Ogni stagione archeologica egiziana produce, quasi per inerzia, il proprio carico di annunci sensazionali. E tuttavia il maggio di quest’anno ha avuto una densità particolare, perché le scoperte e gli sviluppi emersi in poche settimane hanno attraversato quasi per intero l’arco della civiltà nilotica e del suo lungo dopostoria: dall’Egitto faraonico al mondo tolemaico e romano, dalla filologia omerica alle nuove tecnologie applicate all’esplorazione delle piramidi, fino all’eterna, quasi mitologica attesa di una traccia definitiva di Cleopatra. Più che una somma di notizie, è sembrato il riemergere simultaneo di molte linee di ricerca che da anni avanzano in parallelo e che, all’improvviso, hanno mostrato quanto vasto e ancora incompiuto resti il paesaggio archeologico egiziano.
Ossirinco e il Catalogo delle navi
Uno dei casi più suggestivi continua a essere quello di Ossirinco, dove la missione spagnola, guidata da Maite Mascort ed Esther Pons, aveva già attirato l’attenzione con il ritrovamento di un papiro contenente una parte del Canto II dell’Iliade, il celebre Catalogo delle navi. La scoperta era straordinaria non soltanto per il testo in sé, ma perché il frammento greco era stato collocato tra l’addome e le bende esterne di una mummia, il che ripropone ancora una volta l’immagine dell’Egitto ellenistico e romano come luogo di riuso e migrazione dei testi. Il punto più delicato, però, non riguardava la spettacolarità del ritrovamento, bensì la sua leggibilità. Il papiro era infatti così fragile da imporre una domanda preliminare, quasi decisiva: come leggerlo senza distruggerlo? La risposta, almeno in questo caso, è venuta dall’incrocio tra analisi digitale, letture epigrafiche avanzate e fotografia multispettrale, strumenti che hanno permesso ai filologi Leah Mascia e Ignasi-Xavier Adiego di stabilizzare, decifrare e trascrivere il testo senza compromettere il supporto materiale.
Le terme di Alessandria
Se Ossirinco ha offerto il volto filologico della stagione, Alessandria ne ha mostrato quello urbano e stratigrafico. L’8 maggio è stata annunciata la conclusione di una missione di salvataggio nel quartiere di Muharram Bek, guidata dall’archeologo egiziano Ibrahim Mustafa, che ha portato alla luce un complesso circolare di terme pubbliche di epoca tolemaica, una villa romana decorata da mosaici, un articolato sistema di canalizzazione dell’acqua, oltre a una serie di reperti che restituiscono bene il profilo colto, commerciale e cosmopolita della città: statuette votive in marmo di Dioniso e Asclepio, una figurina acefala che gli studiosi ritengono possa rappresentare Atena, monete di bronzo, lampade a olio in terracotta e frammenti di anfore con sigilli commerciali. Più che singoli oggetti, è l’insieme che fa apparire Alessandria come uno spazio densamente abitato e fortemente inserito nei circuiti economici mediterranei. Non è un dettaglio secondario che, una volta restaurati, i reperti siano destinati al Museo Greco-Romano della città; è anche così, infatti, che il presente egiziano cerca di riconnettere l’eredità faraonica al proprio versante greco-romano, senza lasciarlo ai margini del grande racconto nazionale.

I dieci sarcofagi di Luxor
Eppure, se si cerca il ritrovamento che più di altri ha dato a maggio il tono di una stagione archeologica faraonica in senso stretto, bisogna tornare a Luxor, nella necropoli tebana di Dra Abu el-Naga, dove il 14 maggio è stato annunciato il rinvenimento di dieci sarcofagi in legno policromo e della tomba di un sacerdote purificatore del tempio di Amon chiamato Aa-Shefi-Nekht, individuati nel cortile meridionale della tomba di Baki. La missione, guidata da Mohamed El-Leithy, lavorava nell’area da otto anni, e il ritrovamento è avvenuto durante lo scavo di un pozzo funerario che, proprio per la sua collocazione, avrebbe funzionato come una sorta di nascondiglio per mummie. La dimensione quasi teatrale della scoperta — i sarcofagi colorati riemersi da uno spazio chiuso, custoditi in un deposito secondario — non deve far dimenticare il suo valore documentario. È stato infatti possibile identificare alcuni dei sepolti: Merit, cantatrice di Amon vissuta sotto la XVIII dinastia; Padi Amon, anch’egli sacerdote purificatore del tempio di Amon; e Benyi, definito “scriba reale e nobile”, il cui nome compare non su un sarcofago ma su un pyramidion in arenaria, dettaglio che induce gli archeologi a pensare che la sua tomba non sia lontana. E come spesso accade in Egitto, la scoperta più interessante è talvolta il segnale di ciò che ancora manca.
ScanPyramids
A metà mese, il focus si è spostato sull’altopiano di Giza, dove il progetto internazionale ScanPyramids, coordinato dal Ministero delle Antichità egiziano con la collaborazione di Zahi Hawass, ha annunciato di avere presentato i rapporti tecnici necessari per introdurre una microcamera robotica nel celebre corridoio segreto lungo nove metri individuato sulla facciata nord della Grande Piramide di Cheope. Il Consiglio Supremo delle Antichità d’Egitto ha dato il via libera all’esplorazione fisica nel corso del 2026, e il piano prevede una perforazione millimetrica della porta di pietra che chiude il passaggio, così da inserire il dispositivo e osservare in alta definizione che cosa si trovi oltre. Al di là dell’effetto mediatico, che è inevitabile quando si tocca Cheope, la notizia mostra come l’egittologia contemporanea si trovi sempre più spesso a operare sul confine tra indagine archeologica e ingegneria di precisione, affidando a strumenti miniaturizzati e non invasivi il compito di oltrepassare limiti che un tempo avrebbero richiesto interventi distruttivi.
I terremoti
Sempre la Grande Piramide è tornata al centro di un secondo annuncio, questa volta di natura più strettamente scientifica. Un gruppo di ricercatori egiziani del National Research Institute of Astronomy and Geophysics, guidato da Mohamed El Gabry, ha pubblicato su Scientific Reports uno studio dedicato alla straordinaria resistenza della struttura ai terremoti. Secondo gli autori, Cheope avrebbe agito nei secoli come una forma di isolante sismico passivo, grazie al fatto che la sua frequenza di vibrazione, stimata intorno a 2,3 Hz, differirebbe in modo netto da quella del terreno, calcolata attorno a 0,6 Hz. A questo si aggiungerebbero la rigidità della fondazione e una distribuzione interna dei carichi tale da favorire la stabilità della struttura.
Tutankhamon, ancora tu?
E poi c’è naturalmente Tutankhamon, nome che in Egitto funziona sempre come un magnete mediatico capace di ridare centralità anche a reperti apparentemente secondari. L’annuncio ha riguardato la presentazione di un frammento del muro originale in gesso che sigillava la tomba KV62 nella Valle dei Re. La presentazione è stata curata da Abdelghaffar Wagdy, direttore generale delle Antichità di Luxor e responsabile del museo cittadino, e il reperto ha un valore non soltanto evocativo ma materiale: si tratta di una porzione della barriera che proteggeva il sepolcro e che, proprio perché non aveva subito danni in passato, conserva ancora intatti i sigilli della necropoli e quelli recanti il nome del faraone. Rimosso nel 1922 da Howard Carter, quel frammento è stato ora restaurato da un’équipe egiziana e verrà esposto per la prima volta al Museo di Luxor.
Due nuove tombe a El-Khokha
Nella stessa occasione è stata annunciata l’apertura al pubblico di due nuove tombe del Nuovo Regno nella necropoli di El-Khokha, sulla riva occidentale del Nilo a Luxor. Appartengono a Rabuya e Samut, padre e figlio, entrambi guardiani del tempio di Amon. È una notizia meno appariscente delle altre, ma in fondo non meno importante, perché l’archeologia egiziana non vive solo di nuovi ritrovamenti spettacolari, ma anche della continua riattivazione di spazi già scavati e restituiti alla fruizione pubblica. L’apertura di una tomba è sempre un gesto doppio: rende accessibile un monumento, ma al tempo stesso riorganizza il modo in cui il passato entra nel circuito della memoria nazionale e del turismo internazionale.
La tomba di Cleopatra
Infine, come quasi sempre accade quando si parla di Egitto in chiave mediatica, il mese si chiude sotto il segno di un’attesa che dura da anni e che continua a esercitare una forza quasi romanzesca: la ricerca della tomba di Cleopatra VII a Taposiris Magna, il progetto guidato dall’archeologa dominicana Kathleen Martínez. Le novità consistono nell’ingresso del progetto in una nuova fase di scavi terrestri e subacquei, concentrati soprattutto sull’esplorazione del porto sommerso individuato l’anno scorso. È la tipica notizia che in Egitto produce subito una domanda quasi automatica — sarà questo l’anno buono? — e insieme rivela la persistenza di una gerarchia del desiderio archeologico nella quale alcuni nomi, da Tutankhamon a Cleopatra, funzionano come poli magnetici attorno a cui il pubblico continua a organizzare la propria immaginazione. Che la tomba della regina sia davvero lì oppure no, e il fatto che la ricerca prosegua con rinnovata intensità basta a mostrare che l’Egitto, ancora oggi, è anche il luogo in cui la storia continua a convivere con le sue assenze più celebri.





