el nino

El Niño sta tornando

L’ondata di caldo anomala di questi giorni non ha nulla a che fare con El Niño, anche se il celebre fenomeno climatico del Pacifico è previsto per quest’anno, e con esso potrebbe arrivare una serie di disastri economici e sociali. La storia lo insegna: El Niño non “crea” da solo le catastrofi, ma agisce come un moltiplicatore delle vulnerabilità esistenti, esasperando debolezze pregresse che spesso appartengono più all’ordine economico e politico che a quello puramente naturale.

Con il nome El Niño si indica una variazione anomala dei venti e delle temperature superficiali del Pacifico che altera su vasta scala la circolazione atmosferica globale. Da quel mutamento discendono effetti molto diversi a seconda delle regioni: piogge più abbondanti in alcune aree delle Americhe, una stagione degli uragani atlantici tendenzialmente attenuata, ma anche un forte aumento del rischio di siccità in India, nel Sud-est asiatico, in Australia e in parte dell’Africa meridionale. Quando il fenomeno raggiunge un’intensità eccezionale, l’effetto combinato su agricoltura, acqua e salute pubblica può essere devastante. È per questo che gli studiosi, ogni volta che un nuovo El Niño di grande portata prende forma, tornano istintivamente al passato. Le tracce del fenomeno sono state cercate nei collassi agricoli, nelle carestie e perfino nelle grandi discontinuità politiche di epoche lontane. Alcuni ricercatori ne hanno individuato possibili riflessi nelle crisi dell’antico Egitto, altri nel declino della civiltà Moche in Perù, ma il precedente storico più citato resta quello del 1877-1878, quando una gigantesca carestia alimentata da condizioni climatiche estreme colpì vaste regioni tropicali del pianeta, provocando la morte di milioni di persone e accentuando divari economici globali che avrebbero poi assunto, in età contemporanea, la forma delle disuguaglianze tra “primo” e “terzo” mondo.

L’India meridionale fu allora uno degli epicentri del disastro. Le cronache del tempo descrivono persone costrette a nutrirsi di radici e famiglie che vendevano i figli per sopravvivere. Ma ridurre tutto a una furia cieca della natura sarebbe fuorviante. La carestia del 1877 esplose in un contesto coloniale in cui l’amministrazione britannica continuava a privilegiare la logica imperiale e l’export di grano anche mentre intere popolazioni locali precipitavano nella fame.

El Niño non è che la fase calda di un ciclo climatico più ampio, l’ENSO (El Niño-Southern Oscillation). Durante questo fenomeno le acque superficiali del Pacifico tropicale orientale e centrale, soprattutto lungo l’equatore e davanti alle coste dell’America centrale e meridionale, si riscaldano più del normale, alterando la pressione atmosferica e spostando verso est umidità e piogge, con conseguenze che possono essere distruttive, come mostrarono il collasso della pesca dell’acciuga peruviana nel 1972-1973, i danni per oltre 3.5 miliardi di dollari subiti dal Perù nel 1997-1998 e, nel 2016, lo sbiancamento dei coralli nel Pacifico, le alluvioni in Sudamerica e gli incendi da siccità in Australia; questi episodi possono durare anche un anno, pur raggiungendo spesso la massima intensità tra ottobre e febbraio, e il loro nome, nato tra i pescatori sudamericani, deriva proprio dalla frequenza con cui le manifestazioni più forti si presentavano attorno al Natale (“El Niño”, cioè “il Bambino”, in riferimento al Bambino Gesù). La fase opposta del ciclo è La Niña, che raffredda il Pacifico orientale, tende a seccare ulteriormente quella fascia oceanica e sposta il calore e le piogge verso Australia, Indonesia e Sud-est asiatico, dove le condizioni diventano più umide e calde; in genere La Niña dura più a lungo, da nove mesi fino a due anni, e sia lei sia El Niño compaiono a intervalli irregolari, in media ogni due-sette anni.

Alla base di tutto vi è il comportamento dei venti alisei: in condizioni normali essi spingono verso ovest le acque superficiali riscaldate dal sole, accumulandole tra Australia, Indonesia e Asia sud-orientale, mentre davanti alle Americhe favoriscono la risalita di acque profonde, fredde e ricche di nutrienti; quando però questi venti rallentano o si indeboliscono, la risalita delle acque fredde diminuisce, la massa di acqua calda accumulata nel Pacifico occidentale torna verso est e il nuovo equilibrio termico indebolisce ulteriormente gli alisei, creando un circuito di retroazione che spiega sia il riscaldamento anomalo del Pacifico orientale sia gli effetti globali del fenomeno, dal minore numero di uragani atlantici alle piogge più intense su California e Corno d’Africa, fino all’indebolimento dei monsoni indiani. Gli scienziati non sanno ancora con precisione assoluta che cosa inneschi il ciclo, ma sono ormai in grado di riconoscerne i segnali iniziali e di lanciare avvisi con sei-nove mesi di anticipo.

Oggi il quadro è diverso, ma non necessariamente rassicurante. Gli scienziati monitorano il Pacifico con sistemi di allerta infinitamente più sofisticati di quelli disponibili nel XIX secolo. Le economie moderne dispongono di strumenti di adattamento che allora semplicemente non esistevano: agricolture più efficienti, scorte alimentari strategiche, piani di emergenza, reti logistiche globali e sistemi di protezione sociale, almeno nei Paesi meglio organizzati. Nessuno immagina, su scala mondiale, una replica lineare delle carestie ottocentesche. E tuttavia la maggiore resilienza tecnica non coincide affatto con l’assenza di rischio. Il sistema globale odierno è più preparato, ma è anche più interdipendente e per questo più esposto agli shock a catena.

Esiste la possibilità che si verifichi una tempesta perfetta di fattori. Si potrebbe assistere a un aumento della povertà, della malnutrizione, dei conflitti, dell’indebitamento e di tutti gli effetti a catena che ne derivano.

Laurie Laybourn, a capo della Strategic Climate Risks Initiative

Se le proiezioni più severe dovessero confermarsi, ci troveremmo davanti a uno dei fenomeni più intensi mai osservati, con anomalie di temperatura nel Pacifico centrale che, secondo diversi modelli, potrebbero arrivare fino a tre gradi Celsius sopra la media, cioè oltre il livello raggiunto dai grandi eventi recenti del 1982, del 1997 e del 2015, e persino oltre quanto attribuito, nelle ricostruzioni più attendibili, al grande El Niño del 1877. Gli esperti invitano ancora alla prudenza, perché il fenomeno è nelle sue fasi iniziali e l’evoluzione non è pienamente certa, ma la sola possibilità di un evento da record basta a spiegare il livello di allarme crescente. L’aspetto più delicato è che questo El Niño entrerebbe in una congiuntura globale già pesantemente logorata. La carenza di fertilizzanti, aggravata dalla crisi dello Stretto di Hormuz, colpisce direttamente la capacità produttiva agricola. I prezzi energetici elevati, spinti dalle guerre in Ucraina e in Iran, consumano i margini di manovra già sottili dei governi (e delle famiglie). I tagli agli aiuti internazionali destinati ai Paesi più poveri hanno ridotto la capacità di risposta umanitaria proprio mentre aumentano i fattori di rischio. Di conseguenza, anche un evento climatico che in altri momenti sarebbe stato gestibile rischia ora di innescare una “tempesta perfetta”, nella quale siccità, rincari alimentari, indebitamento, malnutrizione e conflitti locali si rafforzano reciprocamente.

Gli eventi più distruttivi del passato hanno mostrato che l’impatto di queste oscillazioni climatiche dipende sempre dall’ambiente istituzionale in cui si manifestano. Come nel 1877, anche oggi, non saranno soltanto le piogge mancate o il caldo eccezionale a mettere in crisi intere regioni, ma la loro interazione con stati sociali indeboliti e con mercati agricoli già sottoposti a forti stress geopolitici. L’India offre un esempio molto istruttivo di questo doppio movimento, tra maggiore preparazione e persistente vulnerabilità. Il Paese non è più quello dell’Ottocento coloniale, dispone di un vasto sistema di distribuzione pubblica che garantisce l’accesso a beni di prima necessità a prezzi calmierati, e proprio l’esperienza storica delle grandi carestie ha contribuito a costruire una sensibilità politica diversa verso il rischio climatico. Eppure il rischio resta serio. Se il monsone dovesse risultare debole, l’effetto sarebbe una serie di contraccolpi economici e sociali comunque profondi: erosione dei risparmi familiari, chiusura di attività, aumento dell’abbandono scolastico e frenata del tasso di crescita.

C’è poi un ulteriore elemento che conferisce a questo El Niño una portata simbolica particolare. Il fenomeno raggiunge in genere il suo massimo verso la fine dell’anno, ma le sue conseguenze sul calore globale tendono a manifestarsi pienamente nei mesi successivi, il che spiega perché molti climatologi guardino già al 2027 come a un possibile candidato al primato di anno più caldo mai registrato. Oggi sappiamo molto più di quanto sapessero i contemporanei della grande carestia ottocentesca, quando si cercavano cause nelle macchie solari e mancava ancora la svolta teorica introdotta nel Novecento da Jacob Bjerknes, che chiarì il legame tra oceano e atmosfera nel Pacifico. Possediamo strumenti che permettono un monitoraggio continuo, ma conoscere non significa automaticamente proteggere. La distanza tra sapere e agire resta, come spesso accade, il vero nodo politico. Se davvero si sta formando uno dei più grandi El Niño mai osservati, allora la domanda è che cosa farà il mondo questa volta.

Che cos’è El Niño?

El Niño è la fase calda del ciclo climatico chiamato ENSO (El Niño-Southern Oscillation), durante la quale le acque superficiali del Pacifico tropicale orientale e centrale diventano più calde del normale, alterando piogge, venti e temperature in molte parti del mondo.

Che cosa significa ENSO?

ENSO significa El Niño-Oscillazione Meridionale ed è il grande ciclo climatico naturale del Pacifico tropicale che comprende due fasi opposte: El Niño, la fase calda, e La Niña, la fase fredda.

Qual è la differenza tra El Niño e La Niña?

El Niño riscalda il Pacifico tropicale orientale e tende a portare più piogge sulle coste occidentali delle Americhe e più siccità in aree come India, Australia e Sud-est asiatico. La Niña fa l’opposto: raffredda il Pacifico orientale, asciuga quella zona e sposta calore e piogge verso Australia, Indonesia e Sud-est asiatico.

Quanto dura un evento di El Niño?

Un evento di El Niño può durare anche circa un anno, anche se il suo picco tende a concentrarsi tra ottobre e febbraio. Gli episodi di La Niña, invece, spesso durano più a lungo, da nove mesi fino a due anni.

Ogni quanto si verifica El Niño?

El Niño e La Niña si presentano in genere a intervalli irregolari di due-sette anni, con fasi intermedie in cui le condizioni oceaniche e atmosferiche tornano più vicine alla media.

Perché El Niño si chiama così?

Il nome viene dai pescatori del Sudamerica, che notarono come gli effetti più forti del fenomeno si manifestassero spesso attorno al Natale. Per questo lo chiamarono “El Niño”, cioè “il Bambino”, in riferimento al Bambino Gesù.

Che cosa provoca El Niño?

El Niño comincia quando i venti alisei del Pacifico tropicale si indeboliscono. In condizioni normali questi venti spingono le acque calde verso ovest, accumulandole tra Asia e Australia e favorendo la risalita di acque fredde davanti alle coste del Sudamerica. Quando rallentano, il calore torna verso est, la risalita delle acque fredde diminuisce e il Pacifico orientale si riscalda anormalmente.

Quali aree del mondo colpisce El Niño?

El Niño ha effetti globali. Può rendere più umide zone come la California e il Corno d’Africa, ma può anche indebolire i monsoni indiani, aumentare il rischio di siccità in Australia e nel Sud-est asiatico e modificare perfino la stagione degli uragani nell’Atlantico.

El Niño aumenta o riduce gli uragani atlantici?

In genere gli anni di El Niño sono associati a meno uragani nell’Atlantico, e quelli che si formano tendono a essere mediamente più deboli.

El Niño e cambiamento climatico sono la stessa cosa?

No. El Niño è un ciclo naturale del sistema oceano-atmosfera del Pacifico. Il cambiamento climatico è il riscaldamento di lungo periodo causato soprattutto dalle attività umane. Tuttavia, quando un forte El Niño si somma a un pianeta già più caldo, gli effetti possono risultare più intensi e destabilizzanti.

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