Da più di vent’anni una domanda attraversa in silenzio i laboratori di neuroscienze, le cliniche psichiatriche e le start-up biotech che lavorano sulle sostanze psichedeliche: perché le droghe che alterano in modo profondo la coscienza riescono, in certi casi, a far stare meglio le persone anche molto tempo dopo che il loro effetto è svanito?
La questione ha iniziato a prendere forma nel 2000, quando un gruppo di ricercatori di Yale pubblicò uno studio destinato a lasciare il segno. Avevano somministrato ketamina, un anestetico noto soprattutto per l’uso ospedaliero, a dieci pazienti affetti da depressione e quasi tutti riferirono un miglioramento netto dei sintomi dopo una sola dose. L’effetto antidepressivo, però, non coincideva con la fase dissociativa o psicotropa del farmaco. Arrivava dopo, e soprattutto durava più a lungo, in alcuni casi oltre una settimana. Era il primo indizio serio che quelle sostanze potessero fare qualcosa di più che alterare temporaneamente la mente. Negli stessi anni, alla Johns Hopkins, altri ricercatori somministrarono a dei volontari la psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogeni. Anche in quel caso molti volontari, a distanza di mesi, descrivevano l’esperienza come una delle più significative della loro vita, paragonandola a eventi fondativi come la nascita di un figlio. Da allora gli studi su ketamina, psilocibina, LSD, MDMA e DMT si sono moltiplicati, spesso con risultati notevoli su depressione, ansia, dipendenze e disturbo post-traumatico da stress.
A colpire gli scienziati non era soltanto la forza di questi effetti, ma il loro profilo temporale. Una dose unica, o comunque rara, sembrava produrre cambiamenti che i comuni farmaci psichiatrici faticano a ottenere anche in mesi di trattamento continuo. Per alcuni era il segnale che il cuore del fenomeno fosse l’esperienza soggettiva (il viaggio, la dissoluzione dell’io, la percezione di una connessione più vasta, l’impressione di aver visto qualcosa di essenziale su di sé e sul mondo); per altri, invece, la chiave andava cercata più in basso, nella materia del cervello.
Uno dei punti di svolta arrivò nel 2010, ancora una volta da Yale. In uno studio sui ratti, i ricercatori osservarono che la ketamina sembrava stimolare la crescita di nuove spine dendritiche nella corteccia prefrontale, l’area del cervello implicata nella regolazione dell’umore. Le spine dendritiche sono minuscole estensioni dei neuroni che permettono alle cellule nervose di connettersi fra loro. Quando impariamo, quando viviamo esperienze nuove, quando il cervello cambia, è anche lì che qualcosa si muove. Stress cronico e depressione, al contrario, tendono a ridurre queste connessioni, come se il cervello perdesse parte della sua elasticità. Nei ratti depressi trattati con ketamina, invece, quelle ramificazioni ricominciavano a crescere. E quando i ricercatori bloccavano i meccanismi cellulari responsabili di quella crescita, il beneficio comportamentale scompariva. Forse la vera forza terapeutica degli psichedelici non dipendeva soltanto dall’esperienza soggettiva, ma dalla loro capacità di riaprire una finestra di plasticità cerebrale, restituendo al cervello la possibilità di riorganizzarsi.
Tra quelli che rimasero folgorati da questa prospettiva c’era David Olson, neuroscienziato e chimico oggi all’Università della California, il quale ha inseguito quell’idea fino a trasformarla in un programma scientifico preciso. Se il beneficio terapeutico dipende davvero dalla capacità di queste sostanze di rendere il cervello più plastico, allora forse è possibile costruire molecole nuove che mantengano quell’effetto, ma senza indurre allucinazioni. È su questo punto che si gioca una delle sfide più controverse della psichiatria contemporanea. I sostenitori della terapia psichedelica classica ritengono che il “trip” non sia un effetto collaterale eliminabile, ma una parte integrante della cura. Roland Griffiths, lo storico ricercatore della Johns Hopkins scomparso nel 2023, sosteneva che le esperienze mistiche e profondamente trasformative fossero centrali nel processo terapeutico. Altri studiosi, come Robin Carhart-Harris, hanno mostrato attraverso la risonanza magnetica funzionale che durante un’esperienza psichedelica il cervello rompe i suoi schemi abituali di comunicazione interna, permettendo la nascita di configurazioni nuove.
Olson, invece, ha scommesso su un’altra possibilità. Non nega che l’esperienza soggettiva possa contare, ma pensa che non sia necessariamente indispensabile. E per dimostrarlo ha iniziato a smontare e ricostruire molecole psichedeliche come un meccanico che lavora su un motore, cercando di capire quali gruppi atomici siano responsabili dell’effetto allucinogeno e quali della crescita dendritica. Nel suo laboratorio, molecole come la psilocina, la DMT o l’LSD vengono scomposte, modificate, invertite, ritoccate in minuscoli dettagli strutturali che però possono cambiare drasticamente i loro effetti, con il solo scopo di isolare l’effetto neuroplastico da quello psicotropo.
Da questo lavoro è nato anche un termine nuovo, coniato da Olson: psicoplastogeni. Il primo composto di questa nuova generazione sviluppato dal gruppo di Olson si chiama zalsupindolo. Nei modelli animali, sostiene il ricercatore, promuove la crescita delle connessioni neurali senza provocare effetti allucinogeni. E i primi dati clinici, ancora preliminari, hanno cominciato a suscitare attenzione. Secondo quanto reso noto da Delix Therapeutics, la società cofondata da Olson, in un piccolo studio su pazienti con depressione il farmaco sarebbe risultato sicuro e avrebbe mostrato segnali incoraggianti di efficacia, senza produrre alterazioni percettive o dissociative. È importante dirlo con chiarezza: si tratta di risultati iniziali, ancora troppo limitati per trarre conclusioni solide. Gli stessi osservatori esterni invitano alla prudenza. Ma se funzionasse davvero, cambierebbe molte cose.
Gli psichedelici classici portano con sé limiti evidenti. Non possono essere somministrati a tutti e possono essere rischiosi per persone predisposte a psicosi o disturbo bipolare. Richiedono setting protetti, terapeuti formati, ore di accompagnamento clinico, costi elevati e una complessa regolazione etica e sanitaria. Un farmaco capace di produrre benefici antidepressivi senza allucinazioni sarebbe molto più facilmente integrabile nella medicina ordinaria. È anche per questo che le grandi aziende farmaceutiche e le biotecnologie stanno investendo nel settore.
Ma il nodo resta aperto, e non è soltanto clinico. Che cosa curano davvero questi trattamenti? La molecola o l’esperienza? La crescita dei dendriti o il terremoto interiore? La biologia o il significato? Forse la risposta, come spesso accade, è meno netta di quanto vorrebbero i campi contrapposti. Ci sono pazienti che durante un’esperienza psichedelica raccontano intuizioni decisive su ferite, traumi, dipendenze, paure. D’altra parte, la neuroplasticità resta un dato biologico concreto, e sarebbe ingenuo pensare che il cervello non conti. Probabilmente le due dimensioni si intrecciano. Forse le sostanze aprono una finestra biologica di cambiamento, e l’esperienza soggettiva decide, in parte, come quella finestra venga attraversata. In fondo, la domanda iniziale rimane intatta, perché le sostanze che alterano lo stato mentale fanno sentire meglio le persone? La risposta, oggi, non è ancora definitiva. Ma una cosa è chiara: la psichiatria sta entrando in una fase nuova, in cui il confine tra chimica, coscienza e cambiamento personale è diventato molto più interessante, e molto meno stabile, di quanto si pensasse solo pochi anni fa.







