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La guerra con l’Iran sta paralizzando una delle nazioni più ricche del mondo

Il Qatar ha costruito la propria fortuna su una scommessa che per trent’anni è sembrata infallibile: trasformare un piccolo emirato desertico nel più affidabile esportatore di gas naturale liquefatto del pianeta. Da Ras Laffan, il grande cuore industriale del Paese, partivano carichi destinati all’Asia e all’Europa, e da quelle entrate sono nati i grattacieli di Doha, la metropolitana, Lusail, il fondo sovrano da centinaia di miliardi e l’ambizione di diventare un hub globale della finanza, del turismo e degli eventi. Oggi, però, il Qatar si mostra fragile; resta uno dei Paesi più ricchi del mondo in termini di patrimonio accumulato, ma la guerra con l’Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz hanno colpito esattamente il punto da cui tutto dipende.

A differenza di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, Doha non dispone di sbocchi alternativi capaci di aggirare Hormuz, la sua economia energetica è geograficamente intrappolata dietro quel corridoio marittimo. Il colpo più grave è arrivato a marzo, quando gli attacchi iraniani hanno danneggiato Ras Laffan e messo fuori uso circa il 17% della capacità export di GNL (Gas Naturale Liquefatto) del Paese. Il dato, confermato da QatarEnergy e riportato da Reuters e dal Wall Street Journal, implica che due “treni” di liquefazione resteranno compromessi per un periodo stimato tra tre e cinque anni. In queste condizioni, anche quando qualche tanker riesce a varcare Hormuz grazie a eccezioni negoziate — come accaduto nei giorni scorsi per alcune spedizioni verso il Pakistan — il quadro non cambia nella sostanza. E il messaggio che arriva ai mercati è che la continuità qatarina non è più garantita. E per un’economia che ha sempre venduto affidabilità prima ancora che gas, questo pesa quasi quanto la perdita produttiva in sé.

Le conseguenze macroeconomiche sono già visibili. Il Fondo monetario internazionale prevede per il Qatar una contrazione del PIL reale dell’8,6% nel 2026, un dato che fotografa la brusca inversione di un sistema che fino a poco fa viveva sull’espansione del North Field e sul progetto di portare la capacità di GNL ben oltre i livelli precedenti. Ma la guerra non sta colpendo solo il Qatar degli idrocarburi. Sta incrinando anche il Qatar post-idrocarburi, quello che negli ultimi anni aveva cercato di presentarsi come piattaforma internazionale del lusso e degli affari. L’emirato ha investito per attrarre capitali e viaggiatori: apertura agli investitori stranieri, stop ad alcuni vincoli sui partner locali, grandi eventi, hospitality, immagine di sicurezza. Tutto questo, però, dipendeva dal presupposto che il Golfo dovesse apparire come un’area stabile e protetta. Le immagini di aeroporti in allerta, di infrastrutture energetiche colpite e rotte marittime interrotte rompono esattamente quella promessa.

Il danno reputazionale conta quasi quanto quello materiale. Se vacilla la percezione di sicurezza, vacilla anche l’intera costruzione economica che il Qatar ha edificato negli ultimi vent’anni intorno alla propria immagine di eccezione ordinata in una regione turbolenta. Finora Doha ha evitato il panico grazie ai suoi cuscinetti finanziari. Le agenzie di rating continuano a sottolineare la solidità patrimoniale dello Stato e la vastità delle sue attività estere. Nell’immediato può ancora sostenere salari, sussidi, servizi essenziali e contenere l’aumento dei prezzi, ma se il blocco e l’insicurezza dovessero protrarsi, il problema sarebbe la possibile fuga di imprese e professionisti stranieri e la perdita di centralità commerciale.

Ecco allora il punto politico ed economico essenziale. La guerra con l’Iran sta mettendo a nudo il limite storico della sua prosperità. Per tre decenni l’emirato ha agito come se la rendita energetica potesse garantire anche immunità geopolitica. Oggi scopre che non è così. Puoi possedere il North Field, puoi avere uno dei più grandi fondi sovrani del mondo, puoi trasformare il deserto in skyline e centri commerciali, ma se il passaggio da cui esce la tua ricchezza viene chiuso o militarizzato, tutta la tua modernizzazione si scopre appesa a un collo di bottiglia. E in quel collo di bottiglia, in queste settimane, si è fermato molto più del gas: si è fermata l’idea stessa di un Qatar intoccabile.

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