Per molto tempo una teoria ha indicato l’Asia meridionale come culla del bacio romantico, facendo risalire la sua prima attestazione letteraria intorno al 1500 a.C., nei testi del sanscrito vedico. Da lì, secondo questa ricostruzione, la pratica si sarebbe poi diffusa verso il Mediterraneo, forse anche attraverso i contatti creati dalle spedizioni di Alessandro Magno in India. Un’ipotesi affascinante, rafforzata dall’idea che un gesto più antico, basato sullo sfregamento dei nasi, si fosse evoluto gradualmente nel bacio sulle labbra.
Ma ora quella genealogia lineare vacilla.
Due studiosi danesi, Troels Pank Arbøll e Sophie Lund Rasmussen, hanno rimesso mano a testi molto più antichi, incisi su tavolette d’argilla della Mesopotamia, e sono arrivati a una conclusione diversa. Nei documenti sumeri e accadici hanno trovato riferimenti chiari al bacio intimo già alla fine del terzo millennio a.C., cioè circa mille anni prima di quanto sostenuto da quella teoria. Il loro intervento, pubblicato su Science, mette in discussione l’idea stessa che questa pratica abbia avuto un solo luogo d’origine. Secondo i due ricercatori, il bacio non sarebbe nato in una sola regione per poi diffondersi altrove, ma sarebbe stato presente in culture diverse e lontane tra loro.
Uno dei testi più significativi è il cosiddetto Cilindro di Barton, una tavoletta sumera risalente attorno al 2400 a.C., rinvenuta a Nippur alla fine dell’Ottocento. Il testo, inserito in una narrazione mitica sulle origini del mondo e sulla fertilità, racconta l’unione tra una divinità maschile e la dea madre Ninhursag. Dopo l’atto sessuale, la dea viene baciata. È un dettaglio non banale perché, come sottolineato anche dall’assiriologo Gonzalo Rubio, il bacio, in questo come in altri racconti, non precede l’unione sessuale come gesto di seduzione, ma arriva dopo, a suggello dell’atto compiuto.
Arbøll e Rasmussen spiegano che nelle fonti mesopotamiche il bacio compare in almeno due forme principali. Da un lato c’è il bacio affettivo o gerarchico, quello che esprime rispetto, sottomissione o vicinanza familiare, come nel caso del suddito che bacia i piedi del sovrano; dall’altro lato c’è il bacio erotico o romantico, associato all’amore e alla sessualità. È quest’ultimo a colpire di più, perché faceva parte della sfera intima già in epoche remotissime. Il fatto che queste attestazioni provengano dalla Mesopotamia non sorprende gli specialisti del Vicino Oriente antico, ma cambia molto per chi studia la storia culturale del bacio in senso più ampio. Rasmussen osserva che gli assiriologi, spesso, lavorano su materiali straordinari che però restano confinati in un ambito specialistico, senza entrare davvero nelle grandi ricostruzioni di storia sociale e culturale. Ed è proprio questo isolamento disciplinare che può aver contribuito a lasciare in ombra prove conosciute da tempo nel campo degli studi mesopotamici.
Il dibattito, però, non riguarda soltanto la cronologia. Dietro la questione del “primo bacio” si nasconde una domanda più vasta: perché gli esseri umani si baciano? Su questo terreno entrano in gioco anche la biologia e l’evoluzione. Rasmussen, che oltre a occuparsi di storia studia anche il comportamento animale, ricorda che forme di contatto labiale esistono pure tra i nostri parenti più vicini, come scimpanzé e bonobo. Negli scimpanzé il bacio può svolgere una funzione sociale, di riconciliazione o di verifica della compatibilità; nei bonobo può diventare apertamente erotico. Questo non significa che il bacio umano derivi in modo semplice e diretto da quei comportamenti, ma suggerisce che il contatto bocca a bocca abbia radici molto profonde nella storia dei primati.
Curiosamente, i testi antichi mostrano anche che il bacio poteva avere implicazioni morali e sociali molto precise. In Mesopotamia, per esempio, baciarsi fuori dal matrimonio poteva essere considerato un gesto sconveniente o persino pericoloso, soprattutto se coinvolgeva figure religiose. Arbøll cita un testo del 1800 a.C. in cui una donna sposata viene quasi trascinata nell’infedeltà proprio da un bacio appassionato. In altri casi, baciare una sacerdotessa era ritenuto un atto talmente grave da avere conseguenze simboliche radicali, come la perdita della parola.
Nel corso dei secoli, poi, ogni civiltà ha codificato il bacio a modo suo. I Romani arrivarono persino a distinguere diverse categorie: l’osculum, casto e affettuoso; il basium, più intimo ma ancora contenuto; il savium, il bacio pienamente passionale. Nella Roma imperiale, il bacio pubblico tra amanti apparteneva già alla sfera dello scandalo o quantomeno dell’inopportuno. Quel gesto così intimo, esibito davanti agli altri, appariva sconveniente sul piano del costume e forse anche imprudente su quello della salute. Nel I secolo dopo Cristo, l’imperatore Tiberio cercò perfino di limitarne l’uso durante le cerimonie ufficiali, probabilmente nel timore di contenere un’epidemia di herpes labiale. Anche il Vicino Oriente antico, del resto, sembra aver lasciato tracce di un simile nesso tra contatto e malattia. Troels Pank Arbøll ha richiamato l’attenzione su un ampio insieme di testi medici mesopotamici nei quali compare una patologia chiamata bu’shanu, descritta come un male che colpiva soprattutto la bocca, la gola e le zone circostanti, con sintomi che ricordano da vicino quelli dell’herpes simplex. Persino il nome, ha osservato lo studioso, deriva da un verbo che significa “puzzare”, come se il linguaggio stesso conservasse l’eco di un disagio fisico e sociale insieme.
Eppure il bacio non è mai stato soltanto un possibile veicolo di contagio. È anche uno dei luoghi più misteriosi dell’attrazione. In La scienza del bacio, Sheril Kirshenbaum lo descrive come uno scambio sottilissimo di sapori, odori, consistenze, un punto d’incontro in cui due corpi iniziano a conoscersi ben prima delle parole. La Rasmussen propone di guardare al bacio anche come a un antico strumento di valutazione reciproca. Attraverso l’odore dell’altro, attraverso segnali chimici quasi impercettibili, il corpo misurerebbe inconsciamente la salute, la compatibilità, forse persino la qualità genetica del possibile partner. È una teoria che lei stessa collega al mondo animale, ricordando come anche nei ricci l’avvicinamento olfattivo abbia un ruolo nella scelta riproduttiva.







