Il nuovo film dedicato a Michael Jackson arriva nelle sale con tutte le caratteristiche del grande evento hollywoodiano. Dietro ci sono Graham King, già produttore di Bohemian Rhapsody, la regia di Antoine Fuqua, la sceneggiatura di John Logan e un protagonista che da solo attira attenzione mediatica: Jaafar Jackson, nipote del cantante. Il film si presenta come il racconto della formazione del Re del Pop, dagli anni dei Jackson 5 fino al consolidarsi della sua leggenda solista. L’operazione ha una logica industriale molto chiara. Dopo il successo enorme di Bohemian Rhapsody, che aveva trasformato la vita di Freddie Mercury in un blockbuster da botteghino globale, sembrava quasi inevitabile che Hollywood cercasse un’altra icona musicale capace di creare un nuovo effetto nostalgia. Michael Jackson è un personaggio perfetto perché continua a essere uno degli artisti più ascoltati al mondo, con oltre 68 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, e la sua eredità commerciale è rimasta fortissima anche dopo la morte.
Però un biopic su Jackson non può essere un’operazione neutra, perché la sua vicenda pubblica include anche le accuse di abusi su minori che ne hanno segnato gli ultimi decenni (l’accordo extragiudiziale del 1994 con Jordan Chandler e il processo del 2005, conclusosi con l’assoluzione penale). Gli esecutori testamentari e gli eredi continuano a sostenere con fermezza la sua innocenza, ma il fatto che la questione resti divisiva, e centrale nella percezione contemporanea di Jackson, rende inevitabile una domanda: che cosa succede quando Hollywood trasforma una figura così controversa in un grande film popolare?
La risposta, almeno in questo caso, sembra essere una selezione drastica della storia. Il film si ferma sostanzialmente al 1988 e culmina con il tour di Bad, cioè nel momento in cui Michael Jackson è ancora il dominatore assoluto del pop mondiale e non è stato ancora travolto pubblicamente dagli scandali che in seguito avrebbero cambiato per sempre la sua immagine. Colman Domingo, che interpreta Joe Jackson, ha difeso apertamente questa scelta, spiegando che il film si concentra sul percorso di formazione e ascesa del personaggio, lasciando fuori la fase successiva. Ma una scelta del genere è anche il risultato di un problema legale e produttivo che ha costretto il progetto a cambiare rotta in corsa. Secondo Variety, The Hollywood Reporter e altre testate di settore, il film nella sua impostazione iniziale dedicava una parte consistente del terzo atto allo scandalo Jordan Chandler e agli effetti che quelle accuse ebbero sulla vita di Jackson. Poi, a lavorazione avanzata, il progetto è stato riscritto. Il motivo è che l’accordo del 1994 con la famiglia Chandler impedirebbe la rappresentazione o la citazione di Jordan Chandler.
Il risultato è un film che non affronta il cuore del problema reputazionale di Michael Jackson, ma semplicemente si ferma prima. Questo consente al biopic di muoversi nella zona più sicura e redditizia della sua parabola, quella del bambino prodigio, del genio in fuga dal padre, dell’artista totale che ridefinisce il linguaggio della musica pop, del performer irripetibile. È qui che il progetto diventa interessante anche al di là del cinema. Perché Michael è un ulteriore tassello di una più ampia macchina di riscrittura dell’eredità jacksoniana. Negli ultimi anni il cantante è rimasto una figura potentissima nell’immaginario popolare. Il musical MJ a Broadway, le produzioni del Cirque du Soleil e il costante successo dello streaming mostrano che il marchio Michael Jackson continua a funzionare come un grande dispositivo di attrazione culturale e commerciale. Il film arriva dunque in un momento in cui l’industria non sta cercando di riscoprirlo, ma di consolidarlo per una nuova generazione.
Le accuse, naturalmente, non scompaiono solo perché il film le elide. Leaving Neverland, il documentario di Dan Reed del 2019, ha riportato al centro del discorso pubblico le testimonianze di Wade Robson e James Safechuck, riaprendo una frattura che per una parte dell’opinione pubblica non si è più richiusa. Il punto non è stabilire qui un verdetto alternativo a quello giudiziario, ma riconoscere che questa materia è parte integrante della biografia pubblica di Jackson. Se la elimini, ottieni una versione incompleta, deliberatamente costruita per massimizzare l’identificazione emotiva con il personaggio e minimizzare la collisione con ciò che continua a renderlo moralmente e culturalmente scomodo. Da questo punto di vista, il paragone con Bohemian Rhapsody regge solo fino a un certo punto. Anche il film sui Queen era stato criticato per omissioni e semplificazioni, però nel caso di Michael Jackson la questione è più delicata, perché non riguarda soltanto la tendenza tipica del biopic a organizzare il caos della vita reale in una parabola emotiva più leggibile. Qui c’è una rimozione strutturale della parte più controversa della storia, e questa rimozione sembra nascere non da una scelta puramente artistica, ma dalla combinazione fra vincoli legali e interessi patrimoniali.
Anche la scelta del protagonista, Jaafar Jackson, va letta in questa chiave. Il fatto che a interpretare Michael sia un nipote di sangue contribuisce a rafforzare l’idea di un racconto interno, quasi autorizzato da una continuità familiare più che soltanto produttiva. È una soluzione efficace sul piano della somiglianza fisica, del marketing e della legittimazione simbolica, ma rende ancora più difficile immaginare un film disposto ad attraversare davvero le ombre fino in fondo. Inoltre, secondo diverse ricostruzioni, Lionsgate ha lasciato intendere che il progetto potrebbe aprire la strada a un seguito, o addirittura a più film. Questo significa che la biografia cinematografica di Michael Jackson potrebbe trasformarsi in una saga in due tempi: prima l’ascesa, poi, forse, il resto. Ma se il primo capitolo ha avuto bisogno di amputare la zona più spinosa per diventare commerciabile, quanto spazio reale ci sarà per un eventuale secondo capitolo più disturbante e meno agiografico?
È molto probabile che Michael funzioni al botteghino. Il repertorio musicale è intoccabile, la nostalgia è fortissima, la curiosità attorno al progetto è alta e l’industria sa bene come vendere un’epopea pop confezionata con cura. Il punto, però, è se il suo successo potrebbe dipendere proprio dalla parte di storia che ha scelto di non raccontare. E questo, in fondo, è il paradosso centrale di ogni grande operazione su Michael Jackson. Più il cinema prova a restituirne la grandezza, più rischia di trasformarsi in uno strumento di selezione della memoria.







