crisi calcio italiano

Il calcio italiano ha bisogno di un nuovo patto tra professionismo e dilettantismo

La crisi del calcio italiano viene raccontata quasi sempre attraverso i suoi sintomi più visibili: i risultati delle nazionali, la fatica dei club a reggere il confronto europeo, il ritardo infrastrutturale e la dipendenza economica dai diritti televisivi. Tutto vero, ma se si vuole capire davvero dove la struttura si indebolisce, bisogna guardare più in basso, molto prima della Serie A e molto prima delle grandi narrazioni sul talento perduto.Bisogna guardare ai settori giovanili, al dilettantismo, alla catena di formazione che dovrebbe alimentare il calcio professionistico e che invece, in Italia, appare sempre più povera di risorse e di visione. È lì che si misura, prima ancora dei risultati, la qualità di una cultura sportiva.

L’idea che il successo calcistico dipenda soprattutto dall’occhio fortunato del selezionatore o dalla casuale emersione di qualche fuoriclasse è una semplificazione profondamente ingannevole. Se il rendimento di una nazionale o di un movimento calcistico fosse davvero il semplice prodotto della probabilità statistica, allora i Paesi più popolosi del mondo dominerebbero con relativa costanza i tornei internazionali. Sappiamo che non è così. A rovesciare questa aspettativa intervengono due fattori decisivi: l’investimento e la cultura. Il talento non basta se non esiste un sistema capace di riconoscerlo e sostenerlo. Ed qui che l’Italia, oggi, sta fallendo miseramente.

I numeri

Un terzo dei giovani non pratica sport per ragioni che intrecciano fattori economici, sociali, culturali e infrastrutturali, e circa un dieci per cento individua nei costi il principale ostacolo (ICSC 2024). Un radiografia atroce del nostro Paese: se l’accesso allo sport si contrae, se l’attività motoria diventa meno disponibile proprio nelle fasce che avrebbero più bisogno di luoghi associativi e formativi, allora il problema supera di molto i confini del calcio. E tuttavia, nel calcio, tutto questo si vede con particolare nettezza, perché la sua centralità simbolica rende più evidente la sproporzione tra il racconto nazionale che continua a farne lo sport per eccellenza e la realtà materiale delle sue basi. Come spesso accade in Italia, questa fragilità segue anche una geografia precisa. Le infrastrutture sportive presenti nel Mezzogiorno rappresentano appena il ventisette per cento del totale nazionale, su un patrimonio di circa ottantamila impianti, e più della metà delle strutture completamente non funzionanti si trova proprio al Sud.

La minore incidenza dei tesserati maschi under 16 rispetto alla popolazione della stessa fascia d’età nel Sud e nelle Isole, così come il peso ridotto dei convocati provenienti da quelle aree nelle nazionali maschili a undici del 2023-24, confermano che il problema non riguarda un singolo anello della catena, ma l’intera filiera di accesso e crescita (Report Calcio 2025 FIGC).

Ma il dato forse più severo riguarda il rapporto che il calcio professionistico italiano intrattiene con i propri stessi vivai. Quest’anno in Serie A i giocatori formati internamente hanno ricevuto in media appena il 5,58 per cento del minutaggio totale, e ci sono almeno sei club che non hanno schierato neppure un calciatore cresciuto nella propria accademia. È difficile immaginare un indicatore più eloquente della sfiducia che il sistema nutre verso il proprio investimento formativo. Si può discutere all’infinito di tattica, di modelli di gioco, di allenatori, di strategie di mercato, ma quando un’élite calcistica utilizza in modo così marginale i propri prodotti interni, vuol dire che il sistema è marcio alla base.

La ricetta francese

È qui che il caso francese merita attenzione. Dopo il successo del 2018, la Francia avrebbe potuto limitarsi a celebrare se stessa e godere della rendita simbolica del titolo mondiale, invece ha fatto qualcosa di più intelligente: ha guardato sotto la superficie della vittoria e ha riconosciuto la fragilità del proprio settore dilettantisco. Sovvenzioni pubbliche insufficienti, difficoltà amministrative, impianti invecchiati, diminuzione dei volontari, aumento generalizzato dei costi, fallimenti di club soprattutto nelle aree rurali: la diagnosi era ampia e realistica. Ed era chiaro che, senza un intervento sul calcio di base, l’intera piramide avrebbe cominciato a perdere tenuta.

La risposta fu la creazione del Fonds d’aide au foot amateur, il FAFA, nato dalla collaborazione tra la Federazione francese, la lega professionistica e quella amatoriale, con l’obiettivo di rafforzare il principio di solidarietà tra calcio professionistico e dilettantistico. Al debutto, il FAFA disponeva di quindici milioni di euro, provenienti da fonti diverse: dieci milioni dal Centro Nazionale per lo sviluppo dello Sport, poi sostituito dall’Agenzia Nazionale dello Sport, un milione e mezzo direttamente dallo Stato, un milione legato alla vittoria mondiale e il resto assicurato dai partner commerciali della federazione. Per la stagione in corso la dotazione è salita a circa diciassette milioni. La cosa più interessante, però, è la convinzione che il calcio d’élite non possa prosperare a lungo se non restituisce parte delle proprie risorse al tessuto che ne rende possibile l’esistenza.

La domanda, allora, non è se l’Italia debba copiare la Francia, ma se sia finalmente pronta a prendere sul serio la stessa logica. Un fondo gestito dalla federazione, con il coinvolgimento coordinato di Serie A, Serie B e Lega Pro, non appare affatto una proposta irrealistica. I margini finanziari esistono, se solo si smette di considerarli intoccabili. Destinare anche soltanto l’uno per cento annuo dei ricavi dei diritti televisivi della Serie A significherebbe generare undici milioni di euro; a questo si potrebbero aggiungere le risorse provenienti dal programma HatTrick della UEFA, che fino al 2028 garantisce alla FIGC circa 4,5 milioni l’anno per infrastrutture, lotta al match fixing, formazione di allenatori, dirigenti e arbitri, sviluppo del calcio femminile e responsabilità sociale. Se poi si introducesse una politica più coerente di tassazione e controllo sulle scommesse sportive, che nel solo calcio hanno raggiunto un volume d’affari di circa sedici miliardi nella stagione 2024, si potrebbero reperire ulteriori somme da reimmettere nel sistema in forma di investimento strutturale.

E la Coppa Italia?

Oggi la Federcalcio italiana è l’unica, tra le prime cinque federazioni europee, a non organizzare direttamente la propria coppa federale, da decenni affidata di fatto alla Lega di Serie A e trasformata in una competizione che assomiglia molto più a una coppa di lega che a un vero strumento federale. Ripensarla in chiave diversa non significherebbe solo recuperare una titolarità simbolica, ma anche aprire un canale di produzione di valore più ampio per la federazione e, indirettamente, per i club delle categorie inferiori, che potrebbero beneficiare di maggiori risorse commerciali e visibilità, reinvestendole in infrastrutture e settori giovanili. Il punto, ancora una volta, non è il singolo intervento, ma la capacità di costruire un ecosistema in cui il professionismo non viva come un mondo separato e autosufficiente, bensì come l’apice di una piramide davvero connessa alla propria base.

In ogni caso, se non si investe in infrastrutture, se non si riducono le barriere economiche di accesso, se non si riequilibra territorialmente la distribuzione delle opportunità, se non si premiano davvero i club che formano e schierano giovani cresciuti in casa, allora il problema continuerà a persistere in maniera sempre più grave con la progressiva perdita di una cultura calcistica diffusa, popolare, educativa, che è l’unico terreno su cui i talenti possono nascere davvero.

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