Native Bound Unbound, la schiavitù dimenticata dei nativi americani

La schiavitù dimenticata dei nativi americani

Intorno al 1860, nel Nuovo Messico, una donna navajo di nome Ated-bah-Hohzoni, “ragazza felice”, vide crollare il proprio mondo in pochi istanti. Un attacco spagnolo al suo insediamento le portò via il padre, il marito e due figli piccoli, uccisi davanti ai suoi occhi. Lei cercò rifugio dietro una roccia con la figlia di un anno, ma venne catturata. Furono entrambe portate a Taos e vendute. Lei fu comprata da padre Antonio José Martínez, influente sacerdote e figura pubblica di primo piano nel Nuovo Messico, mentre la figlia venne acquistata da un’altra famiglia. A entrambe fu cambiato nome. Ated-bah-Hohzoni divenne Rosario, la bambina divenne Soledad.

Per molto tempo storie come questa sono rimaste ai margini della memoria americana, quando non sono state del tutto cancellate. La schiavitù dei nativi americani è esistita per secoli, ha attraversato imperi, territori e ordinamenti giuridici differenti, eppure raramente occupa il posto che meriterebbe nella storia delle Americhe. Nel caso di Rosario, una parte della vicenda riaffiorò solo più di un secolo dopo, quando Dora Ortiz Vásquez, pronipote di Martínez, pubblicò un opuscolo dedicato al sacerdote. Il ritratto che ne emergeva era benevolo, quasi agiografico. Rosario vi compariva come una “giovane schiava Navajo”, una domestica fedele, inserita nel racconto di un padrone generoso e paterno. Vásquez descriveva finanche il momento in cui Martínez, uomo mosso da compassione, avrebbe deciso di ricongiungerla con la figlia, acquistando anche la piccola Soledad.

Ma la realtà, ricostruita oggi dagli storici, è molto meno consolante. Estevan Rael-Gálvez, presidente e amministratore delegato di Native Bound Unbound, un archivio digitale nato per recuperare e documentare ogni caso possibile di schiavitù indigena nelle Americhe, ha mostrato come quel racconto fosse ampiamente romanzato. Il punto decisivo riguarda la libertà di Rosario. Nella memoria tramandata dalla famiglia di Martínez, sarebbe stata resa libera dopo la Guerra Civile per spontanea magnanimità del sacerdote. E invece i documenti d’archivio raccontano altro. Nel gennaio 1867, Martínez si rivolse al tribunale di successione della contea di Taos per impedire che la sua libertà fosse pienamente riconosciuta. La fece classificare come domestica e ottenne di restarne tutore. Dopo la morte del sacerdote, avvenuta nel luglio del 1867, Rosario continuò a vivere nella casa del figlio, George Romero. Nei censimenti successivi lei e poi anche sua figlia risultano ancora come domestiche presso i discendenti di quella famiglia. Non esiste alcuna prova che siano mai state retribuite. E questo passaggio dalla schiavitù formale a una servitù protratta e opaca dice molto della natura di questo sistema.

Per secoli gli archivi coloniali, religiosi e civili hanno evitato il termine schiavo ricorrendo a una miriade di alternative: servitori, criados, encomendados, genízaros e panis. Questa è una delle ragioni per cui la schiavitù indigena è rimasta così a lungo sfocata anche nella coscienza storica. Dopo le Nuove Leggi promulgate dalla corona spagnola nel 1542, che vietavano formalmente la schiavitù degli indigeni salvo eccezioni, il sistema continuò a operare sotto forme giuridiche e sociali meno visibili, ma non meno oppressive.

Dopo la conquista del continente, migliaia di indigeni furono deportati in Europa, marchiati, venduti e impiegati nei lavori più pesanti delle miniere e nelle economie coloniali. Solo per fare degli esempi celebri, Cristoforo Colombo vendette nativi come schiavi ed Hernán Cortés ne possedette centinaia. Questo obbliga anche a ripensare il rapporto tra la schiavitù africana e quella indigena, troppo spesso trattate come mondi separati. In realtà si intrecciarono di continuo. Nelle miniere e nelle piantagioni africani e indigeni ridotti in schiavitù lavorarono fianco a fianco. Alcuni ricercatori hanno trovato registri matrimoniali del XVI secolo nell’area di Città del Messico che documentano unioni tra africani e indigeni schiavizzati. Altri hanno ricostruito vicende ottocentesche in cui persone native venivano vendute insieme agli schiavi neri o confuse con loro nei circuiti del lavoro forzato.

La difficoltà, per molti (storici e non), sta anche nelle immagini mentali che la parola schiavitù porta con sé. Quando la si usa, l’immaginario corre subito alle piantagioni del Sud, al cotone, insomma, alla schiavitù afroamericana. Quando si parla dei popoli nativi, al contrario, prevalgono la deportazione e le riserve. Questi schemi mentali sono così radicati da impedire di vedere quanto le due storie siano in realtà comunicanti. Coercizione, proprietà umana e disumanizzazione hanno colpito più popoli, in forme differenti ma talvolta sovrapposte.

Rael-Gálvez lavora su questa materia da oltre trent’anni, prima come ricercatore, poi come storico di Stato del Nuovo Messico, infine come promotore di un archivio digitale che vuole avere un respiro emisferico. Il suo gruppo di lavoro raccoglie studenti, archivisti, genealogisti e ricercatori universitari. Setaccia registri di battesimo, atti notarili, censimenti, documenti di successione, cause civili e cronache ecclesiastiche. Ogni nome recuperato, ogni traccia riportata alla luce serve a restituire consistenza umana a una storia che per troppo tempo è stata ridotta a categoria astratta o, peggio, a nota a piè di pagina. Il suo progetto è anche personale. Lavorando sugli archivi del Nuovo Messico e della San Luis Valley, ha scoperto che diversi suoi antenati erano stati indigeni ridotti in schiavitù. Anche altri membri del team hanno incontrato nei documenti storie familiari simili: antenate elencate come beni insieme a case, mobili o alberi; madri e figlie che compaiono nei censimenti come domestiche per decenni, senza salario.

Gli storici Brett Rushforth e Andrés Reséndez hanno proposto stime che vanno da due a cinque milioni di indigeni ridotti in schiavitù nelle Americhe tra la fine del Quattrocento e il XIX secolo. Ma Rael-Gálvez invita alla cautela. La documentazione è incompleta, spesso volutamente evasiva. Più che inseguire subito un numero assoluto, dice, oggi è importante affermare con chiarezza tre cose: la schiavitù indigena fu vasta, attraversò l’intero emisfero e rimane ancora profondamente sottodocumentata. È anche una questione etica. I grandi archivi digitali, come quelli dedicati alla tratta atlantica, hanno mostrato quanto sia importante rendere visibili le persone ridotte in schiavitù, ma hanno anche posto un problema: come raccontare queste vite senza trasformarle in puro dato? Come evitare che la tecnologia, nel classificare e ordinare, finisca per astrarre ciò che dovrebbe invece restituire nella sua densità umana?

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