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Foto: Brendan Hoffman

Chernobyl, quarant’anni dopo: la guerra ha trasformato la zona proibita in una frontiera militare

A quarant’anni dall’esplosione del reattore numero 4, Chernobyl continua a esistere in una dimensione sospesa, fuori dal tempo e fuori dalla normalità. Per decenni la zona di esclusione è stata insieme rovina e terreno di ipotesi: c’era chi immaginava un futuro nel turismo della catastrofe, chi la pensava come sede di nuovi impianti energetici, chi addirittura la considerava un possibile polo per lo stoccaggio delle scorie o per la sperimentazione di reattori modulari. Poi è arrivata la guerra, e ha ridotto tutto all’essenziale. Oggi Chernobyl è soprattutto una fascia militare lungo il confine settentrionale dell’Ucraina, una terra contaminata che bisogna ancora difendere.

Le immagini che arrivano dalla zona hanno qualcosa di irreale. Le case abbandonate sono divorate dalla vegetazione, i vetri sono saltati, gli intonaci marciscono, nelle stanze restano piatti, scarpe, cappotti, piccoli resti di una vita fermata il 26 aprile 1986. Eppure in quelle stesse città fantasma, svuotate dall’evacuazione e rese inabitabili dalle radiazioni, oggi si addestrano i soldati ucraini. Si muovono tra edifici corrosi dall’umidità, si appostano dietro muri coperti di muffa, lanciano granate vere tra strutture già sventrate dal tempo. L’invasione russa del 2022 ha cambiato radicalmente il significato di quest’area. Le forze di Mosca entrarono nella zona il primo giorno dell’attacco e la occuparono per cinque settimane, usandola come corridoio strategico verso Kiev. Per questo la zona ora è stata fortificata dalle forze ucraine. Ma le radiazioni impongono una logica militare anomala. Non si scavano trincee in profondità, perché smuovere il suolo significa aumentare l’esposizione ai materiali contaminati. I bunker vengono costruiti in superficie, usando sabbia portata da fuori, modellata in grandi terrapieni artificiali. I percorsi vengono scelti anche in base alla mappa della radioattività. Gli incendi boschivi, che in qualunque altro teatro di guerra sarebbero solo un problema operativo, qui rappresentano anche il pericolo di diffondere radionuclidi attraverso il fumo. E le mine antiuomo, disseminate nella zona, impediscono agli scienziati di raggiungere i pozzi di monitoraggio delle acque sotterranee e ostacolano perfino i vigili del fuoco.

Il danno più simbolico e più grave degli ultimi anni è arrivato nel febbraio dello scorso anno, quando un drone Shahed di progettazione iraniana, lanciato dalle forze russe, ha colpito l’enorme struttura d’acciaio costruita per racchiudere il vecchio sarcofago del reattore distrutto. Quel guscio, il New Safe Confinement, era il risultato di un’impresa tecnica colossale, costata 2,5 miliardi di dollari e pensata per isolare il cuore radioattivo di Chernobyl dal mondo esterno. L’esplosione non ha provocato una fuoriuscita di radiazioni, ma ha aperto una falla e ha incendiato i materiali che garantivano la tenuta della struttura. In un istante, vent’anni di lavoro internazionale sono stati rimessi in discussione. Il problema, adesso, non è solo riparare il danno ma capire come farlo. Il rivestimento era stato costruito lontano dal reattore e poi fatto scorrere su binari fino alla sua collocazione definitiva, proprio per ridurre al minimo l’esposizione dei lavoratori. Oggi, invece, le riparazioni dovranno essere eseguite sopra una delle aree più pericolose del pianeta. Significa turni rigidissimi, personale che dovrà alternarsi continuamente, tempi lunghi, costi enormi. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha stimato 500 milioni di dollari e un calendario che, nella migliore delle ipotesi, partirebbe nel 2028 per concludersi quattro anni dopo.

In queste condizioni, parlare di rilancio economico della zona appare quasi astratto. Eppure, prima della guerra, alcune possibilità erano state esplorate. Il turismo di Chernobyl, cresciuto lentamente negli ultimi due decenni, aveva trasformato la zona in una meta per visitatori attratti dalla memoria del disastro e dal fascino post-apocalittico di Pripyat. Ora nessuno immagina un ritorno dei turisti in tempi brevi. Anche i progetti più ambiziosi, come l’uso dell’area per piccoli reattori modulari o per depositi internazionali di scorie, sono stati congelati. In un contesto di guerra, con una minaccia militare costante e una sicurezza radiologica da ripristinare, ogni ipotesi di sviluppo resta subordinata alla stabilità che oggi manca. L’unico settore che continua a offrire un margine di prospettiva è quello del solare. Nella zona di esclusione sono già attivi due impianti fotovoltaici e un terzo è in costruzione. Si appoggiano a infrastrutture elettriche già esistenti, nate per i vecchi reattori, e hanno un vantaggio evidente: il sole non teme le radiazioni e un impianto diffuso su vaste superfici è meno vulnerabile di altre strutture agli attacchi missilistici o ai droni. La guerra ovviamente ha lasciato il segno, danneggiando alcuni pannelli poi sostituiti, ma non ha spento del tutto la prospettiva energetica dell’area.

Resta, però, il fatto non trascurabile che dal 1986 gli isotopi persistenti presenti nel suolo, tra cui il plutonio, rendono inverosimile qualunque ripopolamento umano stabile. Le foreste e le paludi radioattive, i villaggi deserti, i resti della città di Pripyat compongono un paesaggio in cui la natura è tornata, ma non nel senso rassicurante del termine. È una natura che cresce sopra la contaminazione, non al posto della contaminazione. Chernobyl non sta rinascendo. Sta sopravvivendo in una forma nuova e più dura. È passata dall’essere il simbolo massimo dell’incidente nucleare a diventare anche una linea avanzata della guerra europea. Una catastrofe, in sostanza, si è depositata sopra un’altra. E se negli anni passati si era almeno potuto immaginare che la zona diventasse un laboratorio sul futuro, oggi prevale la logica molto più elementare del contenere il rischio

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