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La schiavizzazione dei Nativi nell’America coloniale

Molto prima che gli europei sbarcassero nel Nuovo Mondo, anche le società indigene del continente conoscevano forme di prigionia e schiavitù, ma si trattava di pratiche inserite in un contesto culturale legato alla guerra e al prestigio. Con l’arrivo dei conquistadores, quel quadro cambiò radicalmente e la schiavitù divenne un sistema economico.

A partire dal 1492, con Colombo nelle Indie Occidentali, gli spagnoli avviarono un modello destinato a lasciare un’impronta profonda su tutto il continente: territori occupati, popolazioni indigene rese forza lavoro e comunità disgregate. Nelle regioni dell’America centro-meridionale il processo assunse forme sistematiche già nel Cinquecento; più a nord, nelle colonie inglesi, la schiavitù indigena prese inizialmente la forma del prigioniero di guerra, per poi trasformarsi in traffico organizzato verso le piantagioni caraibiche e in strumento per liberare terre all’espansione coloniale. Questa storia, spesso lasciata ai margini della memoria pubblica e solo recentemente portata alla luce, attraversa tutta l’età coloniale e non si esaurisce affatto con il tramonto della schiavitù formale. Anzi, anche dopo l’abolizione, il lavoro coatto e l’espropriazione dei popoli nativi proseguirono in nome della “civilizzazione”, cioè dell’assimilazione forzata a un ordine imposto dai vincitori.

Già nel suo primo viaggio, Colombo catturò indigeni da portare in Spagna; nel secondo ne trasportò cinquecento. Tra il 1493 e il 1496, il navigatore genovese istituì un sistema simil-feudale noto in Spagna come encomienda e consistente nell’affidamento di determinati territori con indigeni “in dotazione”; ciò istituzionalizzò la schiavitù dei nativi in tutte le colonie spagnole del Nuovo Mondo e, con l’inizio della colonizzazione francese, olandese e inglese del Nord America, portò all’instaurazione della Tratta atlantica.

I francesi e gli olandesi, almeno in un primo momento, cercarono di sfruttare la presenza dei nativi come guide, cacciatori di pellicce e pescatori. Questo non impediva però alle loro navi di partecipare, più a sud, al traffico schiavista che già coinvolgeva altre aree del continente. Con il tempo anche loro finirono per inserirsi in quel sistema, partecipando al rapimento e alla vendita di indigeni destinati alle piantagioni spagnole o ad altri mercati coloniali. Gli inglesi, quando fondarono Jamestown in Virginia nel 1607, seguirono inizialmente una strada diversa. Contavano sull’appoggio delle tribù della Confederazione Powhatan, convinti che quelle comunità avrebbero aiutato una colonia che, nei primi anni, non era neppure in grado di mantenersi da sola. L’equilibrio però durò pochissimo. Dopo appena tre anni, i rapporti precipitarono nella prima delle guerre anglo-powhatan, e già nelle fasi iniziali del conflitto i prigionieri di guerra cominciarono a essere ridotti in servitù.

La prima guerra, combattuta tra il 1610 e il 1614, si concluse con una tregua favorita dal matrimonio tra John Rolfe e Pocahontas, figlia del capo Wahunsunacock, un accordo passato alla storia come la “Pace di Pocahontas”. Fu però una pausa breve. Nel 1622 una nuova esplosione di violenza, innescata dall’attacco della Confederazione Powhatan contro gli insediamenti inglesi di Jamestown, aprì una seconda fase del conflitto. Dopo un altro periodo di tregua e di scambi commerciali, la guerra riprese ancora una volta. Con il terzo scontro, tra il 1644 e il 1646, la Confederazione Powhatan venne definitivamente spezzata e molti dei suoi membri furono deportati e venduti come schiavi oltremare.

La stessa dinamica si verificò in Nuova Inghilterra. La Guerra pequot, negli anni Trenta del Seicento, segnò uno dei primi casi di schiavizzazione di massa dei nativi nel Nord America inglese. Dopo il massacro di Mystic, i sopravvissuti furono distribuiti tra tribù alleate degli inglesi oppure deportati oltremare. Le Barbados, con la loro economia di piantagione fondata sulla canna da zucchero, avevano un bisogno continuo di forza lavoro. I Pequot sconfitti divennero così parte di un circuito atlantico che legava guerra coloniale, deportazione e mercato.

È importante ricordare che questo sistema non fu sostenuto soltanto dagli europei. Diverse nazioni native vi presero parte, talvolta per rivalità antiche, talvolta per convenienza, talvolta nella speranza di salvarsi collaborando con il potere coloniale. Alcune tribù catturavano e vendevano altre popolazioni indigene, fornendo ai coloni prigionieri, guide, reti locali e supporto logistico. Fu una dinamica tragica, che i colonizzatori seppero sfruttare con abilità, alimentando divisioni già esistenti e trasformandole in un moltiplicatore di violenza. Armi da fuoco, cavalli e vantaggi commerciali crearono nuovi equilibri, spesso illusori. Molti gruppi che avevano collaborato con i bianchi finirono poi a loro volta travolti dallo stesso meccanismo che avevano contribuito a far funzionare.

John Rolfe e Pocahontas
John Rolfe e Pocahontas. Olio di James W. Glass. 1845 | Foto: Bridgeman / ACI

La Carolina, istituita ufficialmente nel 1663 e poi divisa in Carolina del Nord e del Sud, era già da tempo inserita in questo traffico. Come ha osservato Andrés Reséndez, tra il 1670 e il 1720 da Charleston partirono più schiavi nativi di quanti ne arrivassero dall’Africa. Per alimentare questa rete, i coloni fecero sempre più affidamento sulla tribù dei Westo che razziavano vaste aree del Sud-Est e fornivano prigionieri agli europei. L’antropologo Robbie Ethridge ha definito gruppi del genere “società bellico-schiavistiche”, cioè comunità che fondavano una parte decisiva del proprio potere sulla guerra e sulla cattura di esseri umani da rivendere.

Più a ovest, intanto, gli spagnoli avevano da tempo assoggettato le popolazioni note complessivamente come Pueblo, spesso con l’appoggio di altre tribù alleate, di volta in volta vincitrici, predatrici e venditrici di uomini e donne catturati in guerra. Nel Nuovo Messico questo ordine di violenza e dominio resistette fino al 1680, quando il capo Popé organizzò la grande Rivolta Pueblo, che riuscì a cacciare gli spagnoli dalla regione per circa un decennio. La ribellione ebbe una forte matrice religiosa. I missionari cattolici avevano cercato di sradicare le pratiche spirituali indigene e di sostituirle con il cristianesimo, e uno dei primi gesti simbolici di Popé fu quello di proclamare la morte di Cristo e della Vergine e ordinò di incendiare le chiese.

Nel Settecento, le cosiddette guerre indiane continuarono a produrre schiavi, senza distinguere davvero tra combattenti e civili. Accadde nella guerra dei Tuscarora, in Carolina del Nord, tra il 1711 e il 1715, e subito dopo nella guerra yamasee, in Carolina del Sud, tra il 1715 e il 1717. Anche questi conflitti, protrattisi fino alla vigilia della Rivoluzione americana, finirono per tradursi in nuove deportazioni oltremare e nella vendita di nativi americani come schiavi.

La Guerra di re Filippo e la schiavizzazione di massa

Ma forse il punto più drammatico di questa spirale è la Guerra di re Filippo. Combattuta tra il 1675 e il 1678, oppose i coloni della Nuova Inghilterra a una vasta alleanza indigena riunita attorno a Metacom, capo dei Wampanoag, che gli inglesi chiamavano King Philip. Metacom era il figlio di Massasoit, il capo che, all’inizio del Seicento, aveva aiutato i pellegrini di Plymouth a sopravvivere e ad insediarsi nel New England. Quell’intesa, sancita da un trattato firmato con il governatore John Carver, aveva retto per anni. A incrinarla furono, dopo la morte di Massasoit, le politiche sempre più aggressive dei coloni, che sotto Josiah Winslow iniziarono a erodere sistematicamente i territori e l’autonomia dei Wampanoag. A un certo punto, per Metacom, la guerra apparve come l’unica possibilità di difendere il proprio popolo e il proprio modo di vivere.

Il conflitto travolse la Nuova Inghilterra e lasciò dietro di sé villaggi incendiati, comunità distrutte e una spirale di violenza che non risparmiò nessuno. Nell’agosto del 1676 Metacom fu tradito, ucciso e decapitato, ma emblematico fu il destino dei Narragansett, che in un primo momento avevano cercato di restare neutrali. La loro neutralità, però, si rivelò inutile. Avevano accolto donne, bambini, feriti e altri profughi indigeni, e tanto bastò a farli considerare complici. Nel dicembre del 1675 le forze coloniali attaccarono la loro roccaforte nella cosiddetta Great Swamp Fight, il massacro della Grande Palude: furono uccise più di seicento persone, in gran parte donne, bambini e rifugiati appartenenti ad altre tribù. I superstiti narragansett si unirono allora ai Wampanoag, ma il corso della guerra era ormai segnato. Anche se alcune resistenze continuarono fino al 1678, con la morte di Metacom il conflitto era sostanzialmente deciso. E per i vinti fu la schiavitù. Uomini, donne e bambini furono catturati e venduti, senza distinzione tra combattenti e civili. In realtà, la paura di essere deportati e rivenduti oltremare era stata uno dei motori stessi della guerra. Lo storico Linford D. Fisher ha mostrato come, per molti nativi, il terrore di essere spediti “fuori dal Paese” fosse già presente in tempo di pace. La minaccia di essere mandati nelle Barbados, alle Bermuda, in Giamaica o in altre colonie inglesi non era affatto astratta: i registri coloniali ne offrono numerose prove.

Dopo la nascita degli Stati Uniti, la trasformazione fu soprattutto linguistica e amministrativa. Le politiche federali dell’Ottocento privarono le nazioni native delle loro terre, le spinsero nelle riserve, imposero nuove forme di dipendenza e costrinsero intere comunità a sopravvivere lavorando in condizioni di subordinazione estrema. Il Dawes Act del 1887, presentato come misura di modernizzazione e integrazione, fu in realtà uno strumento di disgregazione delle proprietà collettive e di ulteriore espropriazione. Ai nativi venne chiesto di dimostrare la propria identità per ottenere diritti minimi, ma intanto si imponeva loro un’idea europea di proprietà e di cittadinanza del tutto estranea ai loro sistemi originari. Il linguaggio della civilizzazione sostituì quello del possesso, ma la sostanza restò a lungo simile. Popoli privati delle terre, dei diritti politici, della libertà di movimento e della continuità culturale continuarono a essere trattati come soggetti da amministrare, correggere, disciplinare.

La rimozione di questa storia non è casuale. La memoria americana ha preferito raccontare la schiavitù quasi esclusivamente attraverso la tratta atlantica africana, che resta centrale e ineludibile, ma così facendo ha spesso oscurato un’altra linea di violenza, meno narrata e non per questo meno devastante.

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