Uno dei luoghi comuni più resistenti sul Medioevo è anche uno dei più rozzi. L’idea di un’epoca intera immersa nella sporcizia, popolata da uomini e donne che non si lavavano mai, continua a riaffiorare con una facilità sospetta, come se bastasse evocare due o tre stereotipi — il fango, i pidocchi, le strade luride — per archiviare mille anni di storia dentro una caricatura. Che l’igiene urbana medievale fosse lontanissima dai nostri standard è fuori discussione. Le strade delle città erano spesso ingombre di rifiuti, liquami e scarti animali; i vasi da notte si svuotavano all’esterno; gli animali vivevano a stretto contatto con gli uomini; l’acqua corrente, quando c’era, non era distribuita con la continuità né con la sicurezza a cui siamo abituati. Ma da qui a sostenere che nel Medioevo nessuno pensasse alla pulizia personale ce ne corre. Le fonti e persino l’iconografia mostrano una realtà diversa: ci si lavava, ci si curava, si facevano bagni, si usavano detergenti e profumi, si considerava la pulizia una pratica desiderabile, anche se condizionata da mezzi limitati e da una concezione del corpo molto diversa dalla nostra.
Certo è che tra la fine del mondo romano e il pieno Medioevo cambiò il contesto materiale. Con il declino delle grandi infrastrutture urbane antiche, acquedotti compresi, e con la contrazione della vita cittadina, vennero meno le condizioni che avevano reso possibili le grandi terme pubbliche romane. Le città si rimpicciolirono e la manutenzione delle reti idriche divenne irregolare. Inoltre, la cultura cristiana guardò con sospetto almeno una parte della sociabilità termale tardoantica, anche perché molti bagni pubblici finirono per associarsi alla promiscuità e alla prostituzione. Questo, però, non significò la scomparsa del bagno. I medici medievali, contrariamente a quanto si ripete spesso, non erano affatto unanimemente ostili all’idea di lavarsi. Anzi, in molti casi raccomandavano bagni e abluzioni come pratiche utili alla salute. Le cautele riguardavano soprattutto i momenti di epidemia, quando si riteneva che l’acqua calda e l’apertura dei pori potessero esporre il corpo ai miasmi e al contagio, secondo certi equilibri basati sulla teoria dei quattro umori.
Nelle case, quando le condizioni economiche e logistiche lo permettevano, il bagno si faceva davvero. La tinozza di legno era la soluzione più comune: si rivestiva talvolta con un telo o un lenzuolo, si riempiva con acqua scaldata a parte, si profumava con erbe, fiori o infusi aromatici e si utilizzavano stracci, spugne o pezze per detergere il corpo. Occorreva procurarsi l’acqua, trasportarla, riscaldarla, travasarla, poi asciugarsi bene e rimettersi panni puliti. Proprio per questo il bagno non era una pratica quotidiana, ma nemmeno eccezionale come si crede. Più spesso si alternavano bagni completi e lavaggi parziali. La frequenza dipendeva dal ceto, dal luogo, dalla stagione e dalla disponibilità di acqua.
Anche il sapone esisteva. Non aveva naturalmente la composizione industriale moderna, ma veniva prodotto combinando grassi o oli con sostanze alcaline derivate dalla liscivia e dalle ceneri. Poteva essere ruvido sulla pelle, più costoso per i poveri e tutt’altro che standardizzato, ma era presente. La tradizione della saponificazione si sviluppò e si raffinò anche grazie al mondo arabo e ai circuiti mediterranei, che trasmisero conoscenze e pratiche poi rielaborate in Europa. Lo stesso vale per la cura dei capelli e del corpo. I trattati cosmetici medievali e le raccolte di ricette attestano l’uso di ingredienti che oggi possono sembrare singolari ma che allora rientravano in una logica di manutenzione del corpo: tuorlo d’uovo, albume, acque profumate, erbe pestate, succhi vegetali e polveri aromatiche.
L’immagine cambia ancora se ci spostiamo dentro il castello. Anche qui il cliché della rozzezza assoluta regge male. I servizi igienici medievali erano certo primitivi rispetto ai nostri, ma nei castelli la latrina (chiamata spesso garderobe) era progettata con una certa attenzione alla praticità, alla privacy e allo smaltimento dei rifiuti. Di frequente era ricavata nello spessore del muro oppure sporgeva all’esterno, sostenuta da mensole in pietra, in modo che i rifiuti cadessero nel fossato o in appositi punti di raccolta. Ancora oggi, in molti castelli in rovina, queste sporgenze sono tra gli elementi architettonici più riconoscibili. Non tutte le latrine erano uguali. La condizione sociale contava moltissimo. Il signore, la sua famiglia, talvolta il cappellano o gli ospiti di rango disponevano di ritirate più riservate, raggiungibili attraverso piccoli corridoi o nicchie murarie; il personale di servizio, invece, utilizzava spazi collettivi, più spartani e più promisqui. Il sedile, spesso in pietra ma coperto da una tavola di legno, serviva anche a proteggere dal freddo e dall’umidità. Una piccola apertura garantiva luce e ventilazione. In alcuni casi, soprattutto dal XIII secolo in avanti, si usavano coperchi per contenere odori e insetti.
Il vero equivoco nasce forse dal fatto che tendiamo a confondere tre piani distinti. Il primo è l’igiene urbana, spesso molto carente. Il secondo è l’igiene domestica e personale, che invece esisteva e veniva praticata. Il terzo è la medicina del tempo, che associava il bagno a precisi effetti sul corpo e talvolta ne limitava l’uso in certe circostanze. Mettere tutto nello stesso sacco produce l’ennesima favola nera sul Medioevo.
In realtà, la pulizia medievale era una pratica intermittente, faticosa, costosa e diseguale, ma non assente. Ci si lavava quando si poteva e come si poteva. Si profumava l’acqua, si cambiava la biancheria, si cercava di contenere parassiti e cattivi odori, si ricorreva a saponi e a preparati per pelle e capelli, si organizzavano spazi per i bisogni fisiologici e, nei contesti aristocratici, si progettavano perfino soluzioni architettoniche relativamente sofisticate. Il Medioevo non fu un’epoca pulita nel senso moderno del termine; ma non fu neppure quell’età di sudiciume assoluto che la caricatura continua a venderci.





