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La nuova catastrofe parte dalla Somalia

Per capire che cosa significhi davvero il collasso dell’ordine umanitario internazionale bisogna partire da Dollow nella Somalia meridionale. È lì che la crisi globale prende corpo in forme elementari e brutali. Una famiglia cammina per giorni attraverso la terra arsa dalla siccità, perde il bestiame, esaurisce i risparmi, arriva in un campo per sfollati convinta di trovare aiuti e scopre che gli aiuti non ci sono più. In Somalia quasi 6.5 milioni di persone affrontano livelli elevati di insicurezza alimentare e oltre 1.8 milioni di bambini sotto i cinque anni rischiano la malnutrizione acuta nel 2026.

Da un lato c’è la fragilità strutturale della Somalia (siccità ricorrenti, sfollamenti, dipendenza dall’importazione di cibo e combustibili); dall’altro c’è un sistema di soccorso drasticamente ridotto rispetto a pochi anni fa. L’OCHA, il dipartimento delle Nazioni Unite responsabile della mobilitazione e del coordinamento dell’azione umanitaria globale, ha segnalato già nell’autunno scorso che il Global Humanitarian Overview 2025 era finanziato solo al 35 per cento, con effetti diretti sulla capacità di assistenza nelle crisi più gravi.In questo vuoto si è inserita la guerra in Medio Oriente. Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che, se il conflitto e gli effetti sui mercati energetici continueranno, altri 45 milioni di persone potrebbero scivolare nella fame acuta, portando il totale globale a 363 milioni, il livello più alto mai registrato.

La Somalia è uno dei luoghi in cui questo effetto domino si vede meglio, perché dipende dalle importazioni per gran parte del proprio fabbisogno alimentare e perché ogni shock esterno si scarica quasi subito sui mercati locali. In un’economia così vulnerabile, l’aumento del costo dei noli, del carburante e dei fertilizzanti si concretizza in un piatto saltato, un raccolto ridotto, un medicinale che costa il doppio. Il WFP ha dichiarato di poter assistere soltanto una frazione delle persone che avrebbero bisogno di sostegno, concentrandosi su chi è “sull’orlo del baratro”. E l’UNICEF, nel suo rapporto annuale umanitario, ha documentato la chiusura di 113 siti nutrizionali a causa dei tagli, con una drastica riduzione della copertura e la sospensione di servizi mobili essenziali. Fino a pochi anni fa, davanti a un grande shock internazionale, il sistema umanitario globale riusciva almeno in parte a compensare. Oggi non più. La capacità di risposta si è assottigliata proprio mentre il numero delle emergenze si moltiplica.

Nel linguaggio delle organizzazioni umanitarie si parla ormai di “iper-prioritizzazione”. Significa che in una clinica si curano i bambini più gravi ma non le madri incinte; che una scuola continua a distribuire un solo pasto al giorno finché ha fondi, poi smette; che un’infermiera o un preside restano al proprio posto senza stipendio perché andarsene significherebbe certificare il collasso definitivo di una comunità. È qui che la Somalia diventa una lente sul mondo. In Sudan, dove la fame ha raggiunto livelli ancora più devastanti, l’UNICEF ha denunciato ostacoli logistici e carenze di carburante che impediscono perfino il trasporto degli aiuti verso le aree interne.

Quello che emerge è un circolo vizioso. La guerra spinge verso l’alto i prezzi dell’energia. I rincari energetici fanno aumentare i costi del trasporto e dei fertilizzanti. I prezzi del cibo crescono. Gli stati fragili, che importano molto e producono poco, subiscono il colpo più duro. Le agenzie umanitarie, già impoverite dai tagli, non riescono a compensare. La malnutrizione, che in teoria sarebbe curabile se intercettata in tempo, si trasforma in emergenza clinica. Questo significa anche che l’idea stessa di prevenzione sta cedendo. Curare prima costa meno e salva di più. Ma la logica del definanziamento impone di aspettare che le persone precipitino nel punto massimo della vulnerabilità, perché solo allora rientrano nei criteri dei pochi programmi rimasti attivi.

Ed è ironico pensare che le aree più colpite dai cambiamenti climatici, dalla volatilità dei prezzi energetici e dai tagli alla cooperazione internazionale sono spesso le stesse che hanno contribuito meno a generare tali problemi. In Somalia la siccità è aggravata dal riscaldamento globale; ma le emissioni che alterano il clima non arrivano certo dai pastori che perdono le proprie capre. Allo stesso modo, le famiglie che vedono raddoppiare il costo della farina non hanno alcun ruolo nelle guerre che bloccano gli stretti marittimi e i corridoi commerciali. E laddove prima esisteva almeno una qualche idea di responsabilità collettiva, oggi prende forma una politica dell’indifferenza.

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