A Teheran, nel seminterrato di un museo nato per aprire l’Iran all’arte del Novecento, è custodita una delle collezioni più sorprendenti e meno conosciute del mondo. Per decenni, opere di Pablo Picasso, Vincent van Gogh, Andy Warhol, Jackson Pollock, Francis Bacon, Salvador Dalí e Henry Moore sono rimaste lontane dagli sguardi del pubblico, avvolte da un’aura quasi leggendaria. Secondo alcune stime, il valore complessivo di questa raccolta supererebbe i tre miliardi di dollari.
Il luogo che la conserva è il Museo d’Arte Contemporanea di Teheran, inaugurato nel 1977 sotto il patrocinio di Farah Pahlavi, ultima imperatrice dell’Iran e grande sostenitrice delle arti. Il museo, progettato dal cugino dell’imperatrice, l’architetto Kamran Diba, nacque con l’ambizione di portare in Iran il grande racconto dell’arte moderna occidentale e, allo stesso tempo, collocare il Paese dentro il circuito culturale internazionale. In pochi anni, grazie anche agli enormi introiti petroliferi degli anni Settanta, Teheran riuscì a costruire una collezione che ancora oggi appare irripetibile.
Dentro quelle sale entrarono lavori che qualsiasi capitale europea o americana avrebbe desiderato possedere. Un Picasso come Il pittore e la sua modella; il ritratto di Farah Pahlavi firmato da Andy Warhol, raro esempio di incontro tra pop art e iconografia del potere iraniano; le figure contorte di Francis Bacon; i paesaggi interiori di van Gogh; l’energia pittorica di Pollock; le forme monumentali di Henry Moore. Una vera capsula del tempo del Novecento, costruita nel cuore di un Paese che pochi anni dopo avrebbe cambiato radicalmente volto.

La rivoluzione islamica del 1979 interruppe bruscamente questo progetto culturale. Con la caduta dello scià e l’ascesa della Repubblica islamica, molte opere furono giudicate inadatte all’esposizione pubblica (come il dipinto di Renoir Gabrielle con la camicetta aperta considerato scandaloso). La nudità, il contenuto erotico, l’estetica occidentale, ma anche il semplice legame politico con la monarchia bastavano a renderle problematiche. Il ritratto di Farah Pahlavi, per esempio, divenne un simbolo troppo ingombrante del vecchio regime, venendo persino sfregiato con un coltello. E così una parte consistente della collezione scomparve nelle riserve del museo, dove rimase per anni, quasi fuori dal tempo. Solo alla fine degli anni Novanta, durante la presidenza riformista di Mohammad Khatami, il museo ha ritrovato una visibilità culturale più ampia e alcune opere sono tornate, almeno temporaneamente, in circolazione.
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso di nuovo. La mostra Eye to Eye, inaugurata nell’ottobre del 2024 e prorogata più volte fino al gennaio 2025 per l’afflusso straordinario di visitatori, ha rappresentato uno dei momenti più importanti nella storia recente del museo. Più di quindici opere sono state mostrate al pubblico per la prima volta. Tra queste anche una scultura di Jean Dubuffet, mai esposta prima in Iran. È stato un evento culturale di grande peso, forse il più rilevante mai organizzato dal museo in termini di partecipazione e di impatto simbolico. La forza di quella mostra stava anche nei suoi cortocircuiti visivi e storici. In una sala del seminterrato, opere di Francis Bacon convivevano con un ritratto dell’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica. Su una parete, corpi nudi e tensione carnale; su quella opposta, il volto austero dell’uomo che incarnò la rivoluzione.
Tra i pezzi più celebrati della collezione figura proprio Il pittore e la sua modella di Picasso, entrato a Teheran nel 1977 grazie a un acquisto sostenuto dagli introiti del petrolio, in un momento in cui lo scià voleva trasformare la capitale iraniana in un centro culturale di respiro globale. Secondo diversi studiosi, quest’opera non è solo un capolavoro in sé, ma un passaggio decisivo nell’evoluzione del linguaggio pittorico di Picasso. C’è chi arriva a sostenere che senza le innovazioni presenti in questo quadro non sarebbe stato concepibile neppure Guernica. È una valutazione forte, certo, ma basta a far capire il rilievo del dipinto.
La storia di questa collezione, del resto, è inseparabile dalla storia geopolitica del Novecento. L’embargo petrolifero del 1973 arricchì enormemente l’Iran e rese possibile una stagione di acquisizioni irripetibile. Il petrolio trasformò Teheran, almeno per un breve momento, in una capitale dell’arte capace di competere con New York e con l’Europa. Poi la rivoluzione, la guerra, l’isolamento internazionale e la censura cambiarono tutto. Le tensioni internazionali e gli avvisi dei governi occidentali contro i viaggi in Iran rendono difficile immaginare un vero flusso di visitatori stranieri. Così una delle più importanti raccolte di arte moderna fuori dall’Occidente continua a esistere in una sorta di invisibilità forzata. Ed è proprio questo a renderla così affascinante perché c’è un intero capitolo della modernità che continua a chiedere di essere visto.







