Un dente può cambiare il modo in cui guardiamo ai Neanderthal. Perché da tempo continuiamo a pensare a questi ominidi come a una forma umana adattata alla sopravvivenza, abile nella caccia e nella lavorazione della pietra, ma ancora distante da quella zona sottile in cui la tecnica si intreccia con la cura. Eppure proprio un molare rinvenuto nella grotta di Chagyrskaya, nella Siberia meridionale, sembra suggerire che questa distanza fosse molto meno netta di quanto ci piaccia credere. Quel dente, datato a circa 59 mila anni fa, presenta una cavità profonda che sembra l’esito di un intervento intenzionale sul tessuto dentale. Se questa interpretazione è corretta, ci troveremmo davanti a una forma di odontoiatria invasiva di età paleolitica, con un anticipo impressionante rispetto alle prove finora considerate più antiche.
Per perforare un dente bisogna anzitutto capire che il dolore proviene da lì. Bisogna poi decidere di intervenire, selezionare uno strumento adeguato, maneggiarlo con grande precisione e accettare una procedura lunga e penosa. I ricercatori che hanno studiato il reperto hanno riprodotto i segni osservati sul molare utilizzando trapani di diaspro su denti umani moderni, mostrando che una simile perforazione era tecnicamente possibile e che richiedeva una pressione continua per decine di minuti, fino a raggiungere la dentina e a esporre la camera pulpare. La cosa forse più sorprendente è che il dente mostra segni di uso successivi all’intervento, vale a dire che il malato sopravvisse abbastanza a lungo da continuare a masticare. In un contesto preistorico, questo piccolo dato vale moltissimo. Chi fece il lavoro? Il paziente da solo? Oppure un altro membro del gruppo? L’ipotesi più plausibile è che ci fosse almeno una seconda persona coinvolta, forse persino una terza incaricata di tenere ferma la testa durante la perforazione. È difficile immaginare un’operazione tanto delicata eseguita in completa autonomia, soprattutto su un secondo molare inferiore, in una zona scomoda e poco accessibile.
Il molare di Chagyrskaya si collega a un’immagine più ampia dei Neanderthal che negli ultimi decenni è andata lentamente correggendosi. Non più soltanto cacciatori poderosi e adattati a climi estremi, ma gruppi capaci di attenzione prolungata verso i membri feriti o malati, di uso selettivo delle piante, di una conoscenza empirica del corpo e dell’ambiente. Analisi condotte sulla placca dentale di alcuni fossili hanno individuato tracce di sostanze con effetti antibiotici naturali, come muffe riconducibili alla penicillina, e di composti antidolorifici come quelli presenti nella corteccia di pioppo. Nulla di tutto questo equivale a una farmacologia strutturata, ma sarebbe altrettanto ingenuo ridurlo a semplice casualità alimentare. Il quadro che emerge è quello di una familiarità con la fitoterapia e con ciò che la natura poteva offrire contro il dolore e l’infiammazione.
Resta il fatto che una procedura del genere doveva essere atrocemente dolorosa. Nessuna di quelle sostanze poteva agire come una vera anestesia, se non forse in modo molto locale e molto blando. Anche volendo immaginare l’uso di catrame di betulla, pece di pino, cera d’api o composti vegetali con una certa funzione antisettica o analgesica, il problema non si risolve. Si può forse riempire un foro, proteggerlo, attenuare un’infiammazione, ma arrivare alla polpa di un dente senza anestesia moderna significa attraversare una soglia di dolore che ancora oggi, in condizioni infinitamente migliori, mette a dura prova chiunque. Il paziente accettò — o dovette accettare — un livello di sofferenza che oggi percepiamo come quasi impensabile. Questo ci dà l’idea di quanto fossero duro quel mondo.
Ancora più. interessante, però. è che la scoperta che i Neanderthal, per quanto esposti a condizioni di vita estreme, sembrano avere sofferto meno di carie rispetto a molte popolazioni storiche venute dopo. Il dipende soprattutto dalla dieta. Prima dell’agricoltura, l’alimentazione umana conteneva molti meno carboidrati concentrati e molti meno zuccheri facilmente fermentabili per i batteri orali. È con la domesticazione delle piante, con il predominio dei cereali, con l’amido e con la lavorazione meccanica degli alimenti che la bocca umana entra in una nuova fase della sua storia patologica. Si comincia a mangiare più zucchero e, insieme, a incorporare nelle farine particelle abrasive dovute alla macinazione.
Alla fine, ciò che colpisce davvero non è solo l’ingegnosità tecnica, ma il rovesciamento simbolico che essa impone. Siamo abituati a collocare la medicina e la riflessione sul dolore in una fase avanzata dell’umanità, ma il molare di Chagyrskaya ci obbliga a retrodatare almeno una parte di questa storia. In un mondo duro, senza metalli, senza farmaci, senza scrittura, qualcuno comprese che il dolore aveva una sede e che su quella sede si poteva intervenire. In fondo, tutta la medicina nasce da lì.





