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Leone XIV e l’intelligenza artificiale come nuova questione sociale

Con la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, papa Leone XIV ha scelto di entrare nel dibattito sull’intelligenza artificiale come interprete di una frattura storica che tocca insieme il lavoro e la dignità umana. Il documento, lungo oltre quarantaduemila parole, non si limita infatti a registrare le paure ormai divenute familiari attorno all’automazione o alla manipolazione dell’informazione dell’AI, ma prova a ricondurre queste inquietudini dentro una visione più ampia, nella quale la questione tecnologica torna a essere una questione antropologica e sociale. La scelta non sorprende del tutto, se si considera il percorso già avviato da Leone fin dai primi giorni del pontificato. Già al secondo giorno aveva indicato nell’intelligenza artificiale uno dei luoghi decisivi in cui si sarebbe misurata la capacità della Chiesa di difendere la dignità umana, la giustizia e il lavoro in un mondo trasformato dalla tecnica; da allora il papa è tornato più volte sul tema, prima in Turchia e in Libano, poi nei discorsi rivolti ai rettori delle università cattoliche, e infine perfino in occasione della giornata internazionale della matematica, fino alla recente istituzione in Vaticano di una commissione di alti funzionari cattolici incaricata di riflettere stabilmente sulle sfide poste dall’AI. L’enciclica nasce quindi come il punto di maturazione di una preoccupazione ormai strutturale del suo pontificato.

Il testo è stato presentato dal papa insieme a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, in una scena in cui il capo della Chiesa cattolica romana e una delle figure più note dell’industria che sta contribuendo a ridefinire il rapporto tra conoscenza e potere lavorano su un terreno comune da cui pensare il futuro. Leone ha dichiarato che le sue convinzioni si erano formate anche attraverso il confronto con scienziati e leader politici, e ha citato proprio Olah come interlocutore con cui trovare “una via per l’umanità in quest’epoca di intelligenza artificiale”.

Il cuore dell’enciclica, in effetti, non sta in una condanna indiscriminata dell’innovazione. Leone scrive esplicitamente che la tecnologia non va considerata, in sé, una forza antagonista all’umanità. Ma proprio questa premessa gli consente di formulare con maggiore precisione il suo vero timore: che il sistema economico e politico entro cui l’intelligenza artificiale viene sviluppata e dispiegata finisca per trattare l’essere umano come una presenza sostituibile di fronte alla promessa di efficienza e profitto. L’argomento centrale non è, dunque, che l’AI sia “contro” l’uomo in termini metafisici, ma che possa diventarlo in termini storici, se la sua adozione sarà governata esclusivamente dalla ricerca di vantaggi economici e geopolitici. Da qui la frase forse più significativa dell’intero documento:

La ricerca di maggiori profitti non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente posti di lavoro.

In una delle sue pagine più forti, Leone ribadisce che il lavoro non è un semplice mezzo di sostentamento, ma una “esigenza della condizione umana”, una via ordinaria verso lo sviluppo e la realizzazione personale. È qui che l’enciclica rivela con più chiarezza la sua genealogia intellettuale. Firmata formalmente il 15 maggio, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, essa si inscrive consapevolmente nella grande tradizione della dottrina sociale cattolica inaugurata alla fine dell’Ottocento per rispondere alle lacerazioni della rivoluzione industriale. Laddove Leone XIII aveva difeso la dignità della classe operaia contro l’avidità di chi usava gli esseri umani come meri strumenti di arricchimento, Leone XIV vede oggi profilarsi una nuova versione della stessa minaccia.

Leone chiede una regolamentazione governativa delle aziende private che guidano lo sviluppo dell’AI, invoca tutele e programmi di riqualificazione per i lavoratori i cui impieghi sono a rischio, insiste sull’importanza di un’istruzione capace di formare studenti in grado di pensare criticamente alla tecnologia, e domanda salvaguardie rigorose perché resti l’essere umano, e non la macchina, il soggetto responsabile ultimo nelle decisioni relative all’uso delle armi. Si potrebbe dire che, in più di un passaggio, il testo assomigli deliberatamente a un documento programmatico, a una piattaforma di intervento pubblico più che a una meditazione puramente spirituale, ma sarebbe una lettura riduttiva, perché proprio questa concretezza normativa deriva da un impianto teologico e antropologico molto netto in cui la tecnica è legittima solo finché rimane subordinata a una visione del bene comune che non consenta di separare l’efficienza dall’umano.

Non è un caso che, accanto al lavoro, un secondo grande asse del documento sia quello dell’infanzia e della formazione. Leone dedica ampio spazio ai bambini e agli adolescenti, che considera particolarmente vulnerabili agli effetti distorsivi dell’ecosistema digitale contemporaneo, tanto più quando contenuti violenti, ipersessualizzati o semplicemente falsi vengono prodotti e diffusi con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Il papa assume come riferimento una vasta letteratura psicologica e psichiatrica che segnala l’impatto negativo dell’esposizione precoce e non supervisionata ai dispositivi digitali e ai social media sul sonno, sulla capacità di attenzione, sul controllo delle emozioni e sulle relazioni, soprattutto nelle fasi più delicate della crescita. Anche in questo caso, però, ciò che colpisce non è soltanto il richiamo prudenziale, ma la volontà di ricondurre la questione educativa a una domanda di fondo sulla libertà umana: quale tipo di persona, quale tipo di coscienza, quale tipo di legame sociale può emergere da una civiltà che delega sempre più precocemente la formazione del linguaggio e del desiderio a sistemi tecnici opachi e potentissimi?

Un capitolo altrettanto significativo riguarda le armi e l’uso militare dell’AI. Leone ribadisce con particolare nettezza una posizione già radicata nel magistero recente, ma la estende dentro il quadro nuovo della guerra algoritmica. L’aumento della facilità con cui le nuove armi robotizzate possono essere impiegate, scrive, rende la guerra più “fattibile” e meno sottoposta al controllo umano, contraddicendo il principio per cui la forza armata dovrebbe essere davvero l’ultima risorsa in casi di legittima difesa. Il vero pericolo non è soltanto che le macchine uccidano, ma che la distanza tecnica riduca il peso morale della decisione di uccidere, rendendo la guerra più accessibile psicologicamente e più gestibile burocraticamente.

Inoltre, in una sezione dedicata alla schiavitù, Leone compie una scusa personale per il mancato rifiuto, da parte del papato, di forme precedenti di schiavitù e per il sostegno offerto in passato a governanti che la praticavano. Giovanni Paolo II, nel 1985, aveva già chiesto perdono per il ruolo dei cristiani nella perpetuazione della tratta degli schiavi, ma senza menzionare in modo esplicito il ruolo del Vaticano. Qui invece la formulazione è più diretta, e acquista un rilievo particolare proprio dentro un’enciclica che si interroga sui rapporti tra tecnica e potere.

Quanto all’efficacia concreta dell’enciclica, il giudizio resta necessariamente più incerto. Alcuni osservatori ritengono che il settore tecnologico non potrà ignorarla del tutto, soprattutto perché offre una cornice morale ampia senza pretendere di sostituirsi direttamente alla politica, e dunque fornisce, a chi vuole usarla, un imperativo etico difficilmente liquidabile come semplice moralismo esterno. Altri sono più scettici e pensano che i grandi attori della Silicon Valley presteranno al documento un’attenzione limitata, mentre il suo effetto più significativo si produrrà all’interno della Chiesa, tra vescovi, sacerdoti, formatori e comunità cattoliche chiamate a orientarsi in una vita quotidiana sempre più compressa dalle pressioni tecnologiche. È probabile che entrambe le valutazioni contengano una parte di verità, ma ridurre la portata del testo alla sua immediata capacità di incidere sulle scelte delle aziende sarebbe, in ogni caso, un errore. Le encicliche non sono decreti regolatori, né piani industriali. Operano su un altro livello, ridisegnano il lessico con cui una civiltà pensa se stessa, e talvolta riescono a restituire alle parole — lavoro, dignità, responsabilità, progresso — una densità che il linguaggio pubblico ha consumato.

E nel mezzo di un dibattito spesso oscillante tra entusiasmo imprenditoriale, angoscia apocalittica e fascinazione tecnocratica, Leone XIV propone di guardare all’intelligenza artificiale non solo come a un insieme di strumenti potenti, ma come al luogo in cui si decide quale immagine dell’uomo una società intenda ancora difendere. La domanda che attraversa l’enciclica, in fondo, è più antica e più radicale della tecnologia che l’ha provocata: se il progresso non custodisce la persona, è ancora progresso? E se una civiltà tecnicamente avanzata accetta che milioni di esseri umani divengano superflui, quale idea di umanità sta davvero sviluppando?

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