L’Inter ha chiuso la stagione con uno scudetto già in tasca e una Coppa Italia conquistata battendo la Lazio 2-0, completando un doblete che nella storia nerazzurra era riuscito solo a José Mourinho nella stagione del triplete, e a Roberto Mancini nel 2006. È un dato che pesa, e che consegna a Cristian Chivu un posto immediato nella memoria del club.
La domanda, però, è un’altra. Questi due trofei sono davvero soltanto frutto dell’allenatore rumeno?
La tentazione di rispondere di sì è forte, perché il calcio ama le scorciatoie narrative. Se una squadra vince, dev’esserci per forza un deus ex machina, un volto da mettere in copertina. E il volto, oggi, è quello dell’allenatore. Ma dire che l’Inter ha vinto “solo grazie a Chivu” significa raccontare una verità troppo comoda per essere davvero vera. Significa ignorare che questa squadra non nasce nel vuoto, non è una creatura apparsa dal nulla a luglio e plasmata interamente in pochi mesi da una mano nuova. L’Inter, prima ancora di essere di Chivu, era già una squadra profonda, strutturata, abituata a giocare per vincere, con una spina dorsale tecnica e mentale che non si improvvisa.
Al tempo stesso, però, sminuire Chivu sarebbe sciocco quasi quanto attribuirgli ogni cosa. Perché il tecnico rumeno un’impronta l’ha lasciata eccome. Lo dicono i risultati, naturalmente, ma ancora prima lo dice il modo in cui l’Inter ha chiuso la stagione. La finale di Coppa Italia contro la Lazio è stata una partita controllata, quasi mai davvero in bilico; pochi giorni prima, sempre contro la Lazio, in campionato, era arrivato un netto 3-0. Sono vittorie che raccontano una squadra lucida, convinta della propria superiorità. Chivu, insomma, non è stato un semplice accompagnatore, ma nemmeno il demiurgo assoluto che certa retorica vorrebbe imporre. Il suo merito più evidente sta forse proprio nel non aver ceduto alla tentazione dell’autore. Non ha avuto bisogno di rifondare l’Inter per firmarla. In un calcio ossessionato dalla discontinuità, dove ogni nuovo allenatore sembra costretto a riscrivere tutto per legittimare se stesso, Chivu ha avuto il buon senso di non fare il rivoluzionario per vanità. È un merito vero, anche se meno spettacolare di una rivoluzione. E spesso, per una grande squadra, è il merito più difficile.
Per questo il punto non è scegliere tra due estremi ugualmente falsi: “ha vinto tutto lui” oppure “avrebbe vinto chiunque”. Nessuna delle due formule regge. Chi dice che avrebbe vinto chiunque sottovaluta il lavoro dell’allenatore e riduce il calcio a una semplice addizione di talenti; chi invece presenta il doblete come un miracolo personale di Chivu compie l’errore opposto di trasformare una vittoria collettiva in un atto quasi individuale. L’Inter ha vinto perché aveva una rosa forte, una società che le ha garantito continuità, giocatori già formati a competere ad alto livello e un allenatore che ha saputo tenere tutto insieme senza farsi schiacciare né dall’eredità né dalle aspettative. Questo è il punto. Il resto è opinionismo spiccio da tifoserie avverse.
C’è poi un altro aspetto, più sottile. Chivu ha avuto il vantaggio — e insieme la difficoltà — di inserirsi in un club che conosce profondamente. Ma conoscere l’ambiente non basta perché bisogna saperlo governare. Ed è proprio lì che si misura un allenatore. Non nel semplice appartenere, ma nel trasformare l’appartenenza in autorevolezza. Chivu, finora, c’è riuscito. E proprio per questo il suo lavoro va protetto dalla caricatura. Esaltarlo oltre misura oggi significa preparare la sua delegittimazione domani. In Italia funziona spesso così: prima si costruiscono i santini, poi si corre in piazza a vederli crocifissi. Sarebbe il modo peggiore per leggere questa stagione.
Se proprio si vuole riconoscere a Chivu un merito centrale, allora bisogna dirlo nel modo giusto. Non che abbia vinto da solo, ma che ha impedito all’Inter di disperdere il suo patrimonio tecnico e mentale e, riuscendo invece a convertirlo in due trofei. Chivu non ha inventato l’Inter. L’ha capita. Che, a questi livelli, è quasi sempre il primo passo per farla vincere.





