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Arsenal, un titolo costruito nel tempo

L’Arsenal ha vinto la Premier League dopo ventidue anni di attesa, conquistando il titolo 2025-26 grazie al pareggio del Manchester City sul campo del Bournemouth, risultato che ha consegnato ai londinesi un vantaggio ormai incolmabile. È il primo campionato dell’era Arteta, il quattordicesimo titolo inglese della storia del club, e arriva dopo tre stagioni consecutive chiuse da secondo incomodo. La tentazione, in casi come questo, di ridurre tutto a un anno fortunato o a un calo altrui è forte, ma il successo dell’Arsenal non nasce dalla fretta, né da una rivoluzione improvvisa, né tantomeno da un’estate isterica passata a comprare nomi per coprire crepe strutturali. È il frutto della continuità. È una vittoria che ha richiesto tempo, fatta anche di errori e scelte impopolari, e che proprio per questo appare più solida.

Secondo la ricostruzione di The Athletic, il club aveva individuato già anni fa una possibile finestra di opportunità, ipotizzando che tra il 2023 e il 2027 il ciclo combinato di Manchester City e Liverpool avrebbe inevitabilmente mostrato delle crepe. E ha iniziato a prepararsi per questo. Nel calcio di oggi tutti parlano di progettualità, ma pochi la praticano davvero. L’Arsenal, invece, sembra averla resa metodo. Ha smontato e ricostruito il proprio reparto sportivo, ha ridefinito i criteri di reclutamento, ha puntato su un gruppo di giocatori con età compatibili e margini di crescita comuni. Ha scelto di perdere tempo per guadagnarne dopo. È una decisione che richiede una dote molto poco glamour: la pazienza. E nel calcio, dove la pressione è quotidiana e il panico spesso detta l’agenda, la pazienza è quasi un atto sovversivo.

Il prezzo di questa scelta è stato alto. L’Arsenal ha dovuto tagliare molto, spesso malamente, talvolta umiliandosi sul mercato. Le rescissioni, le uscite a perdere, la necessità di liberarsi di stipendi e personalità incompatibili hanno fatto sembrare il club un cantiere mal gestito più che una struttura in ascesa. Eppure quelle rotture hanno avuto un valore fondativo. Senza l’epurazione dei residui tossici, tecnici e culturali, il progetto non avrebbe mai preso forma. Nel calcio, del resto, si celebra sempre l’acquisto giusto; molto più raramente si capisce quanto sia decisiva la cessione necessaria.

Ma al centro di tutto c’è Arteta. Per anni, è stato insieme il volto della rinascita e il bersaglio privilegiato dello scetticismo. Gli si rimproverava la rigidità, la mania di controllo, la teatralità, un perfezionismo da laboratorio che sembrava a tratti sconfinare nell’ossessione. Probabilmente molte di quelle accuse contenevano una parte di verità, ma è altrettanto vero che proprio quella natura quasi compulsiva è stata la forza che ha permesso all’Arsenal di reggere il processo senza farsi divorare dalle sue stesse attese. Arteta ha imposto un ambiente. Quando il club sondò anni fa la percezione interna del lavoro all’Arsenal, la parola che emerse con più insistenza fu “tossico”. Arteta ha lavorato esattamente lì: sulla cultura, sulle gerarchie, sul senso di appartenenza, sulla disciplina come struttura quotidiana. I suoi scontri con giocatori di primo piano furono letti da molti come eccessi di protagonismo; oggi si possono rileggere come atti di fondazione. Ha imposto l’idea che nessuno, all’interno del progetto, potesse essere più grande del progetto stesso.

Naturalmente questa trasformazione non ha prodotto un Arsenal romantico. Ha prodotto un Arsenal feroce, metodico, a tratti persino poco simpatico. Ma le squadre che vincono davvero raramente nascono per risultare gradevoli. In un certo senso, l’Arsenal ha accettato di non essere il City per battere il City. Non ha cercato di replicarne fino in fondo la fluidità o l’onnipotenza estetica. I calci piazzati, diventati uno dei simboli di questa squadra, sono la dimostrazione di questa filosofia.

In questi anni all’Arsenal sono cambiati dirigenti, collaboratori, assistenti, assetti organizzativi, ma Arteta è rimasto sempre lì. È rimasto quando il club arrancava, quando veniva deriso, quando il progetto sembrava promettente ma incompiuto, quando il secondo posto sembrava poter diventare una maledizione psicologica. Ovviamente, questo non significa che il club abbia vissuto di pure intuizioni romantiche. Al contrario, anche nell’ultima estate, quella del definitivo salto, l’Arsenal ha investito molto, accettando di spingersi verso il bordo delle proprie possibilità economiche per completare la rosa. Lo ha fatto, però, non per smentire il progetto iniziale, ma per portarlo a compimento. C’è una differenza sostanziale tra spendere per rincorrere il caos e spendere per chiudere un disegno. L’Arsenal ha fatto la seconda cosa. Il risultato è che la squadra è arrivata matura proprio mentre gli altri rallentavano. Il City ha perso terreno e ha lasciato per strada il suo dominio, mentre il Liverpool non è riuscito a restare dentro la corsa. L’Arsenal, invece, non ha avuto bisogno di essere perfetto in senso assoluto; gli è bastato essere finalmente più pronto degli altri.

Adesso, inevitabilmente, cambia tutto. Vincere era l’obiettivo; continuare a vincere sarà il problema successivo. Ed è una sfida diversa, forse persino più difficile, perché il primo titolo si conquista anche con la fame; i successivi si difendono contro l’usura del successo, contro la tentazione della soddisfazione. Ma questo viene dopo. Oggi l’Arsenal ha vinto il campionato perché ha avuto un’idea di sé abbastanza lunga da sopravvivere ai propri inciampi. Ha capito prima di altri che nel calcio esistono finestre storiche, e che per attraversarle serve costruirsi per tempo la statura necessaria. Ha avuto il coraggio di risultare antipatico, esigente, a tratti ossessivo. Ha sopportato la lentezza. Ha creduto nella continuità come punto di forza.

Ventidue anni dopo, il titolo torna a nord di Londra come il prodotto di una convinzione. È il trionfo di una squadra che si è pensata campione prima ancora di riuscire a diventarlo.

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