In Islanda il centro della vita sociale è la piscina. O meglio, quel piccolo universo fatto di acqua calda, vasche idromassaggio che da generazioni scandisce la quotidianità del Paese. A dicembre 2025 questa tradizione è stata inserita dall’UNESCO nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, il primo riconoscimento ottenuto dall’Islanda in questo ambito. L’organizzazione l’ha definita una pratica viva, radicata nella comunità, nell’inclusione e nel benessere collettivo. Per molti islandesi, però, il riconoscimento ha avuto un retrogusto ambiguo. Da un lato c’è l’orgoglio di vedere consacrata una consuetudine che appartiene davvero al tessuto del Paese; dall’altro, la paura che un segreto custodito fin troppo bene venga trasformato nell’ennesima tappa obbligata per visitatori in cerca di esperienze “autentiche”. È il paradosso di ogni consacrazione culturale: ciò che viene protetto rischia, proprio per questo, di diventare merce esposta. Lo riconosce la stessa UNESCO, che ammette come questi riconoscimenti possano aumentare la visibilità di una pratica e, in certi casi, produrre pressioni sul luogo e sulla comunità che dovrebbero invece salvaguardare.
La cosa si capisce bene a Reykjavik, dove le piscine pubbliche non sono attrazioni ma abitudini. Si va per stare insieme, per riscaldarsi, ma anche per parlare e per passare insieme l’inverno. In Islanda il verbo “andare in piscina” è più vicino al significato del chiacchierare che all’atto sportivo, come lo intendiamo noi. Più che fare vasche, gli islandesi vanno in piscina per “stare insieme”.
Le ragioni storiche, del resto, sono profondissime. Le piscine all’aperto riscaldate geotermicamente si diffusero per necessità prima ancora che per piacere. In un’isola battuta dall’oceano, dove per secoli il rapporto con il mare ha significato anche pericolo e annegamenti, imparare a nuotare divenne una questione di sicurezza pubblica. Oggi le lezioni di nuoto fanno parte del percorso scolastico e il numero di piscine disseminate nel Paese (circa 160 secondo diverse stime recenti) racconta quanto questa cultura sia penetrata nella vita quotidiana: in una nazione di poco più di 400 mila abitanti, vuol dire una piscina ogni circa 2.500 persone. Questa rete di impianti, quasi tutti pubblici, ha prodotto un vero “terzo luogo”, uno spazio accessibile, interclassista, poco spettacolare e per questo prezioso. Ci vanno gli anziani la mattina presto, i genitori con i figli nel pomeriggio, i ragazzi la sera, chi vuole nuotare sul serio e chi invece vuole soltanto restare seduto in acqua calda a discutere del tempo, del governo e della vita del quartiere. Alcuni islandesi la spiegano così: voi andate al pub, noi andiamo in piscina.
A rendere tutto ancora più tipicamente islandese è il rapporto quasi sacrale con la doccia. Prima di entrare in vasca bisogna lavarsi molto bene, nudi, con sapone, seguendo una liturgia dell’igiene che per i locali è una frontiera culturale. Le piscine pubbliche, infatti, sono meno clorate rispetto a quelle estere e proprio per questo il rispetto delle regole è percepito come una parte fondamentale. È anche qui che affiora la diffidenza verso i turisti, non tanto perché stranieri, quanto perché spesso inconsapevoli di trovarsi in un ambiente comunitario con codici propri e non in una spa da postare su Instagram. E infatti gli islandesi fanno una distinzione netta fra le loro piscine e le celebri lagune termali che dominano l’immaginario turistico del Paese.

Dal 2017, ad eccezione della parentesi pandemica, l’Islanda riceve grossomodo due milioni di visitatori l’anno, una cifra enorme se rapportata alla popolazione residente. I collegamenti aerei diretti dagli Stati Uniti e dall’Europa hanno fatto del Paese una meta sempre più facile e desiderabile, e i timori che questo flusso finisca per allargarsi anche agli impianti locali non sono affatto teorici. Già nelle settimane successive all’iscrizione UNESCO, media islandesi e amministrazioni locali hanno registrato un’attenzione crescente verso la cultura delle piscine, mentre sono stati stanziati nuovi fondi per iniziative culturali legate proprio a questi spazi.
Il timore islandese, in fondo, è molto semplice. Non riguarda l’idea astratta del forestiero, ma il rischio che un rito di vicinato venga piegato alla logica della performance turistica. Che le vasche calde diventino set, che il luogo della consuetudine si trasformi nel luogo della curiosità. E in molti angoli d’Europa è già accaduto. In Islanda, almeno per ora, la resistenza è ancora visibile. Le piscine restano profondamente islandesi proprio perché non si offrono del tutto. Sono l’opposto perfetto del turismo contemporaneo, che ama fotografare tutto ma raramente sa stare davvero dentro le cose.





