Steve Kerr

Steve Kerr ne ha avuto abbastanza?

L'allenatore dei Golden State Warriors ha parlato del suo futuro con la squadra, del suo complicato rapporto con Draymond Green e della possibilità di un suo ingresso in politica.

In un ambiente che addestra allenatori e giocatori a limare ogni frase, a non urtare sponsor, proprietà, tifosi, politica e social network, Steve Kerr continua a esporsi. Lo fa da anni, lo ha fatto contro Donald Trump, lo ha fatto sulle armi, sulla guerra, sulla crisi morale americana. E lo fa oggi anche su se stesso, sul suo lavoro, sul basket che cambia e su un futuro che, per la prima volta dopo dodici stagioni a Golden State, non appare più così scontato. Il suo contratto è in scadenza e, dopo l’eliminazione dei Warriors nei playoff, Kerr ha ammesso di non sapere ancora se resterà. Ha spiegato che si prenderà un po’ di tempo, che questi mestieri hanno una scadenza naturale e che la decisione verrà discussa con la franchigia nelle prossime settimane.

La stagione di Golden State si è chiusa prima del previsto e, a complicare tutto, è arrivato a gennaio il grave infortunio di Jimmy Butler, costretto a fermarsi per la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, una perdita che ha cambiato in modo drastico le prospettive della squadra. Kerr ha parlato da un lato con la consapevolezza che tutti i cicli finiscono, dall’altro con il desiderio di non lasciare Steph Curry e Draymond Green proprio adesso, con un ultimo pezzo di strada ancora da percorrere. Ha detto che, se Curry e Green si ritirassero oggi, per lui sarebbe tutto molto più semplice: se ne andrebbero insieme, chiudendo un’epoca. Ma Curry ha ancora un anno di contratto e ha già fatto capire di voler discutere un’estensione, mentre Green ha una player option per la prossima stagione ed è parte viva del presente Warriors. È proprio qui che il discorso si fa interessante, perché Kerr, parlando di Green, ha usato parole che nel basket di oggi si sentono raramente: dure, affettuose, persino contraddittorie. Ha detto che lo ama, che farebbe qualsiasi cosa per lui, che lo considera un genio difensivo come non ne ha mai visti. Ma ha aggiunto anche che ci sono cose che Green ha fatto e che lui non potrà mai perdonargli.

È il miglior difensore che abbia mai visto. E questo la dice lunga, visto che ho giocato con Scottie Pippen e Dennis Rodman. Il gioco moderno richiede molto di più rispetto agli anni Novanta. Devi essere in grado di marcare tutti e cinque i ruoli, perché c’è così tanto ritmo, energia e cambi di direzione. Corri indietro in difesa, devi marcare il ragazzo che hai di fronte. Draymond può marcare qualsiasi azione, qualsiasi ruolo, qualsiasi giocatore.

Green è stato il motore emotivo e difensivo della dinastia, il giocatore che ha dato ferocia, letture, aggressività e identità a una squadra che senza di lui non avrebbe avuto la stessa durezza. Ma è stato anche una fonte continua di attrito. Tra loro ci sono stati urti veri, anche furibondi, e per anni il loro equilibrio si è retto su una tregua mai del tutto definitiva. La grandezza del rapporto sta proprio lì, nel fatto che non si è mai fatta finta di niente.

È un tipo incredibilmente passionale ed emotivo, e quella passione ed energia gli hanno spesso causato problemi. E gli voglio bene. Penso che sia una persona di buon cuore con una mente brillante, ma se vuole allenare dovrà imparare a controllare parte di quelle emozioni, di quel desiderio, di quel fuoco che arde dentro di lui, e non è una cosa facile.

Se Green è l’anima ruvida, Curry resta invece il volto luminoso del progetto. Kerr ne parla quasi con gratitudine, come di un leader che ha trasformato il clima stesso della franchigia. Il paragone con Michael Jordan, che Kerr ha conosciuto da compagno nei Bulls, torna inevitabile, ma proprio da questo confronto emerge quanto il suo pensiero sul basket sia diventato sfumato. Jordan, nelle parole di Kerr, era dominio puro, un’energia quasi intimidatoria che agiva sugli avversari, sugli arbitri, su tutto il palazzetto. Curry è un’altra cosa: più generoso, più portato a elevare gli altri, più naturale nel condividere la scena. Non per questo meno decisivo.

È una distinzione importante, perché racconta anche l’evoluzione di Kerr come uomo di basket. Da giocatore è stato un tiratore chirurgico, il giocatore con la miglior percentuale da tre punti della storia NBA, un interprete ideale di un gioco ancora precedente all’esplosione odierna del tiro pesante. Da allenatore, invece, si è trovato a guidare proprio la squadra che più di tutte ha cambiato il modo di concepire il parquet moderno. Eppure, Kerr, l’uomo che ha allenato Steph Curry e Klay Thompson, oggi è uno dei più dubbiosi rispetto all’effetto culturale della rivoluzione da tre punti. Ha detto apertamente che prenderebbe persino in considerazione l’idea di eliminare la linea del tiro da tre, o almeno di ridurre drasticamente il suo peso nel sistema attuale, perché l’analitica ha trasformato il basket in una mappa troppo prevedibile, in cui esistono solo il ferro e l’arco, e tutto ciò che sta in mezzo viene svalutato. È una provocazione, certo, ma anche il segno di un allenatore che continua a rimescolare la carte.

Mi chiedo – e non so se funzionerebbe o meno – se eliminassimo la linea dei tre punti, il modo di giocare cambierebbe e si creerebbero molte soluzioni creative diverse per il basket.

Questa sua insofferenza verso alcune derive del gioco contemporaneo si lega a un’altra battaglia che Kerr porta avanti da tempo, quella contro l’usura del calendario. Secondo lui ottantadue partite sono troppe. Lo ha ripetuto ancora, osservando che i giocatori oggi corrono di più, più velocemente, con più cambi di direzione e maggior stress articolare di qualunque epoca precedente, anche a causa dell’accelerazione imposta dal basket moderno. La sua idea è che ridurre la stagione di dieci partite aiuterebbe la salute dei giocatori e migliorerebbe il prodotto, ma sa benissimo che il problema è economico. Meno partite significa meno ricavi, e in una lega in cui le franchigie valgono miliardi, nessuno ha davvero voglia di sacrificare entrate in nome della qualità.

Penso che dovremmo giocare meno partite. Non credo che succederà, perché meno partite significano meno entrate e bisognerebbe che tutti fossero d’accordo: giocatori, allenatori, dirigenza, alcune delle banche d’investimento che finanziano alcune squadre. Inoltre, i prezzi di acquisto di queste franchigie sono ormai fuori controllo, ci sono miliardi di dollari in ballo e nessuno che conti davvero vuole accorciare la stagione. Ma penso che guadagniamo già un sacco di soldi e che dovremmo concentrarci sul prodotto. Potremmo ridurre il numero di partite in calendario, il che permetterebbe più riposo e più allenamenti.

Kerr, d’altra parte, non ragiona mai soltanto da allenatore. La sua biografia, la sua famiglia, il suo sguardo sul mondo lo hanno sempre tenuto un po’ fuori dal recinto. Figlio di Malcolm Kerr, studioso del Medio Oriente assassinato a Beirut nel 1984 da militanti legati all’estremismo sciita, è cresciuto tra Los Angeles, il Cairo e il Libano. Quando parla di Iran, di Israele, di Palestina o dell’America di Trump, non lo fa con la superficialità da celebrità che commenta tutto. Si sente il peso di una memoria personale, di un rapporto antico con la violenza politica e con la fragilità delle democrazie. Anche per questo continua a essere una voce anomala nello sport statunitense: non solo perché prende posizione, ma perché lo fa senza cercare rifugio nell’ambiguità.

Nell’intervista rilasciata a Charles Bethea ha escluso l’ipotesi di entrare in politica, ma il punto forse è un altro. Kerr non ha bisogno di candidarsi per fare politica, perché la fa già assumendosi la responsabilità delle proprie parole.

Quando McCain si candidò contro Obama, ci fu un incontro pubblico e qualcuno disse a McCain: “Obama è un uomo terribile“. E lui rispose: “No, è un brav’uomo“. Era con questo che ero cresciuto. Reagan (repubblicano) e Tip O’Neill, il Presidente della Camera (democratico), si incontravano ogni settimana, sapendo di dover collaborare per ottenere risultati. C’era un senso di decenza, la consapevolezza che la gente ci osservava, che volevamo che la nostra politica incarnasse una certa dignità, a prescindere dalle politiche e persino dalla corruzione. Nixon viene messo sotto accusa ed entrambi i partiti concordano sul fatto che non possiamo permettercelo. Abbiamo perso tutto questo. E non credo che sia tutta colpa di Trump.

Steve Kerr non sembra un uomo stanco del basket, sembra piuttosto stanco delle semplificazioni. Continua a dire che ama questo mondo, che lo entusiasma ancora l’idea di allenare e di aiutare i giocatori a crescere. Ma si capisce anche che non vuole restare soltanto per inerzia, né diventare l’ombra decorativa di una dinastia consumata. Vuole capire se esiste ancora un senso pieno nel restare, se c’è ancora una possibilità vera, se il rapporto tra lui e Golden State può continuare senza trasformarsi in abitudine.

Forse è questo il punto più umano del suo momento. Non il dubbio sul contratto, non il bilancio dei titoli, non l’ennesimo dibattito su Steph e Draymond. Il punto è che Kerr, arrivato a sessant’anni, con nove anelli NBA tra carriera da giocatore e da allenatore, potrebbe serenamente rifugiarsi nel proprio monumento. Invece no. Sta ancora lì a interrogarsi sul futuro, sul gioco, sul Paese, sui suoi errori, sui suoi legami più complicati. Non ha ancora deciso se ha avuto abbastanza. Ma è chiaro che, se dovesse andarsene, non sarebbe per esaurimento. Sarebbe solo perché anche le storie migliori, a volte, chiedono di essere lasciate andare un attimo prima di somigliare a una replica.

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