Il rock ha passato una parte sorprendentemente lunga della sua storia a flirtare con il nazismo come si flirta con tutto ciò che promette scandalo, al punto da chiederci perché un linguaggio che ama raccontarsi come istintivamente libero, ribelle, anti-autoritario e insofferente verso ogni autorità abbia sentito così spesso il bisogno di pescare proprio lì, nell’archivio visivo più tossico del Novecento, per darsi un tono più estremo.
Uniformi nere, stivali e giacche in pelle, svastiche, mano tese. Un arsenale visivo potentissimo, immediatamente leggibile, perfetto per chi voleva scioccare. Già negli anni Sessanta, più precisamente nel 1966, John Lennon posò in fotografie in cui imitava Hitler, baffetti compresi. Il gesto allora poteva passare come buffonata surrealista, provocazione da pop star che gioca con tutto e non rispetta nulla, ma proprio questa leggerezza racconta come una parte della cultura britannica del dopoguerra aveva già imparato a trattare il nazismo come come un grottesco spettacolo piuttosto che come trauma storico. Negli stessi anni e in quelli immediatamente successivi la faccenda si allargò. Brian Jones comparve in uniforme nazista su una copertina danese, Keith Moon indossò i simboli del Terzo Reich in più occasioni, Keith Richards collezionava memorabilia nazista, in una profonda quanto perversa fascinazione. Sembrava che il rock britannico stesse dicendo che nessun simbolo era davvero proibito, che tutto poteva essere desacralizzato, ma a forza di usare il nazismo come materiale da scena, da provocazione o da culto feticistico, il confine tra desacralizzazione e banalizzazione è diventato quasi invisibile.
E con David Bowie il discorso si fa più inquietante. Nella metà dei Settanta, mentre attraversava il suo periodo più tossico e paranoico, immerso nella cocaina, nell’occultismo, nella mania della purezza e nel gusto per i personaggi aristocratici e androidi, Bowie cominciò a muoversi dentro una zona di ambiguità politica e simbolica che non può essere archiviata come semplice buffonata. Le sue dichiarazioni del 1976 in cui affermò che la Gran Bretagna avrebbe avuto bisogno di un leader fascista, che Hitler fu una delle prime rock star, e poi c’è il celebre episodio della Victoria Station, con il gesto dalla macchina interpretato da molti come saluto nazista e da lui sempre negato o minimizzato, sono la chiara testimonianza di come Bowie in quel momento stesse già trafficando con l’estetica del potere assoluto in un modo che va oltre la semplice provocazione. Non è un caso che anni dopo prenderà chiaramente le distanze da quel periodo e dalle sue stesse parole.

Poi arrivò il punk, e lì il rapporto tra rock e immaginario nazista divenne ancora più triviale. La svastica entrò in circolo come gesto di rottura assoluta, come modo per dire che nulla era sacro, che tutto poteva essere calpestato. Siouxsie Sioux la indossò nei primi anni del Bromley Contingent, Sid Vicious la usò come accessorio di scena in diversi contesti; e l’attivista e cronista punk Caroline Coon ricorda che durante le prove per il primo festival punk al 100 Club nel 1976 Malcolm McLaren, l’agente dei Sex Pistols, iniziò a distribuire bracciali con svastiche che aveva fatto realizzare per l’occasione. Siouxsie Sioux ne indossò subito uno e alcuni dei Pistols sembrarono sul punto di fare altrettanto. Sconvolto, Bernie Rhodes dei Clash sbottò, minacciando, nel caso qualcuno avesse indossato quelle svastiche sul palco, di abbandonare lo show. Il resto del gruppo lo appoggiò e il concerto si tenne, almeno per quella, sera nessuna svastica.
Hitler ha mantenuto tutte le sue promesse. Disse che avrebbe sterminato gli ebrei e li ha sterminati sul serio.
Lemmy Kilmister dei Motörhead nella sua autobiografia, White Lines Fever, del 2002
Il punk britannico crebbe in un Paese che conobbe Hitler soprattutto come caricatura radiofonica, come volto del male ridicolizzato e respinto dall’esterno, non come esperienza diretta dell’occupazione o come centro della distruzione ebraica europea vissuta dall’interno del continente. Questo conta. Conta perché spiega almeno in parte la leggerezza con cui il simbolo venne maneggiato, anche se non basta ad assolvere nessuno. Quando i Sex Pistols cantarono Belsen was a gas (dove gas sta per divertimento ma ammicca anche chiaramente allo Zyklon B, il gas a base di acido cianidrico impiegato nelle camere a gas dei campi di sterminio), la possibilità di nascondersi dietro il puro nonsense era già molto debole. A proposito di gas, i Throbbing Gristle riuscirono nel difficile compito di spingersi oltre con il brano Zyklon B Zombies, comparso nel 1978, il cui testo è quanto meno sconvolgente, un chiaro riferimento al massacro degli ebrei nei campi di sterminio.
Poi ci sono i casi più sofisticati, come i Joy Division, il cui nome è una citazione dei gruppi delle giovani donne ebree recluse nei campi di concentramento e costrette alla schiavitù sessuale per il piacere dei soldati nazisti, descritti in House of Dolls da Ka-Tzetnik 135633. E come se non bastasse, attorno al gruppo, e in generale alla scena post-punk, proliferavano altri segni, altri echi, come per esempio la denominazione “Final Solution” usata da una delle più importanti società per l’organizzazione e la promozione dei concerti.
Come ha ricordato Billy Bragg nell’introduzione di This Ain’t Rock ‘n’ Roll: Pop Music, the Swastika and the Third Reich di Daniel Rachel, esiste un numeroso elenco di artisti che hanno cercato glamour e notorietà sfruttando l’immaginario nazista. Per questo rimane sempre attuale la domanda che fu posta a Leni Riefenstahl dopo il 1945, quando sostenne che, pur essendo affascinata dal nazismo, era politicamente ingenua e ignorante del destino di sei milioni di ebrei: «Come potevi non sapere?».

Se poi ci spostiamo fuori dal rock in senso stretto, il caso più clamoroso e più squallido degli ultimi anni è quello di Kanye West, che non si è limitato ad evocare simboli, ma ha esplicitamente elogiato Hitler, si è definito “nazista”, e ha persino indirizzato il pubblico verso un negozio che vendeva magliette con la svastica, prima che diversi partner commerciali interrompessero i rapporti con lui.
Da qui ne consegue una domanda: quanto dovrebbero essere responsabili i fan, i media e l’industria musicale per quella che è spesso sembrata una squallida attrazione per le perversioni feticiste di un regime nazista?
Una curiosità: in origine nella copertina di Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band avrebbe dovuto comparire la sagoma di Hitler, poi cancellata nella versione finale.






