Da bambino, Khvicha Kvaratskhelia passava i pomeriggi ad aspettare che le mele crescessero. Le estati le trascorreva a Tsalenjikha, la città d’origine della sua famiglia, nell’ovest della Georgia, ai margini del Caucaso, dove il tempo sembra ancora seguire il ritmo dei raccolti e dei fiumi. Lì, tra la casa di famiglia e l’acqua, c’era uno spazio verde che per un bambino aveva il valore di uno stadio. Sarebbe stato il campo perfetto, se non fosse stato per quel cancello di ferro all’ingresso, decorato con punte metalliche abbastanza affilate da squarciare un pallone al primo tiro sbagliato. Suo padre Badri, che di palloni bucati ne aveva già pianti abbastanza quando era lui il ragazzo di casa, lo mise in guardia subito. Ma Khvicha ogni estate raccoglieva le prime mele dell’albero e le infilava sulle punte del cancello. Se il pallone finiva contro di esse, rimbalzava via senza rompersi.
Oggi quel bambino ha venticinque anni, veste la maglia del Paris Saint-Germain, è il talento più puro della nuova Georgia calcistica e si presenta all’ultima curva della stagione da protagonista di un’altra annata enorme. In Ligue 1 ha chiuso con 17 gol e 4 assist, numeri che fotografano bene il peso che ha avuto nel sistema offensivo parigino. In Champions League ha fatto persino di più: 15 presenze, 10 gol e 6 assist, cifre da giocatore ormai pienamente continentale, non più solo talento da ammirare ma uomo da partite decisive. E con il PSG ha trascinato la squadra fino a una seconda finale consecutiva di Champions.
La sua storia, però, continua ad avere qualcosa di profondamente georgiano. Non solo per la lingua, per i volti, per la famiglia, ma per un certo modo di stare al mondo. I Kvaratskhelia appartengono alla cultura mingreliana, radicata nella regione di Samegrelo. Badri la racconta come una civiltà di montagna, quindi orgogliosa e poco incline ai giri di parole. Una di quelle culture in cui una stretta di mano vale più di una firma. È dentro questo paesaggio che bisogna leggere Kvaratskhelia. Non soltanto come ala moderna, elegante e imprevedibile, ma come prodotto di una disciplina emotiva severa, quasi antica. Da qui nasce forse anche quella sua aria sempre trattenuta, quella gioia mai completamente esibita, quella tendenza a vivere le grandi serate come tappe intermedie e non come approdi. La famiglia conserva ancora un VHS girato da sua madre Maka in cui si vede Badri che segna una tripletta con lo Shamkir, in Azerbaigian, nelle qualificazioni di Champions League. E poi Khvicha che subito dopo usciva a replicare i calci piazzati del padre. Più tardi, quando la vita della famiglia si fece difficile e Badri ebbe bisogno di un intervento al cuore, fu il primo vero stipendio del figlio a pagare l’operazione che gli salvò la vita. È uno di quei passaggi che spiegano più di tanti discorsi perché, in casa Kvaratskhelia, il calcio è sempre stato, nel senso più letterale, una questione di sopravvivenza.
Quando la Dinamo Tbilisi lo notò, Kvaratskhelia aveva dieci anni. Il capo scout Temur Ugrekhelidze, che nel corso degli anni avrebbe intercettato molti dei futuri volti della nazionale georgiana, non si innamorò subito della sua superiorità tecnica in senso classico, ma ciò che lo colpì fu il coraggio. Se perdeva un uno contro uno, Khvicha ci riprovava. E insisteva ancora e ancora. All’inizio, però, nell’accademia della Dinamo non era nemmeno considerato il migliore della sua generazione. Era ancora esile, poco sviluppato fisicamente. La sua crescita è stata meno lineare di quanto oggi possa sembrare. Anche questo conta. Perché la narrativa del predestinato rischia spesso di cancellare la parte più vera. Ha attraversato un’adolescenza economicamente complicata, con il padre costretto a lavorare lontano e la madre a tornare temporaneamente a Tsalenjikha. Nell’accademia della Dinamo gli trovarono una sistemazione stabile anche fuori regolamento, proprio perché chi lo allenava intuiva che, per non spezzarsi, quel talento aveva bisogno di essere protetto. Fu in quegli anni che cominciò a formarsi il ragazzo che oggi si vede a Parigi. Alla Dinamo, dove si chiedeva agli esterni di lavorare anche senza palla, ha imparato che il talento non esonera dal dovere.
Negli anni di Napoli il suo calcio è diventato una rivelazione internazionale. La città lo ha adottato come una figura quasi mitologica, prima Kvaradona e poi Kvaravaggio, trovando nei suoi strappi e nelle sue curve una parentela immediata con il proprio immaginario. Ma il passaggio al PSG lo ha portato in un’altra dimensione. A Parigi non era più soltanto il talento da proteggere o l’idolo di una squadra in cerca di un nuovo volto: è diventato il giocatore simbolo di una delle squadre più forti del mondo. I numeri lo raccontano bene, ma non lo esauriscono perché quest’anno è stato molto più di una somma di gol e assist. In Champions, per esempio, il suo impatto si è fatto quasi chirurgico: già a marzo il PSG sottolineava come avesse raggiunto 11 partecipazioni dirette a gol nell’edizione europea, diventando uno dei giocatori più incisivi del torneo; a fine aprile aveva già toccato quota 10 gol, secondo parigino di sempre a riuscirci dopo Ibrahimović. Ma ciò che colpisce davvero è come il suo calcio continui a conservare qualcosa di domestico, dentro il gigantismo del PSG. La sua famiglia è rimasta in Georgia. La sua compagna studia medicina. Il loro bambino cresce lontano dalle luci di Parigi. Fuori dal campo, raccontano i genitori, Khvicha resta un ragazzo timido, persino impacciato. Badri ricorda ancora quando, dopo una partita con il Liverpool ai tempi del Napoli, gli chiese di procurargli la maglia di Virgil van Dijk e il figlio non ebbe il coraggio di domandarla.
A Tbilisi il suo volto campeggia sui cartelloni pubblicitari. È una figura di unità in un paese spesso lacerato da tensioni politiche e da fragilità strutturali. Dopo l’ultimo Europeo, l’accademia della Dinamo ha registrato un’esplosione di richieste di iscrizione. Il successo della nazionale, costruito in larga parte sulle spalle della generazione cresciuta in casa, ha prodotto un effetto immediato. E dentro questo slancio collettivo c’è anche la storia di suo fratello minore, Tornike, anche lui ala, anche lui alto e slanciato, anche lui passato per la Dinamo. Gli allenatori lo osservano con attenzione, i paragoni sono inevitabili, ma nessuno osa ancora forzarli. Sarebbe ingiusto per lui e persino per Khvicha, perché una storia come questa non si replica per decreto.
Resta allora il punto più affascinante. Kvaratskhelia ha già vinto in Italia, ha già alzato il livello a Parigi, ha già trasformato il suo nome in una sigla identitaria per un’intera nazione calcistica. Eppure chi gli sta vicino racconta che continua a comportarsi come se nulla fosse. Il calcio, a volte, produce giocatori che sembrano arrivare da un laboratorio mediatico. Kvaratskhelia no. In lui si avverte ancora la terra, il giardino spelacchiato, il metallo, il nastro della VHS, i campetti duri di Tbilisi, le ansie di una famiglia che ha fatto del pallone una possibilità concreta di riscatto. È questo che continua a renderlo diverso anche ora che gioca nel club più globale di tutti.







