canzoni d'amore vietnam hanoi
Foto: Linh Pham

Nguyen Van Loc, il cantante vietnamita finito in carcere per le canzoni d’amore

Cinquantotto anni fa finì in carcere perché cantava canzoni d’amore. Oggi, a ottantun anni, Nguyen Van Loc continua a eseguire ancora quei brani, con la stessa ostinazione quieta di allora e con una voce che porta addosso il tempo e una fedeltà mai negoziata. In una piccola sala da musica nascosta in una casa di Hanoi, tra fotografie in bianco e nero, lampade di vetro colorato e tazze di tè allo zenzero, Loc si presenta sul palco vestito di bianco, batte due volte il microfono e saluta gli amici seduti davanti a lui. Poi comincia a cantare. Le sue canzoni arrivano da un’altra epoca, da una Hanoi precedente alla guerra e alla censura. Parlano di nostalgia, di città amate, di desiderio, di perdite intime. Parlano della vita privata, che nei regimi ossessionati dalla mobilitazione collettiva diventa sempre sospetta.

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Foto: Linh Pham

Loc è considerato l’ultimo grande interprete di quella musica romantica che fiorì ad Hanoi prima e subito dopo la divisione del Vietnam nel 1954. Un repertorio elegante e malinconico, in cui la poesia vietnamita si intrecciava con melodie che portavano l’eco di Parigi, L’Avana, Honolulu e perfino Detroit. Niente inni, niente eroismo di Stato. Solo sentimenti. E fu proprio questo, durante la guerra del Vietnam, a renderla intollerabile per le autorità del Nord. Il potere comunista la bollò come nhac vang, “musica gialla”, contrapponendola alla “musica rossa” della rivoluzione. Negli anni in cui tutto quello che non serviva alla causa comunista veniva guardato con sospetto, quelle canzoni vennero accusate di fiaccare lo spirito collettivo perché alimentavano una sensibilità considerata decadente.

Nguyen Van Loc nacque nel 1945 ad Hanoi, in una famiglia borghese. Il padre aveva lavorato nell’edilizia per i francesi e, con l’ascesa del nuovo ordine rivoluzionario, quel passato pesò sulla famiglia come un marchio. Loc lasciò la scuola presto e andò a lavorare, ma non smise mai di coltivare la sua vera passione. La musica gli offriva un rifugio e, insieme, una comunità. Nella Hanoi degli anni Sessanta, piccoli gruppi di amici si ritrovavano in case private, attorno a una teiera e a qualche sigaretta, per cantare sottovoce le canzoni proibite. Fu in quel mondo appartato che la polizia arrivò a prenderlo, nel marzo del 1968. La guerra era entrata in una fase feroce. L’offensiva del Tet aveva appena sconvolto il Paese e il regime era deciso a irrigidire ogni forma di controllo. Loc, insieme ai suoi compagni, fu accusato di diffondere una musica moralmente e politicamente pericolosa.

Venne rinchiuso a Hoa Lo, il carcere che i prigionieri americani avrebbero poi soprannominato “Hanoi Hilton”. Dopo mesi di detenzione, le autorità li portarono al Teatro dell’Opera di Hanoi e chiesero loro di eseguire una decina di canzoni. Lui e gli altri pensarono, ingenuamente, che fosse un segnale di apertura, quasi un riconoscimento implicito del valore di quella musica. Invece le registrazioni divennero materiale d’accusa nel processo del 1971. La sentenza fu durissima. A lui toccarono dieci anni, più dei compagni, perché, oltre a suonare, cantava.

Nei campi di lavoro dove fu mandato, chi cantava i brani rivoluzionari otteneva trattamenti meno pesanti e un po’ più di cibo, ma Loc non accettò mai. Continuò a spostare mattoni e a sopravvivere con poco. Tuttavia non smise di cantare. Quando nessuno lo vedeva, scavava una piccola buca nel terreno e vi riversava dentro, quasi sussurrandole alla terra, le melodie che amava. Poi richiudeva tutto. Era il suo modo di non impazzire. Fu liberato nel marzo del 1976, dopo otto anni di prigionia. La guerra era finita e Loc si sposò con una donna che lo aveva ascoltato cantare anni prima, ebbe due figli e continuò a vivere con la musica.

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Foto: Linh Pham

Negli anni della liberalizzazione economica, quando il Vietnam cominciò ad aprirsi, anche quella musica tornò a circolare un po’ di più, soprattutto nella diaspora. Loc provò a esibirsi nei bar, ma gli negarono i permessi. Aprì un locale, ma lo minacciarono di arresto se avesse cantato. Più tardi aprì una serie di caffè musicali, uno dopo l’altro, dedicati a custodire quel repertorio. Tutti, per una ragione o per l’altra, finirono per chiudere. L’ultimo non ha superato la pandemia.

Nel 2017 un’organizzazione culturale lo invitò a tornare a cantare proprio al Teatro dell’Opera di Hanoi, il luogo dove, quasi mezzo secolo prima, la sua musica era stata trasformata in prova d’accusa. Accompagnato dal figlio alla chitarra, Loc eseguì due delle canzoni usate contro di lui nel 1968. Per lui fu un gesto intimo e solenne, quasi una rivincita, anche se finora non ha mai ricevuto un riconoscimento pubblico dell’ingiustizia subita. Anzi, sempre nel 2017, invitato a esibirsi a Ho Chi Minh City, si vide impedire il concerto dalla polizia appena la sala cominciò a riempirsi. Per questo, in quel piccolo locale di Hanoi, davanti a una manciata di amici, il suo gesto ha ancora qualcosa di politico, anche se lui canta soltanto d’amore. A chi lo vuole ancora in silenzio, lui canta ancora, canta sempre, come se la libertà cominciasse da lì.

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