conservare energie per il quinto. Jakub Menšík, dopo avere vinto un tie-break decisivo contro Mariano Navone, è collassato a bordo campo per i crampi ed è poi uscito verso gli spogliatoi in sedia a rotelle, spiegando di avere smesso di bere perché non riusciva più a tollerare liquidi ed elettroliti. Moïse Kouame, diciassettenne indicato come una possibile stella del futuro, ha cercato di rinfrescarsi con un piccolo ventilatore portatile da farmacia. Tutte scene che disegnano un torneo che ha esposto giocatori molto diversi allo stesso tipo di sofferenza termica, senza però dare l’impressione di possedere una strategia davvero all’altezza del problema.

I giocatori si sono lamentati della mancanza di ghiaccio, dell’acqua nei frigoriferi non abbastanza fredda, della scarsità di ombra, dell’assenza di dispositivi di raffreddamento comparabili a quelli ormai disponibili agli Australian Open o agli US Open, dove vicino alle panchine si trovano tubi d’aria fredda e sistemi più evoluti per favorire il recupero ai cambi di campo. Fuori dai campi, inoltre, le aree climatizzate sono descritte come limitate e anguste, specie nella prima settimana in cui la densità di giocatori, staff e addetti è massima. E a farne le spese non sono soltanto gli atleti, ma anche i raccattapalle, i diversi lavoratori del torneo e gli spettatori, costretti a ore di fila sotto il sole.
Ciò che colpisce è l’asimmetria tra la crescita fisica del tennis contemporaneo e la lentezza con cui le sue istituzioni stanno adeguando le condizioni materiali in cui il gioco si svolge. Il tennis di oggi è più intenso e più estenuante di quello delle epoche precedenti. Continuare a trattare il caldo come un’eccezione meteorologica, da gestire con protocolli minimi e con un certo fatalismo, significa non avere capito che il problema climatico è ormai endemico.
Il caldo estremo non è una parentesi nel futuro dello sport, ma purtroppo una delle condizioni dentro cui quel futuro si sta già scrivendo. E gli sport che non sapranno ripensare ai calendari, alle infrastrutture e ai protocolli finiranno per pagarlo non solo in termini di sicurezza, ma anche di credibilità.





