mondiali 2026 costi spese

Come la FIFA incassa e le città ospitanti pagano

Per anni i grandi eventi sportivi sono stati venduti come una forma quasi indiscutibile di benedizione civile. La promessa è sempre la stessa, e sempre formulata con quel misto di enfasi promozionale e vaghezza contabile che accompagna ogni megaevento: turismo, investimenti, reputazione globale, rigenerazione urbana, posti di lavoro, visibilità, orgoglio collettivo. E la Coppa del Mondo, più di ogni altra manifestazione calcistica, condensa questa retorica in una formula quasi sacrale. Ospitarla dovrebbe significare entrare, per qualche settimana, nel centro del mondo. Eppure, quando si guarda da vicino alla macchina concreta dell’edizione nordamericana del 2026, l’immagine cambia radicalmente. I ricavi si privatizzano al contrario degli oneri, dove il conto viene lasciato alle città e agli Stati ospitanti.

La Coppa del Mondo genera una quantità enorme di denaro (si parla per questa edizione di un incasso di tredici miliardi di dollari), ma quel denaro non va, se non in minima parte e indirettamente, ai territori che la ospitano. Va alla FIFA. Biglietti, concessioni commerciali, merchandising, sponsorizzazioni e diritti televisivi: la struttura complessiva del torneo è pensata in modo da concentrare le rendite nelle mani dell’organismo centrale, mentre i costi organizzativi vengono scaricati sui livelli locali. Gli Stati e le città devono occuparsi degli adeguamenti infrastrutturali, della sicurezza, dei trasporti, delle fan zone, spesso perfino delle misure accessorie rese necessarie dalle richieste specifiche della FIFA.

L’episodio del New Jersey è emblematico. Quando nel 2017 Stati Uniti, Canada e Messico avanzarono la loro candidatura congiunta, promisero il trasporto pubblico gratuito ai possessori del biglietto delle partite, in linea con quanto avevano fatto altri Paesi ospitanti nelle edizioni precedenti. Ma fornire quei servizi costa, e costa moltissimo. Da qui la decisione, diventata rapidamente un caso pubblico, di fissare un biglietto ferroviario di andata e ritorno tra Manhattan e il MetLife Stadium al costo di 150 dollari, quando di solito costa 13 dollari. L’importo è poi stato ridotto a 105, ma la sostanza non cambia. Quando il governatore del New Jersey ha osservato che la federazione calcistica si prepara a incassare miliardi mentre il sistema di trasporto pubblico statale affronta decine di milioni di costi, ha soltanto reso esplicita una contraddizione lampante.

Dopo due edizioni organizzate in Paesi autoritari, Russia e Qatar, la FIFA si è trovata a dover operare in contesti democratici, con apparati amministrativi frammentati e bilanci pubblici esposti al controllo politico e mediatico. Si sarebbe potuto pensare che questo rendesse più difficile l’imposizione del modello FIFA, ma in realtà è accaduto quasi il contrario. Con tre Paesi coinvolti, decine di città, una pluralità di Stati, agenzie e comitati organizzatori, qualunque territorio avesse protestato troppo duramente avrebbe potuto essere sostituito o aggirato. La dispersione dei soggetti negoziali ha prodotto così un effetto di indebolimento.

Le città competono per essere scelte, e proprio questa competizione le porta ad accettare condizioni che, a posteriori, risultano onerose e spesso umilianti. Essere dentro il circuito della Coppa del Mondo è presentato come un privilegio tale da giustificare quasi ogni concessione. Da decenni, economisti urbani e studiosi di sport management mettono in dubbio l’idea che queste manifestazioni generino davvero l’ondata di prosperità che i promotori promettono. Il motivo è semplice. Gran parte della spesa dei visitatori non è addizionale ma sostitutiva: i turisti sportivi rimpiazzano altri turisti, anziché aggiungersi a essi. Chi arriva per una partita spesso concentra il proprio budget su biglietti, alloggi e trasporti; non necessariamente va a teatro, non necessariamente visita musei, non necessariamente distribuisce ricchezza sul tessuto urbano come farebbe un turismo ordinario più diffuso. I costi, al contrario, si accumulano. La sicurezza richiede spese straordinarie. Il trasporto pubblico va potenziato. Gli stadi vanno adattati secondo specifiche tecniche che spesso interferiscono con il loro funzionamento ordinario. Perfino il manto erboso, la profondità delle radici, le aree di esclusione, le recinzioni, i corridoi VIP, le fan zone e le zone commerciali attorno agli impianti rientrano in un capitolato che risponde alla FIFA più che alla logica urbana locale.

La richiesta di perimetri di sicurezza più estesi, di spazi per gli sponsor, le aree commerciali e le strutture di rappresentanza complicano la logistica, costringendo a ripensare la mobilità di interi quartieri. Al MetLife non ci sarà un parcheggio generale; in altre città si sono dovuti immaginare sistemi di navette e servizi speciali. E tutto questo sottrae mezzi e personale ai pendolari ordinari; e gli stadi stessi rinunciano ad altri eventi (diversi concerti e spettacoli vengono spostati o cancellati). Anche il capitolo degli sponsor locali illumina in modo esemplare la natura del rapporto tra FIFA e territori ospitanti. In teoria, i comitati locali avrebbero dovuto raccogliere fondi per sostenere una parte della macchina organizzativa. In pratica, la loro capacità di farlo è stata fortemente compressa dalle stesse regole poste dalla FIFA. Gli sponsor locali non possono sfruttare appieno l’associazione con il torneo e soprattutto non possono appartenere a settori in concorrenza con gli sponsor globali già legati alla FIFA. L’impossibilità di coinvolgere marchi iconici di alcune città perché interferiscono indirettamente con gli accordi globali della federazione mostra quanto il modello sia pensato non per aiutare gli host a rientrare dei costi, ma per proteggere in modo quasi monopolistico l’ecosistema commerciale della FIFA.

La vicenda delle fan zone è forse la parte più simbolica di tutta la storia, perché tocca il punto in cui il calcio come festa popolare si scontra con il calcio come macchina di estrazione di rendita. In teoria queste aree dovrebbero essere il contrappeso democratico ai prezzi proibitivi dei biglietti con spazi gratuiti in cui chi non può entrare allo stadio possa comunque partecipare al rito collettivo. Purtroppo però le città hanno faticato a finanziarle e a soddisfare gli standard di capienza e di organizzazione. Alcune le hanno ridotte, e altre hanno introdotto persino un biglietto d’ingresso, vanificando in parte la funzione originaria. Che persino questo livello minimo di accessibilità debba essere negoziato e talvolta sovvenzionato con denaro pubblico mentre i prezzi dei biglietti ufficiali volano oltre ogni soglia ragionevole dice molto sull’attenzione della FIFA per i tifosi.

È evidente come la Coppa del Mondo sia diventata da tempo, al di là della sua mitologia sportiva, una piattaforma globale di trasferimento di valore dal pubblico al privato. I territori che ospitano la Coppa del Mondo prestano stadi, trasporti, polizia, strade, apparati amministrativi. Mettono a disposizione lo spazio, il lavoro, la copertura politica e il denaro necessario a rendere possibile il torneo, ma il valore che così si genera viene in larga parte trattenuto altrove. C’è da chiedersi se il modello stesso dell’hosting, così come è stato costruito, non sia diventato una forma elegantemente globalizzata di socializzazione delle spese e privatizzazione dei profitti. La Coppa del Mondo continua a presentarsi come un dono. Per molte città, sempre più chiaramente, assomiglia a una fattura.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,