Siamo un popolo di sciacalli. Basta un titolo urlato, un paragone buttato lì al momento giusto e il processo è già fatto. “Nuova Calciopoli”, hanno scritto in tanti. E da lì in poi è partito il rituale nazionale più praticato dopo il commissario tecnico fai-da-te: l’impiccagione preventiva. Prima ancora delle carte, prima ancora degli interrogatori, prima ancora di leggere tutte le carte, il popolino avido di colpevoli ha già emesso le sue sentenze.
I fatti, allo stato, dicono che la Procura di Milano indaga su Rocchi, su Gervasoni e su altri nomi legati al mondo arbitrale; l’Inter e i suoi dirigenti non risultano indagati; e il fascicolo, per quello che si sa oggi, resta confinato dentro l’universo dei fischietti. Il paragone con Calciopoli è campato in aria perché qui siamo di fronte a una resa dei conti interna e velenosa dell’AIA. Evitiamo dunque le caricature perché una cosa è un’indagine grave su parte del mondo arbitrale, un’altra è usare ogni ombra per riesumare il mostro che fa più comodo al mercato dell’indignazione e della vendetta.
Rocchi si è autosospeso e ha detto di essere certo di uscirne pulito. Sarà vero o no, lo diranno gli atti e non le curve social. Ma nel frattempo il suo nome è già stato messo sul banco degli imputati morali, che da noi è il solo che non salta mai una convocazione. Ma se leggiamo bene quello che è emerso finora, il cuore della vicenda non è il grande complotto dei club, orchestrato dal designatore degli arbitri, ma il verminaio delle relazioni interne all’AIA e alla CAN: esposti, rancori, valutazioni contestate, carriere da spingere o da frenare, designazioni da pesare come moneta politica, presunte interferenze in sala VAR, lotte di corrente, vendette personali. Una guerra di apparato, insomma. E che il mondo arbitrale sia da tempo dilaniato da faide non è un’invenzione di oggi. Basta solo ricordare che il presidente AIA, Antonio Zappi, lo scorso febbraio è stato squalificato per tredici mesi in una vicenda che già raccontava un’associazione lacerata da guerriglie di potere.
Tutto questo si innesta in un momento perfetto per gli sciacalli. La FIGC è sotto pressione, il sistema calcio è delegittimato da anni di risultati mediocri e di guerre politiche, e il tema del commissariamento riaffiora ogni volta che si apre una crepa. Il ministro Abodi ha chiesto trasparenza, tempestività e parità di trattamento. Ma sembra quasi che mentre pretende chiarezza, il governo stia usando il caos arbitrale come una leva per commissariare la FIGC (alcuni dicono per colpire Giovanni Malagò, il candidato più quotato alla sua presidenza). Perché il rischio, neppure troppo nascosto, è che qualcuno stia già provando a usare questa vicenda non per ripulire il sistema, ma per occuparlo.
È qui che il giornalismo dovrebbe smettere di fare il tifo per il disastro. Perché raccontare non significa incendiare. E soprattutto perché i tifosi meritano una cosa semplice, che in Italia sembra rivoluzionaria: i fatti. E oggi i fatti dicono che i dirigenti dell’Inter non sono indagati. Dicono che il materiale conosciuto punta a una dinamica interna al mondo arbitrale. Dicono che siamo ancora nella fase in cui le accuse vanno provate, una per una. Tutto il resto è solo fango.
In fondo, noi abbiamo sempre bisogno del mostro per compattare le tribù di tifo e vendere qualche copia in più. E poco importa se domani le accuse dovessero ridimensionarsi, se parte del castello dovesse sgonfiarsi, perché tanto nessuno pagherà il prezzo delle calunnie. In Italia funziona così: si distrugge prima, si verifica dopo, si rettifica mai. Per questo il caso Rocchi va trattato con durezza, ma anche con disciplina. Se emergeranno responsabilità vere, saranno da colpire senza esitazioni. Ma se, al contrario, verrà fuori che siamo davanti all’ennesimo caso inconsistente allora qualcuno dovrà assumersi le sue responsabilità. E ci riferiamo soprattutto a quegli pseudo giornalisti che in barba al senso del loro lavoro usano la loro voce per alzare i polveroni e alimentare i retropensieri.
Questo è un invito a chi ama il calcio. Non fatevi trascinare nel fango del dibattito vacuo e malevolo, né dai moralisti a gettone né dai professionisti del “ve l’avevo detto“. Il calcio italiano ha bisogno di pulizia, non di caccia alle streghe. Di istituzioni credibili, non di ghigliottine televisive. E soprattutto di una regola elementare che in questo Paese viene sempre considerata un lusso: prima si prova, poi si condanna. Non il contrario.







