Per molto tempo abbiamo guardato alle autocrazie con un riflesso quasi teatrale, come se la loro struttura potesse essere compresa partendo soltanto dalla cima. Ci interessavano il leader, il suo stile, la cerchia ristretta, la macchina propagandistica, i generali, gli oligarchi. Era, in fondo, una prospettiva comprensibile perché il potere ama rappresentarsi come verticalità. Così l’autocrazia appariva come una costruzione fondata su personalità eccezionali — singolari nel loro fanatismo e nella loro mostruosità — e il problema sembrava concentrarsi in quei vertici. Ma è una visione parziale, e in un certo senso persino consolatoria, perché lascia intendere che il male politico sia sempre una faccenda da figure fuori scala, quando invece una parte decisiva del suo funzionamento appartiene a una dimensione molto più ordinaria.
È su questa tesi che si basa lo studio di Christian Gläßel e Adam Scharpf, Making a Career in Dictatorship. La repressione, suggeriscono gli autori, più che spiegata solo con il fanatismo ideologico o con il sadismo dei singoli, ma va letta anche come un meccanismo di carriera. I sistemi autoritari tendono a offrire un percorso alternativo di ascesa a un personale mediocre, frustrato e incapace, cioè a uomini che in una gerarchia ordinaria, relativamente meritocratica, sarebbero rimasti ai margini.

Il caso da cui Gläßel e Scharpf prendono le mosse è l’Argentina della Guerra Sporca, il lungo ciclo di repressione culminato nella dittatura militare del 1976-1983. Tra sequestri clandestini, torture e “desaparecidos”, un ruolo centrale lo ebbe il Battaglione d’intelligence 601, che era, per usare una formula tristemente efficace, una delle interfacce in cui la dittatura diventava mestiere. L’Argentina ha conservato i registri sulle carriere degli ufficiali (risultati accademici, promozioni e pensionamenti) e questa documentazione ha consentito a Gläßel e Scharpf di fare qualcosa che raramente è possibile negli studi sui regimi autoritari, ovvero seguire nel tempo le traiettorie di quegli uomini e confrontarle con quelle dei colleghi rimasti nei canali ordinari dell’esercito. Il risultato è estremamente eloquente. Gli ufficiali con prestazioni più scarse avevano probabilità significativamente maggiori di transitare nel Battaglione 601; e proprio quel passaggio permetteva loro di ottenere avanzamenti, stipendi migliori, pensioni più favorevoli, in breve una seconda possibilità professionale che altrimenti non avrebbero avuto.
Siamo davanti a profili assai più prosaici rispetto al nostro immaginario: quadri intermedi che non hanno brillato, uomini sufficientemente ambiziosi da non accettare l’insuccesso e sufficientemente adattabili da capire che la via del riscatto passa per l’obbedienza alla violenza. Laddove il sistema professionale classico li avrebbe espulsi o marginalizzati, il sistema repressivo li valorizzava.
È difficile non pensare, leggendo queste pagine, a una torsione molto concreta dell’idea di Hannah Arendt sulla banalità del male. Qui il male appare come opportunità professionale. Non basta più domandarsi in che cosa credessero, ma che cosa sperassero di ottenere. Naturalmente, Gläßel e Scharpf non sostengono che l’ideologia sia irrilevante né che la paura non conti. Sarebbe una semplificazione speculare. Piuttosto mostrano che questi elementi da soli non bastano a spiegare il reclutamento e la tenuta quotidiana della macchina repressiva. Un regime, per durare, ha bisogno di tradurre la propria logica in incentivi stabili; deve rendere il proprio orrore organizzativamente conveniente per qualcuno. Gli autori richiamano anche esempi provenienti dalla Germania nazista e dall’Unione Sovietica, mostrando come il meccanismo sia una forma ricorrente di organizzazione del potere. In sistemi diversi, con ideologie diverse e livelli diversi di sviluppo statale, torna infatti il medesimo schema.
La letteratura sul democratic backsliding, il lento arretramento democratico che non assume necessariamente la forma del colpo di Stato, insiste da anni sul fatto che le democrazie contemporanee raramente crollano per un assalto frontale. Più spesso vengono svuotate dall’interno. Giudici, poliziotti, dirigenti pubblici, apparati di controllo imparano progressivamente dove conviene collocarsi. Ogni processo di degradazione democratica passa infatti per una trasformazione del ceto amministrativo e coercitivo. Come ha osservato Erica Frantz, una delle studiose più attente all’arretramento democratico, gli aspiranti autocrati eletti cominciano spesso nominando in posizioni chiave individui che potremmo definire, con una formula brutale ma efficace, “perdenti fedeli”: figure che non dispongono di molte alternative professionali e che, proprio per questo, hanno tutto l’interesse a legarsi al leader che li promuove. La democrazia prima di morire nelle aule parlamentari, muore negli uffici del personale.
L’Ungheria di Viktor Orbán è un caso esemplare. L’ex presidente ungherese non ha instaurato il proprio sistema con la violenza aperta, ma con una lenta e metodica colonizzazione delle istituzioni, tale da spingere il Parlamento europeo nel 2022 a definire il Paese un’“autocrazia elettorale”. Per raggiungerla gli è servita una costellazione di figure intermedie, una piccola quota di carrieristi che ha interiorizzato rapidamente la logica del nuovo sistema e ha svolto quel lavoro sporco che non richiedeva nessun tipo di fanatismo, bensì fiuto professionale.
Il Venezuela offre un’altra variante dello stesso processo, più convulsa e più apertamente coercitiva. Dopo l’elezione di Hugo Chávez nel 1999, e poi sotto Nicolás Maduro, il sistema ha combinato elementi di legittimazione elettorale e repressione sempre più dura. Per reprimere proteste e opposizione, il potere si è appoggiato sia alla Guardia Nacional, il segmento meno prestigioso delle forze armate, sia ai colectivos, gruppi civili armati nati come strutture informali di vigilanza e poi progressivamente assorbiti dentro il sistema di sicurezza dello Stato. Come osserva Alejandro Velasco, storico dell’America Latina presso la New York University, per molti la Guardia Nacional rappresentava il ramo residuale delle forze armate, la destinazione di chi non riusciva ad entrare altrove. E i colectivos, con il tempo, hanno offerto a molti una forma di impiego e di ascesa dentro il sistema. Quando nel 2024 Maduro ha reagito alla crisi di legittimazione ricorrendo a una repressione più dura dopo le contestate elezioni, si è appoggiato esattamente a queste realtà.
Questo è il motivo per cui l’attuale caso americano merita attenzione, senza forzare paragoni e senza cedere alla tentazione dell’analogia totalizzante. Molti studiosi temono che il secondo mandato di Donald Trump stia accelerando processi di erosione democratica che, altrove, sono stati letti come fasi preliminari di una trasformazione autoritaria più profonda. Frantz osserva che Trump, pur non avendo creato da zero il Partito repubblicano, lo ha rimodellato in un’organizzazione largamente costruita attorno alla propria figura; e che diversi membri del suo gabinetto e numerosi funzionari nominati politicamente sembrano corrispondere al profilo di lealisti che difficilmente in un’altra amministrazione avrebbero raggiunto gli stessi livelli di responsabilità. I tentativi di assicurarsi un controllo politico più diretto sulle forze armate, sull’FBI e soprattutto, sull’ICE risultano particolarmente allarmanti perché, nei casi comparati, un simile intervento sui corpi di sicurezza tende spesso a verificarsi quando il processo di slittamento autoritario è già avanzato.
Se un leader vuole costruire un servizio di sicurezza personale o comunque politicamente affidabile, deve fare quattro cose: istituire o ristrutturare un’agenzia che si presenti come canale alternativo di controllo; dotarla di risorse abbondanti; abbassare le barriere d’ingresso in modo da attrarre personale che altrove avrebbe difficoltà; e, infine, proteggerla con l’impunità. E secondo gli studiosi, l’attuale amministrazione americana sembra soddisfare molti di questi requisiti, anche se le intenzioni ultime di Trump restano ambigue. L’ICE è già una forza centrale nella politica anti-immigrazione, ma è destinata ad essere enormemente ampliata, mentre il personale di altre agenzie viene ridotto, producendo così un bacino di manodopera disponibile; e figure di vertice, come JD Vance e Stephen Miller, hanno offerto agli agenti un linguaggio pubblico di copertura e protezione, arrivando ad evocare esplicitamente forme di “immunità” politica. A questo si aggiunge l’abbassamento degli standard di reclutamento e formazione. L’ex istruttore Ryan Schwank ha testimoniato al Congresso che i cadetti ICE vengono oggi diplomati anche in presenza di forti dubbi da parte del personale addetto alla formazione, e che il numero di prove pratiche necessarie per il completamento del percorso si è drasticamente ridotto rispetto a pochi anni fa.
Il problema dell’autoritarismo — ed è questo la principale tesi Gläßel e Scharpf — riguarda la zona grigia del personale, il livello intermedio in cui rancore e ambizione si incontrano. Bastano una carriera mediocre, una gerarchia opaca, una promessa di avanzamento e la certezza di non dover pagare il prezzo delle proprie azioni. A quel punto il regime trova il suo motore più affidabile nell’uomo qualunque che ha finalmente intravisto una possibilità per emergere.





