Le sue scarpe raccontano tutto prima ancora che lo faccia lei. Le suole sono consumate fino allo stremo, rattoppate con pezzi di pneumatico, coperte da una polvere arancione che sembra essersi incollata per sempre alla gomma. Sono il relitto glorioso di un’ossessione portata fino in fondo, la prova materiale di un’impresa che va oltre qualunque idea ordinaria di fatica. Perché una maratona, in fondo, è già abbastanza per mettere in crisi un corpo, ma correrne cento in cento giorni consecutivi, attraversando l’India per oltre quattromila chilometri, è qualcosa che appartiene a un’altra categoria. Soprattutto se, fino a poco tempo prima, correre non era nemmeno parte della tua vita.
Eppure è esattamente quello che ha fatto Hannah Cox, quarantunenne britannica, che ha trasformato un lutto personale in uno dei progetti di corsa più estremi e singolari degli ultimi anni.
Un’idea nata dal passato
Dopo la morte del padre, avvenuta nel 2011, aveva iniziato a sentirsi sempre più attratta dalle sue radici indiane. In questo riavvicinamento alla storia familiare era emerso anche l’interesse per la cosiddetta Great Hedge of India, la “grande siepe” usata nell’Ottocento dagli inglesi per controllare e tassare il commercio del sale durante il dominio coloniale. Una linea di controllo immensa, quasi dimenticata, che attraversava il subcontinente per migliaia di chilometri.
Quell’itinerario, circa 4.200 chilometri, le era rimasto in testa per anni. Poi, nell’estate del 2024, arrivò l’intuizione più radicale: attraversare l’India correndo, seguendo quel tracciato storico, maratona dopo maratona.
Da principiante assoluta a ultrarunner
Si iscrisse a un club locale di Manchester e cominciò con mezz’ora di corsa, tre volte a settimana. Niente di eroico, solo il tentativo di capire se quel corpo e quella mente potessero reggere. Poi arrivarono i 5 chilometri, i 10, le corse in giorni consecutivi. Non si trattava più di migliorare un tempo, ma di educare il corpo all fatica, perché per affrontare cento maratone in fila bisogna diventare resistenti all’idea stessa di sfinimento.
Così si impose sfide intermedie sempre più dure. Una di queste fu la “20 20 20”: correre 20 chilometri al giorno per 20 giorni lavorativi consecutivi. E quando decise di provarci davvero, mise insieme una piccola squadra di supporto, comprò un furgone e trasformò l’impresa anche in una raccolta fondi per diverse organizzazioni benefiche legate all’ambiente.
Sul piano logistico e fisico, era pronta. O almeno così pensava. Ma nessuna preparazione avrebbe potuto davvero anticipare ciò che l’aspettava in India.
Strade, caldo, polvere e animali
Il viaggio iniziò il 26 ottobre 2024, al confine tra Pakistan e India, ad Attari-Wagah. Da lì Hannah partì verso est, direzione Calcutta, non lontano dal luogo di nascita di suo padre. Seguì il percorso stabilito con precisione quasi ostinata. Il che significava, in alcuni giorni, correre per ore accanto ad autostrade interminabili e monotone; in altri, attraversare riserve naturali, canali, campi coltivati e strade secondarie polverose e trafficate fino all’inverosimile.
La corsa non aveva nulla di romantico nel senso turistico del termine. C’erano mucche, capre, serpenti, motociclette che sbucavano all’improvviso, veicoli che procedevano contromano, smog e calore. Fu persino investita da una moto, riportando una ferita alla gamba destra di cui conserva ancora la cicatrice.
In alcune zone, per attraversare territori noti per gli attacchi delle tigri, dovette farsi accompagnare dalla polizia. Aveva poi cercato di acclimatarsi prima della partenza, trascorrendo due settimane in una camera climatica, ma il caldo reale dell’India, mescolato alla polvere e allo sforzo accumulato giorno dopo giorno, si rivelò di un’altra natura.
Il corpo che cede, la corsa che continua
Nel corso della sfida Hannah perse più di dieci chili. La causa non fu soltanto il dispendio energetico, ma anche le ripetute malattie gastrointestinali che l’accompagnarono in più fasi del viaggio. Uno degli episodi più surreali avvenne nei pressi del Taj Mahal. Hannah ricorda di essersi sentita malissimo già dalla sera precedente, quando era stata invitata a cena in un hotel di lusso. Finì a vomitare nei bagni del locale. Il giorno dopo, però, doveva comunque correre una maratona. E la corse, fermandosi continuamente a vomitare sul ciglio della strada.
È questo uno dei tratti più impressionanti della sua impresa: la continuità. Non tanto l’atto di correre durante una singola giornata storta, quanto la capacità di tornare sulla strada il mattino dopo, e poi il mattino ancora successivo in una routine quotidiana che aveva qualcosa di militare e qualcosa di profondamente mistico. Hannah si alzava molto presto per approfittare delle ore meno calde. Correva una prima parte di giornata, si fermava a mangiare, poi riprendeva. Il suo schema era semplice e quasi ossessivo: mangiare, correre 15 chilometri, mangiare, correre altri 15, mangiare ancora, completare gli ultimi 12.
Colazione con porridge, banane e burro d’arachidi. Durante il giorno, frutta secca, riso, uova, patate, pane, curry, roti. Alla fine della tappa quotidiana, anche patatine e cioccolato, tutto ciò che potesse aggiungere calorie a un corpo che bruciava senza sosta. Ogni tanto qualcuno incontrato per strada le offriva del cibo. A volte veniva insieme al suo team ospitata nelle case di questi samaritani. Ma più spesso si arrangiavano acquistando prodotti ai mercati locali e cucinando al momento.
Il furgone la seguiva lungo il percorso e fungeva da base mobile. Di notte si parcheggiavano ai bordi della strada o nelle stazioni di servizio. Ogni dieci giorni circa cercavano una stanza economica dove lavarsi con calma e recuperare un minimo di spazio privato. Per il resto, la vita era tutta lì dentro. La doccia del furgone era fredda, e Hannah racconta che persino lavarsi i capelli diventava un’impresa. La quotidianità della spedizione non aveva nulla di eroico; era sporca, spartana, scomoda. Ed è forse anche questo a renderla credibile.
Una squadra piccola, decisiva
Molte grandi imprese di ultrarunning contemporaneo si trasformano ormai in operazioni costosissime, con staff numerosi e mezzi importanti. Nel caso di Hannah, la struttura era ridotta all’osso: quattro persone, una runner di supporto, un’autista, un’assistente e una podologa. Quest’ultima si rivelò un’arma fondamentale. Chi sente parlare di cento maratone consecutive spesso pensa subito ai piedi distrutti, alle unghie sanguinanti, alle vesciche devastanti. Invece, sorprendentemente, i piedi di Hannah hanno retto benissimo. Ha consumato tre paia di scarpe, ma senza le riparazioni continue effettuate con materiali di fortuna — compresi pezzi di gomma ricavati da pneumatici — il conto sarebbe stato ben peggiore.
Sul piano economico, invece, la situazione resta complicata. La corsa è finita, ma i debiti no. Hannah sta ancora cercando di rimettere insieme le finanze, avendo acceso prestiti personali e rinegoziato alcune condizioni bancarie addirittura mentre era sul ciglio di una strada in India. E continua a raccogliere fondi per avvicinarsi il più possibile all’obiettivo benefico iniziale.
Dopo cento maratone, ancora altre
La parte più paradossale della storia è arrivata dopo il traguardo. Una volta completata la traversata indiana, Hannah non ha smesso di correre. All’inizio di aprile ha affrontato la maratona di Brighton. Poi, poche settimane dopo, quella di Londra. E quelle maratone britanniche, piene di altri runner concentrati sulla prestazione e sul cronometro, l’hanno spaventata più dell’India. Lì correva con una missione, immersa in una storia condivisa con la sua squadra, lontana dalla logica della performance. A Brighton e a Londra, invece, si è sentita più sola e più esposta al confronto.
Alla fine, però, tutto torna al punto da cui era partito: suo padre.
Dietro l’impresa fisica, dietro la sfida geografica, dietro la raccolta fondi e la fascinazione per la storia coloniale dell’India, c’era una questione più intima. Hannah parla di un rapporto complicato con il padre. E definisce Project Salt Run come «una lettera d’amore scritta molto, molto in ritardo».
Per cento giorni, lungo strade invase dal traffico, nella polvere e nel caldo, tra i campi e le stazioni di servizio, Hannah Cox ha continuato a correre. Non per vincere qualcosa nel senso consueto del termine, ma per tenere insieme una storia personale. Le sue scarpe consunte sono il residuo di un viaggio che ha lasciato il segno dappertutto: sul corpo, nei conti, nei ricordi e in quella specie di dialogo tardivo e ostinato con il padre a cui, in fondo, ogni passo era destinato.





