Per decenni Josef Mengele fu l’assenza più ingombrante del dopoguerra, il criminale che tutti cercavano e che nessuno riuscì mai a trascinare davanti a un tribunale. Magistrati, cacciatori di nazisti, servizi segreti, sopravvissuti alla Shoah inseguirono a lungo la sua ombra. Lo cercò Fritz Bauer, il procuratore tedesco che contribuì alla cattura di Adolf Eichmann. Lo cercò Simon Wiesenthal. Lo cercò anche il Mossad. Eppure il medico di Auschwitz, l’uomo che la storia avrebbe consegnato all’infamia come l’“Angelo della morte”, riuscì a sottrarsi alla giustizia fino all’ultimo giorno della sua vita.
Ad Auschwitz, nella Polonia occupata dai nazisti, Mengele era stato medico delle SS. Partecipava alle selezioni all’arrivo dei convogli, decidendo chi sarebbe stato destinato al lavoro forzato e chi, invece, alle camere a gas. Ma il suo nome è rimasto scolpito nella memoria soprattutto per gli esperimenti condotti sui deportati, in particolare sui gemelli, ridotti a cavie umane in nome di una pseudoscienza razziale che univa ossessione biologica e fanatismo ideologico. Dopo la guerra, come molti altri gerarchi e funzionari del Terzo Reich, riuscì a scomparire. Cambiò identità, si inserì nelle reti di fuga che permisero a numerosi nazisti di lasciare l’Europa e ottenne documenti di viaggio della Croce Rossa sotto falso nome presso il consolato svizzero di Genova. Anni dopo, la stessa Croce Rossa avrebbe riconosciuto quel fallimento e chiesto scusa.
Nel 1949 Mengele arrivò in Argentina. Da lì si spostò poi tra Paraguay e Brasile, protetto da una rete di ex nazisti e governi pronti a voltarsi dall’altra parte. Morì nel 1979 in Brasile, dopo un malore mentre nuotava, senza essere mai stato processato. Fu sepolto sotto falso nome. Solo nel 1985 il suo corpo venne riesumato, e soltanto nel 1992 le analisi del DNA confermarono la sua identità. Ma la sua fuga non riguarda soltanto il Sud America, perché il Servizio federale di intelligence svizzero ha annunciato che renderà accessibili i fascicoli segreti su Mengele, custoditi negli archivi federali e rimasti finora inaccessibili. La decisione è maturata dopo anni di richieste e dopo il ricorso legale dello storico Gérard Wettstein, anche se non esiste ancora una data precisa per l’apertura dei documenti, né è chiaro in quale forma verranno messi a disposizione degli studiosi e del pubblico.
Che il legame tra Mengele e la Svizzera non fosse marginale è noto almeno dagli anni Ottanta. Sebbene avesse lasciato l’Europa nel 1949, nel 1956 trascorse una vacanza nelle Alpi svizzere con il figlio Rolf. Ufficialmente, dopo quell’episodio, non sarebbe più tornato nel continente europeo, ma su questo punto gli storici hanno sempre nutrito dubbi. La storica svizzera Regula Bochsler, in particolare, si è chiesta per anni se Mengele non sia rientrato in Svizzera anche dopo il 1959, cioè dopo l’emissione di un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti.
Nel giugno del 1961, i servizi segreti austriaci avvertirono la Svizzera che Mengele viaggiava sotto falsa identità e che avrebbe potuto trovarsi nel Paese. Nello stesso periodo, la moglie affittò un appartamento a Zurigo e presentò domanda di residenza permanente. L’alloggio si trovava in un quartiere modesto, sorprendentemente inferiore al tenore economico della famiglia, ma era vicino all’aeroporto internazionale. Bochsler è riuscita a consultare alcuni fascicoli della polizia di Zurigo dai quali emerge che, nel 1961, quell’appartamento fu posto sotto sorveglianza. Gli agenti videro la moglie di Mengele alla guida di una Volkswagen insieme a un uomo mai identificato con certezza. Era lui? È questa la domanda che da anni tormenta gli storici. Se si, la Svizzera avrebbe avuto sotto gli occhi uno dei criminali nazisti più ricercati al mondo senza riuscire, o senza voler riuscire, a fermarlo.
Ma dopo l’annuncio dell’Intelligence, non tutti si aspettano rivelazioni clamorose. Sacha Zala, presidente della Società Svizzera di Storia, ritiene possibile che in quelle carte vi sia meno materiale su Mengele di quanto si speri. Jakob Tanner, storico che negli anni Novanta fece parte della Commissione Bergier incaricata di indagare i rapporti tra la Svizzera neutrale e la Germania nazista, ha osservato che la vicenda dice forse più sulla Svizzera che su Mengele. In gioco c’è infatti il conflitto tra trasparenza storica e ragion di Stato. E in Svizzera, spesso, la seconda ha prevalso sulla prima. Il tema è particolarmente delicato perché tocca un nervo scoperto della memoria nazionale elvetica. Dagli anni Novanta in poi, il Paese ha dovuto confrontarsi con il proprio ruolo durante la Seconda guerra mondiale: i rifugiati ebrei respinti alle frontiere, i rapporti economici con il Terzo Reich, i capitali depositati nelle banche svizzere appartenuti a famiglie poi sterminate nei campi.
Nel 1999, uno storico della Commissione Bergier riuscì per un breve periodo a consultare alcune carte sul caso. La conclusione cui giunse fu che non era possibile né provare né escludere con certezza la presenza di Mengele in Svizzera nel 1961. Ma quella valutazione rimase confinata a poche righe dentro un rapporto monumentale di ventiquattro volumi. Poi i fascicoli tornarono al silenzio. La loro riapertura avviene oggi in un clima storico molto diverso, in cui la memoria della Shoah viene sempre più spesso banalizzata o manipolata. Il Comitato Internazionale di Auschwitz ha accolto favorevolmente la decisione svizzera, ricordando che il nome di Mengele continua a evocare orrore tra i sopravvissuti e che la sua figura viene ancora distorta o persino caricata di una sinistra fascinazione in ambienti dell’estrema destra.
Le domanda, in fondo, restano immutate: Mengele fu davvero in Svizzera nel 1961? Le autorità non riuscirono a identificarlo? Oppure preferirono non vedere, per evitare l’esplosione diplomatica che avrebbe comportato l’arresto, sul proprio territorio, di uno dei più noti criminali nazisit? Forse i fascicoli non offriranno una risposta definitiva. Forse arriveranno mutilati da omissis e oscuramenti, come temono Bochsler e Wettstein, ma la loro apertura ha comunque un peso storico che va oltre il singolo dettaglio perché costringe la Svizzera a misurarsi con una delle sue zone grigie.
Mengele morì senza che la giustizia riuscì mai a raggiungerlo, ma gli archivi, se saranno davvero aperti, possono ancora compiere ciò che i tribunali non fecero: ricostruire la rete di silenzi e complicità che consentì all’“Angelo della morte” di vivere libero fino alla fine.





