Cinquant’anni dopo, Emmanuelle continua a essere un oggetto curioso della storia del cinema. Film mediocre secondo molti, addirittura imbarazzante se guardato con occhi contemporanei, eppure capace di trasformarsi in un fenomeno globale, in una reliquia pop della liberazione sessuale anni Settanta e in un marchio culturale che il cinema francese, ancora oggi, non ha smesso di esaltare. L’originale di Just Jaeckin, uscito nel 1974 e interpretato da Sylvia Kristel, raggiunse al boxoffice solo in Francia quasi 8,9 milioni di biglietti e rimase per tredici anni nello stesso cinema sugli Champs-Élysées, diventando un successo internazionale ben oltre i confini del softcore europeo.
Il suo trionfo si spiega anzitutto con il momento in cui arrivò. Emmanuelle comparve nel pieno di una stagione in cui il lessico della liberazione sessuale e del desiderio femminile stava entrando nel mercato di massa. La censura francese inizialmente lo bloccò, ma il film uscì poco dopo l’elezione di Valéry Giscard d’Estaing, in un clima più permissivo, e intercettò un pubblico che voleva scandalizzarsi senza davvero sentirsi ai margini della rispettabilità borghese. Non era pornografia né cinema d’autore nel senso nobile della definizione, ma piuttosto un erotismo confezionato con patina elegante, fotografia vellutata e un’esotizzazione lussuosa abbastanza sofisticata da permettere a molti spettatori di consumarlo come trasgressione “legittima”. Pornografia “di classe superiore”, per usare un’espressione ampiamente abusata in America durante il lancio della pellicola, che capì prima di altri che il desiderio, al cinema, poteva essere commercializzato come stile. Corpi eleganti, hotel, oppio, ventilatori, rattan, lenzuola leggere, il Sud-est asiatico ridotto a fondale sensuale per fantasie europee vagamente colonialiste. Era tutto questo, insieme a quella patina di erotismo, la sua forza.
Guardandola oggi questa pellicola, si nota come l’emancipazione femminile sia frutto di uno sguardo maschile che confonde spesso desiderio con violenza. Molte delle scene che all’epoca vennero percepite come audaci o liberatorie appaiono oggi profondamente disturbanti: il consenso è ambiguo quando non assente, la protagonista viene trascinata in esperienze che il film estetizza invece di problematizzare, e la stessa Bangkok è trattata come spazio coloniale del piacere occidentale. Invecchiato male perché porta incise le gerarchie di genere, di razza e di potere del proprio tempo. Non a caso Sylvia Kristel, la donna che quel mito lo incarnò, ne parlò sempre con distacco. In un’intervista ricordò: «Non posso dire che sia un film brillante, davvero».
Il remake diretto da Audrey Diwan, uscito nel 2024 con Noémie Merlant protagonista, nasce precisamente dalla necessità di sottrarre a questo classico del genere erotico la sue tossicità originarie. Diwan, che arrivava da Happening, ha scelto di spostare la vicenda a Hong Kong, di girare in inglese, di raffreddare l’erotismo e di trasformare Emmanuelle in una donna che non subisce semplicemente il desiderio altrui, ma cerca di ricostruire il proprio. Il problema è che questo tentativo non è stato convincente. Presentato a San Sebastián nel settembre 2024 e poi distribuito in Francia, il film ha raccolto recensioni largamente fredde; su Metacritic si è fermato a 35 su 100. Alcuni hanno letto il remake come un oggetto elegante ma anemico, quasi paralizzato dalla paura di ripetere la volgarità dell’originale e incapace, nello stesso tempo, di inventare una nuova grammatica del desiderio. Altri gli hanno riconosciuto almeno il merito di sottrarre Emmanuelle alla pura funzione decorativa.
L’Emmanuelle del 1974 fu un successo enorme perché stava esattamente nel punto in cui il cinema mainstream poteva flirtare con il porno senza perdere rispettabilità, e poteva vendere come “liberazione” ciò che spesso era ancora subordinazione. Quella formula, oggi, non è più replicabile. Il pubblico contemporaneo ha accesso illimitato all’erotismo, ma è anche infinitamente più attento alle questioni del consenso. Eppure, proprio perché così datato, Emmanuelle resta utile. È il film che ha trasformato il soft porn in un bene da salotto, che ha convinto milioni di spettatori di assistere a una piccola rivoluzione mentre in realtà guardavano spesso un vecchio rapporto di forza rimesso a nuovo con luci morbide e musica sensuale. Il remake di Diwan, con tutti i suoi limiti, ha almeno il merito di costringerci a tornare lì, nel punto in cui il mito si incrina, e di ricordarci che certi cult non sopravvivono perché sono intoccabili, ma perché continuano a metterci a disagio.





