Per molto tempo ho pensato, come tanti, che la modernità ci avesse almeno liberati da una parte delle vecchie servitù: dalle superstizioni più grossolane, dalle gerarchie arbitrarie, dalle finalità imposte dall’alto, dall’idea che il senso della vita dovesse essere ricevuto già confezionato da un’autorità esterna, religiosa, politica o sociale. E in parte è vero. Abbiamo guadagnato libertà, diritti, margini di scelta, perfino una certa disponibilità a interrogarci da soli su che cosa conti davvero. Ma più osservo il nostro lessico quotidiano, più mi accorgo che a quella liberazione si è accompagnata una nuova deformazione, meno vistosa e forse proprio per questo più pervasiva: la tendenza a misurare quasi ogni esperienza non per ciò che vale in sé, ma per quello che produce, per l’effetto che genera, per il beneficio che promette, per il rendimento che può essere estratto da essa.
Me ne accorgo ogni volta che sento difendere l’arte non perché ci mette davanti a qualcosa di essenziale, di perturbante, di vero, ma perché riduce lo stress e forse contribuisce perfino ad allungare la vita; quando la preghiera viene raccomandata come un’abitudine utile alla salute cardiovascolare; quando il canto non è più descritto come una forma antichissima di espressione, di gioia, di dolore condiviso, ma come un esercizio che migliora la respirazione, la memoria, l’autostima; quando la natura viene proposta come regolatore dell’umore, e persino un abbraccio o un orgasmo vengono spiegati come pratiche efficaci per rilasciare sostanze benefiche, prevenire patologie, ottimizzare l’equilibrio interno del corpo. Il lessico, quasi sempre, è quello dell’utilità. Non ci si chiede che cosa renda buone queste esperienze, o lo si fa sempre più raramente; ci si chiede invece a cosa servano.
So bene, naturalmente, che questi effetti esistono, o possono esistere. Sarebbe sciocco negarlo. Una passeggiata nel verde può davvero calmare il sistema nervoso, la musica può agire sul tono dell’umore, un legame affettivo solido può perfino associarsi a una vita più lunga e più sana. Il problema non è la falsità di questi rilievi, ma il loro crescente monopolio. Quando il beneficio collaterale diventa la giustificazione principale, qualcosa si altera. Mi pare che il nostro rapporto con il mondo si faccia più stretto, più povero, più funzionale. Continuiamo a frequentare musei, boschi, amici, libri, preghiere, canti, ma lo facciamo dentro una cornice che tende a tradurre tutto in termini di efficienza, di benessere, di manutenzione di sé. È come se avessimo imparato a non concedere più legittimità piena a nulla che non possa presentarsi come strumento per ottenere qualcos’altro.
Questo slittamento mi sembra particolarmente evidente nel modo in cui parliamo della cultura. Se voglio difendere la lettura di romanzi, oggi, mi accorgo che il linguaggio dominante mi invita a dire che migliora l’empatia, allena la mente, rallenta il declino cognitivo, rafforza certe competenze interiori; se voglio difendere la filosofia, mi viene quasi spontaneo ripiegare sul fatto che affina il pensiero critico, aiuta a prendere decisioni migliori, offre competenze trasferibili persino nel mondo del lavoro. Dire che un romanzo vale perché amplia l’esperienza del mondo, o che la filosofia vale perché affronta domande fondamentali che non hanno prezzo e non hanno surrogati, sembra spesso insufficiente, quasi ingenuo. Come se il valore intrinseco non bastasse più e dovesse essere sempre corredato da un’utilità aggiuntiva, possibilmente misurabile.
Credo che qui torni utile una distinzione antica, che pure abbiamo smesso di praticare con serietà. Aristotele distingueva tra ciò che viene scelto come mezzo e ciò che viene desiderato come fine. Alcune cose contano perché conducono ad altro: il denaro, per esempio, è quasi sempre un mezzo; il sonno, in parte, anche; molti lavori che svolgiamo non li sceglieremmo per se stessi se non fossero necessari a mantenere la vita. Ma ci sono beni che non chiedono ulteriore giustificazione, perché sono già, in sé, parte di una vita riuscita. L’amicizia, la contemplazione, il gioco, il sapere, l’amore, la bellezza, la comprensione, la partecipazione a qualcosa che ci supera. Quando questi beni vengono appiattiti sul loro rendimento secondario, perdono qualcosa della loro natura. Non cessano di essere beni, ma vengono guardati male, abitati peggio, difesi con un linguaggio troppo stretto.
Kant, da parte sua, avrebbe detto che l’umanità, in sé e negli altri, va sempre trattata come fine e mai soltanto come mezzo. Mi colpisce quanto questa formula, che sembra riguardare soprattutto l’etica dei rapporti interpersonali, parli in realtà anche al nostro modo di stare nel mondo. Quando coltivo un’amicizia principalmente perché “mi fa bene”, quando abbraccio qualcuno come se stessi assumendo una terapia, quando ascolto musica come se stessi dosando un farmaco emotivo, rischio di introdurre una logica strumentale là dove dovrebbe prevalere una logica di presenza, di gratuità, di riconoscimento. L’altro non è più semplicemente l’altro; diventa, anche se in modo inconsapevole, un fattore del mio equilibrio, un elemento nella mia manutenzione psicofisica.
La salute, che nel nostro lessico contemporaneo occupa quasi il posto di un assoluto morale, mostra molto bene il problema. Anch’io so che la salute è preziosa, che il dolore e la malattia sono mali reali, che nessuna teoria sofisticata potrà mai persuadere chi soffre del contrario. Ma non riesco a convincermi che la salute, presa in astratto, sia il bene supremo. La desidero perché mi permette di vivere, di amare, di pensare, di lavorare, di godere, di dedicarmi a ciò che conta; non la desidero come ultimo fine separato da tutto il resto. Una vita perfettamente sana ma priva di amore, di relazioni vere, di passione intellettuale, di esperienza estetica, di dedizione, di gioco, di senso, sarebbe una vita riuscita solo secondo un criterio molto povero. La stessa cosa vale, in modo ancora più evidente, per la felicità. Non basta essere felici perché una vita sia buona. Si può essere felicemente illusi, felicemente crudeli, felicemente ottusi. Esistono forme di benessere soggettivo che non meritano alcuna celebrazione. Eppure il nostro tempo tende continuamente a ricadere in questa semplificazione: se qualcosa aumenta il benessere percepito, allora sembra già quasi giustificato.
Preferisco allora la parola “prosperità”, o perfino “fioritura”, perché rinvia a una vita che non si limita a funzionare bene, ma si sviluppa attorno a beni che contano per se stessi. Una vita prospera non è quella che massimizza soltanto salute, longevità, comfort ed equilibrio emotivo, ma quella che riesce ad articolarsi intorno a fini intrinseci: un rapporto d’amicizia che non ha bisogno di essere utile per meritare tempo, una giornata passata in montagna non perché abbassa il cortisolo ma perché ci riconsegna a una forma più ampia di attenzione, lo studio di una lingua non perché rende più competitivi ma perché apre il mondo, il gioco con i figli o con i nipoti non perché allena la mente o rafforza il legame familiare — effetti tutti reali, forse — ma perché giocare con chi si ama appartiene già a ciò che rende la vita degna.
Sono convinto che questa nostra inclinazione a strumentalizzare tutto abbia radici storiche precise. C’è innanzitutto una certa idea moderna dell’individuo, che si pensa come centro sovrano, come gestore autonomo del proprio destino, come soggetto chiamato a costruire da sé la propria traiettoria; e questa idea, che pure ha prodotto emancipazione, si è facilmente sposata con una mentalità consumistica, per cui ogni cosa viene intuita come risorsa, come opportunità, come bene da usare, come mezzo di scambio dentro un mondo sempre più transazionale. Se tutto è disponibile, tutto diventa anche impiegabile. Se tutto può essere scelto, allora tutto può essere valutato in base al suo rendimento. L’istruzione viene giustificata per i salari futuri, la cultura per i suoi effetti terapeutici, la spiritualità per la regolazione dello stress, la natura per il suo valore di cura diffusa, la socialità per i vantaggi sulla salute mentale. Sembra che nulla possa più limitarsi a essere buono; deve dimostrare di essere utile.
A questa matrice si aggiunge, credo, un secondo elemento: il riduzionismo. Non il metodo scientifico in quanto tale, che ha dato risultati straordinari e che nessuno sano di mente vorrebbe screditare, ma l’estensione indebita di un certo modo di spiegare a tutta la vita umana. Scomporre, isolare, misurare, verificare, ricondurre il complesso al semplice: tutto questo funziona benissimo quando si studiano molti fenomeni naturali, ma diventa molto più fragile quando lo si applica alle esperienze umane come se bastasse individuarne gli effetti misurabili per averne esaurito il significato. Un’amicizia non è la somma di sostegno emotivo, riduzione dell’ansia e rinforzo immunitario. Una preghiera non è spiegata dal fatto che abbassa la pressione. Un’opera d’arte non è esaurita dal rilascio di dopamina o dal miglioramento dell’umore. Una passeggiata in un bosco non coincide con la riduzione dei livelli di cortisolo. Tutte queste descrizioni possono essere vere e, insieme, terribilmente insufficienti.
Il paradosso, poi, è che questa mentalità finisce spesso per sabotare perfino i fini che dichiara di inseguire. Se entro in una relazione soprattutto per stare meglio, rischio di rendere quella relazione meno capace di trasformarmi davvero, perché continuo a mettermi al centro. Se socializzo come se stessi assumendo un integratore, la socialità perde qualcosa della sua gratuità, della sua apertura, del suo decentramento; e proprio così può diventare meno nutriente, non più. Se cerco nell’arte soltanto una regolazione dell’umore, sarò meno disposto a lasciarmi inquietare, ferire, disturbare, cioè proprio a ricevere da essa ciò che più conta. Se entro nella natura come in una clinica a cielo aperto, continuo a guardarla in modo estrattivo: non mi domando che cosa sia, che cosa chieda, quale rapporto giusto si possa costruire con essa, ma che cosa mi dia, che cosa migliori in me, quale beneficio ne possa trarre.
Non intendo, con questo, opporre in modo infantile il valore intrinseco a ogni considerazione pratica. La vita è piena di mezzi necessari, di attività strumentali, di compiti che accettiamo non perché siano in sé meravigliosi, ma perché senza di essi non potremmo neppure dedicarci a ciò che conta. Il denaro serve, il lavoro spesso serve, la prevenzione serve, la medicina serve, l’organizzazione serve. Sarebbe ridicolo negarlo. Ma proprio per questo mi sembra essenziale non lasciare che la logica del mezzo invada anche il regno dei fini. Se tutto diventa ottimizzazione, manutenzione, investimento, prevenzione, auto-miglioramento, allora la vita assume la forma di un addestramento incessante a qualcosa che dovrebbe arrivare più tardi. Solo che questo più tardi non arriva mai. Continuiamo a prepararci a vivere meglio, senza accorgerci che stiamo perdendo l’abitudine a vivere.
Perciò, quando provo a immaginare un modo diverso di abitare il mondo, non penso a un rifiuto della scienza, del benessere o dell’utilità, ma a un loro ridimensionamento entro il posto giusto. Vorrei un linguaggio in cui si possa ancora dire che un’amicizia fa bene senza che il suo fare bene ne diventi il significato principale; in cui l’arte possa anche alleviare il dolore, ma senza essere ridotta a dispositivo terapeutico; in cui la natura non debba giustificare la propria presenza attraverso il miglioramento delle nostre funzioni vitali; in cui la filosofia non debba sempre promettere applicazioni immediate; in cui un abbraccio resti un gesto d’amore, di conforto, di riconciliazione, e non soltanto una tecnica biochimica.
Mi pare che la perdita più grave, oggi, non sia solo morale ma percettiva. Quando tutto viene tradotto in funzione, il mondo si restringe. Le cose restano, ma si assottigliano. I musei restano, i boschi restano, gli amici restano, il canto resta, il desiderio resta, la preghiera resta; eppure tutto appare un po’ meno gratuito, un po’ meno pieno, un po’ meno luminoso, perché lo frequentiamo come si frequentano le risorse, non come si incontrano i beni. Continuiamo a cercare il massimo beneficio da ogni esperienza e, proprio così, rischiamo di perdere il contatto con ciò che rende quell’esperienza degna di essere vissuta.
Se dovessi allora dire in una frase ciò che mi sembra più importante, direi questo: non tutto ciò che conta deve servire a qualcos’altro. Le persone che amo non devono giustificarsi attraverso gli effetti che producono su di me. Le attività che danno forma alla vita non hanno bisogno di una certificazione sanitaria, economica o psicologica per meritare tempo e dedizione. E forse una delle forme più difficili, ma anche più necessarie, di libertà oggi consiste proprio nel sottrarre qualcosa, ogni giorno, alla logica dell’uso, e nel restituirlo alla sua sufficienza.





