La guerra di trincea sul fronte occidentale fu il simbolo più feroce della Prima guerra mondiale. Nata dallo stallo seguito al fallimento del piano Schlieffen e all’arresto dell’avanzata tedesca, trasformò una linea di fronte lunga centinaia di chilometri, dalla costa belga fino al confine svizzero, in una cicatrice continua di terra scavata, fango, legname marcio e filo spinato. Quel fronte di circa 765 chilometri divenne il teatro di una guerra che nessuno dei due schieramenti riusciva davvero a vincere con una manovra decisiva, e che per questo si irrigidì in un sistema difensivo sempre più complesso e mostruoso.
All’inizio le trincee erano poco più che buche nel terreno, ripari improvvisati scavati in fretta per proteggersi dall’artiglieria e dal fuoco di fucileria, ma con il passare dei mesi si trasformarono in vere reti sotterranee. In genere il sistema prevedeva tre linee: la trincea di prima linea, quella di supporto e una terza di riserva nelle retrovie. A unirle c’erano trincee di comunicazione, usate per il passaggio di uomini e viveri. Seguivano un andamento a zig-zag o con curve spezzate, così da evitare che un’eventuale irruzione del nemico permettesse di sparare lungo tutta la linea senza ostacoli. Fra le due prime linee si stendeva la “terra di nessuno”, che poteva essere larga appena cinquanta metri oppure molto di più. Era un paesaggio devastato, disseminato di crateri, cadaveri, detriti e sbarramenti di filo spinato (16 punte ogni 30 centimetri, una densità pensata per rendere quasi impossibile afferrarlo o tagliarlo in fretta). In quello spazio aperto, privo di copertura, avanzare significava quasi sempre esporsi al massacro.
La logica delle offensive era nota e quasi sempre fallimentare. Si bombardava a lungo la linea nemica con l’artiglieria, poi si ordinava alla fanteria di uscire dalla trincea e avanzare, ma nella maggior parte dei casi l’assalto si infrangeva già contro la prima linea, falciato dalle mitragliatrici e bloccato dalle riserve nemiche. Era una guerra di logoramento, nella quale anche i successi minimi costavano perdite spaventose. L’offensiva francese in Champagne del 1914, per esempio, costò 143 mila morti senza spezzare il sistema difensivo tedesco. A Loos, nel 1915, i britannici conquistarono appena 3,2 chilometri pagando con 16 mila morti e 25 mila feriti.
Le trincee non erano tutte uguali. I tedeschi, più consapevoli che il conflitto sarebbe durato a lungo, costruirono spesso posizioni più solide e profonde, soprattutto lungo la Linea Hindenburg. I britannici e i francesi, almeno inizialmente, pensarono più a soluzioni provvisorie. Ma la realtà smentì presto ogni illusione. Le postazioni tedesche per mitragliatrici, spesso in cemento armato, e i ricoveri sotterranei più profondi resero il loro sistema difensivo particolarmente resistente. Solo nel 1918, con l’impiego più maturo dei carri armati e la schiacciante superiorità numerica alleata, quello stallo cominciò finalmente a rompersi.

Dal punto di vista materiale, la trincea era una costruzione miserabile. In media era profonda abbastanza da permettere a un uomo di stare in piedi senza esporsi, circa due metri, e larga poco meno. Sul lato anteriore c’erano parapetti di terra e sacchi di sabbia, mentre alla base della parete frontale correva il gradino di tiro, da cui sporgersi per sparare. Le pareti erano puntellate con tavole di legno, lamiere ondulate o altri materiali di fortuna. Sul fondo si posavano passerelle di legno per evitare di sprofondare nel fango, ma l’acqua filtrava comunque ovunque. Nella parte posteriore venivano scavati piccoli ricoveri dove mangiare, dormire o rifugiarsi durante i bombardamenti. Le latrine erano poco più che fosse aperte in un breve corridoio laterale.
La trincea andava continuamente riparata. Pioggia, bombardamenti e smottamenti la deformavano senza sosta. Si allagava, crollava, diventava impraticabile. Intere sezioni venivano abbandonate, altre scavate poco più in là. Con il passare del tempo, il fronte si trasformò in un labirinto dove era facile perdersi, tanto che ai nuovi arrivati servivano guide e cartelli per orientarsi. Anche le comunicazioni erano fragili, tant’è che si usavano telefoni con cavi interrati, messaggeri, lampade di segnalazione, corni e persino piccioni viaggiatori.
Eppure la vera natura della guerra di trincea si coglie soprattutto nella vita quotidiana dei soldati. La morte incombeva, ma non continuamente in forma spettacolare. Più spesso assumeva la forma di una lunga attesa sporca e monotona. Nelle ore tranquille si leggeva, si scrivevano lettere, si giocava a carte. Il cibo era scarso e sgradevole, come pane duro, biscotti secchi e stufati di dubbia composizione. I pidocchi erano onnipresenti, i topi enormi, l’odore insopportabile. Malattie e infezioni circolavano facilmente, e il cosiddetto “piede da trincea”, causato dall’umidità costante, gonfiava e piagava i piedi dei soldati. Poi, all’improvviso, un colpo di mortaio, un cecchino, una nube di gas, un assalto, una granata lanciata oltre il parapetto e tutto poteva finire.
Il soldato tedesco Ernst Jünger ha lasciato una delle descrizioni più vivide di quel mondo. Scrisse:
Il tutto dovrebbe essere immaginato come un’enorme installazione apparentemente inerte, un alveare segreto di operosità e vigilanza, dove, nel giro di pochi secondi dal suono di un allarme, ogni uomo è al suo posto. Ma non bisogna avere un’idea troppo romantica dell’atmosfera: sembra che la vicinanza alla terra generi un certo torpore pervasivo.
Anche quando il fronte sembrava immobile, il pericolo era sempre pronto a riaccendersi. Il britannico Harry Saunders raccontò una notte in cui i cannoni tacevano e nulla lasciava intuire la guerra, finché razzi illuminanti e bombole di gas non aprirono una scena da incubo. “Quella strisciante nube di morte e tormento creò una scena da incubo che non dimenticherò mai”, ricordò.
La morte era una presenza così costante da diventare quasi routine. Jünger descrisse la caduta di una sentinella colpita alla testa, i compagni che tentarono inutilmente di soccorrerla, i barellieri che la portarono via, e poi tutto che riprense come prima:
Qualcuno sparge qualche palata di terra sulla pozza rossa e tutti riprendono a fare quello che stavano facendo prima.
Anche la poesia, su quel fronte, cercò parole per dire l’indicibile. Siegfried Sassoon, in A Working Party, racconta un soldato morto che poche ore prima camminava ancora nella trincea e mostrava agli amici le fotografie della moglie e dei figli.
Un razzo si levò; il candore splendente si diffuse
e tremolò verso l’alto, mostrando agili ratti
e cumuli di luccicanti sacchi di sabbia, sbiancati dalla pioggia;
poi il lento momento argenteo morì nell’oscurità.
Il vento arrivò sferzando con raffiche gelide
e sferzando gli angoli, sottile come un fischio.
E tetro attraverso le fessure; colpi di fucile
si sarebbero spaccati e crepitati e avrebbero cantato lungo la notte,
e i proiettili sarebbero arrivati calmi attraverso l’aria piovigginosa
per esplodere con un boato sordo sotto la collina.
Tre ore fa inciampò su per la trincea;
ora non percorrerà mai più quella strada:
dovrà essere riportato indietro, un ammasso scosso
oltre ogni bisogno di tenerezza e cura.
Era un giovane con una moglie modesta
e due figli piccoli in una cittadina delle Midlands;
mostrava le loro fotografie a tutti i suoi amici,
e loro lo consideravano un bravo ragazzo
che faceva il suo lavoro e non aveva molto da dire,
e rideva sempre alle battute degli altri
perché non ne aveva di sue.
La guerra di trincea fu anche questo: la distruzione seriale di vite comunissime, di uomini che fino a poco prima avevano una casa, una famiglia, una lingua quotidiana.







