Basta pronunciare la parola “patrimoniale” perché una parte dell’élite economica perda subito la calma. È successo ancora con Gabriel Zucman, economista tra i più ascoltati al mondo sul tema delle disuguaglianze fiscali, finito nel mirino dei grandi patrimoni francesi per aver proposto una tassa minima del 2% sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro. Per Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia e patron di LVMH, Zucman sarebbe un “militante di estrema sinistra” deciso a distruggere l’economia liberale. Politico lo ha ribattezzato addirittura “miliardario buster”, cacciatore di miliardari. In realtà, a leggere le sue argomentazioni, l’economista non propone alcuna ghigliottina fiscale. Dice qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più destabilizzante: i super-ricchi devono almeno pagare, in proporzione, quanto paga il resto della popolazione.
Il punto da cui parte Zucman è tanto elementare quanto imbarazzante per qualunque democrazia moderna. I miliardari, in Francia come in Italia e altrove, riescono spesso a versare al fisco una quota del proprio reddito assai più bassa di quella sostenuta dal ceto medio. Questo perché hanno la possibilità di organizzare i propri patrimoni in forme giuridiche e societarie tali da ridurre artificialmente il reddito imponibile quasi a zero. È il cuore del problema. Per Zucman, la grande ricchezza contemporanea non sfugge al fisco grazie a un colpo di genio individuale, ma per la presenza di un sistema che consente di trasformare patrimoni immensi in redditi fiscalmente invisibili. Cita il caso di Bernard Arnault, che avrebbe pagato meno del 2% di tasse sui dividendi ricevuti da LVMH nel 2023. Ricorda Jeff Bezos, che per anni negli Stati Uniti è riuscito a dichiarare un reddito nullo, evitando così l’imposta sul reddito e incassando perfino assegni familiari. Ci troviamo così davanti al paradosso in cui l’uomo qualunque paga più del miliardario.
Da qui nasce la cosiddetta “tassa Zucman”. L’idea è fissare una soglia: sopra i 100 milioni di euro di patrimonio, chi non versa già almeno il 2% del proprio patrimonio in imposte complessive dovrebbe pagare la differenza. Si tratterebbe, quindi, di un meccanismo correttivo, una sorta di imposta minima destinata a impedire che l’ultra-ricchezza continui a sottrarsi alla progressività ordinaria del sistema. Zucman non sta chiedendo di rendere il sistema fiscale particolarmente aggressivo o punitivo verso i miliardari, ma solo il minimo indispensabile per mettere fine alla sua regressività. Se il cittadino medio francese (o italiano) versa, tra imposte dirette, Iva e contributi, circa il 50% del proprio reddito, e i miliardari si fermano intorno al 25%, il sistema ha già smesso da tempo di essere equo.
La situazione attuale è incostituzionale e indifendibile. Nei nostri Paesi esiste il principio di uguaglianza davanti alla legge. In ambito fiscale significa che i più ricchi non dovrebbero pagare meno tasse. Eppure, studi recenti mostrano che proprio questo principio fondamentale oggi viene violato: i miliardari pagano quasi la metà delle imposte rispetto alle altre.
Gabriel Zucman
Le critiche più frequenti alla proposta sono due, e sono sempre le stesse. La prima: una tassa del genere sarebbe confiscatoria; la seconda è che finirebbe per allontanare investimenti e innovazione. Zucman le respinge entrambe. Sul primo punto osserva che i grandi patrimoni rendono in media molto più del 2% all’anno, spesso intorno al 10%. Questo significa che un miliardario continuerebbe comunque ad arricchirsi in modo esponenziale anche dopo aver pagato la tassa. Parlare di esproprio, in queste condizioni, appare più come un riflesso ideologico che come una descrizione economica seria.
Sul secondo punto la sua risposta è ancora più tagliente. L’esilio fiscale, sostiene, non è una legge naturale ma una scelta politica. Gli Stati possono decidere di tollerarlo oppure di limitarlo. Gli Stati Uniti, ad esempio, continuano a tassare i propri cittadini anche quando si trasferiscono all’estero. La Francia e l’Italia no. Eppure nessuno impedisce di introdurre regole che rendano meno conveniente il ricatto dei grandi patrimoni. Zucman propone, ad esempio, che l’imposta minima continui a valere per alcuni anni anche dopo il trasferimento di residenza. Ancora più debole, a suo giudizio, è l’argomento sull’innovazione. L’idea che un giovane brillante rinunci a creare un’impresa perché teme che un giorno, raggiunti i cento milioni di patrimonio, gli verrà chiesto di pagare almeno quanto un cittadino comune, gli sembra semplicemente assurda. Al contrario, osserva, i proventi di una tassazione più equa potrebbero essere reinvestiti in ricerca, istruzione e infrastrutture pubbliche. E cioè proprio in quegli ecosistemi che rendono possibile la nascita dell’innovazione.
L’esilio fiscale non è una legge naturale ma una scelta politica. Gli Stati possono decidere di tollerarlo oppure di limitarlo. Gli Stati Uniti, ad esempio, continuano a tassare i propri cittadini anche quando si trasferiscono all’estero. La Francia e l’Italia no.
Ma forse il dato più interessante è politico. In Francia, secondo i sondaggi, l’85% dei cittadini si dice favorevole alla proposta. È una cifra enorme, trasversale, che rivela quanto la questione fiscale sia tornata al centro del conflitto sociale. Negli ultimi quindici anni, ricorda Zucman, la ricchezza delle 500 persone più ricche di Francia è cresciuta di circa mille miliardi di euro. Nello stesso periodo, però, il dibattito pubblico sul bilancio statale è stato dominato da austerità, tagli, riduzione della spesa sociale, persino ipotesi di soppressione dei giorni festivi. La sensazione diffusa è che i governi chiedano sempre qualcosa agli stessi, evitando sistematicamente di toccare la grande ricchezza.
L’Italia ha 74 miliardari che pagano meno del 20% del loro reddito in tasse, mentre il cittadino italiano medio arriva a pagare circa il 50%. Entrambi i nostri Paesi chiedono a gran voce un sistema fiscale più equo e maggiori finanziamenti per i servizi pubblici.
Gabriel Zucman
Fino a che punto una democrazia può tollerare che la concentrazione della ricchezza cresca senza limiti, mentre il carico fiscale effettivo si sposta sul lavoro dipendente? E quanto può reggere, ancora, il racconto meritocratico di società in cui i più forti sono anche quelli che riescono più facilmente a sottrarsi alle regole comuni?
Zucman legge l’attuale scontro come un segnale incoraggiante. Se i miliardari reagiscono con tanta durezza, dice, è perché sentono che il terreno sotto i piedi si sta muovendo. Del resto la storia fiscale moderna è anche la storia di idee inizialmente giudicate eversive e poi divenute normali. All’inizio del Novecento, quando in Francia si discuteva dell’imposta progressiva sul reddito, i suoi promotori venivano trattati da sovversivi. Poi quella misura è diventata una colonna degli ordinamenti democratici contemporanei. Il punto, allora, non è se una patrimoniale sui grandi patrimoni sia “radicale” nel senso propagandistico del termine, ma se appaia ancora ragionevole difendere un sistema in cui il cittadino medio paga proporzionalmente più del miliardario.
Vale anche per l’Italia, dove il dibattito resta spesso fermo a una soglia puramente emotiva. La sola idea di toccare i grandi patrimoni viene ancora presentata come una bestemmia economica, nonostante il sistema fiscale italiano mostri le stesse distorsioni denunciate in Francia. Anche qui il tema vero non è punire il successo, ma impedire che la ricchezza estrema diventi una zona franca sottratta ai doveri collettivi. La patrimoniale, allora, resta una parola impronunciabile solo per chi continua a considerare intoccabile il privilegio fiscale. Per tutti gli altri, sempre più spesso, è diventata una domanda di giustizia elementare.







