Washington torna a guardare ai Caraibi. Nei corridoi più riservati del potere americano – la Situation Room della Casa Bianca e le sale blindate di Mar-a-Lago – circola un’idea che fino a poco tempo fa sembrava irrealistica. Donald Trump immagina di rovesciare i tre regimi che da decenni irritano la politica estera statunitense. I missili lanciati contro l’Iran nel fine settimana hanno rafforzato questa ambizione. L’operazione è arrivata poche settimane dopo l’azione lampo che ha portato il presidente venezuelano Nicolás Maduro davanti a un tribunale federale di New York. Ora, secondo diverse fonti dell’amministrazione, lo sguardo di Trump si posa su un altro obiettivo storico: Cuba.
Trump si sente in una fase favorevole. Ritiene che la strategia stia funzionando. Il presidente ha parlato apertamente di Cuba nei giorni scorsi. Davanti ai giornalisti ha evocato la possibilità di una sorta di “presa amichevole” dell’isola, che conta undici milioni di abitanti. Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha spiegato che Trump sarebbe impegnato in contatti ad alto livello con dirigenti cubani per valutare un possibile accordo. Secondo diverse ricostruzioni, Rubio mantiene anche canali informali con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’ex presidente Raúl Castro e pronipote di Fidel. Trump insiste spesso sul collasso delle risorse cubane. «Non c’è petrolio, non c’è denaro, non c’è nulla», ha dichiarato di recente.
Il presidente sostiene che il sistema politico nato dopo i Castro sia ormai fragile. Il deterioramento interno, a suo giudizio, potrebbe aprire la strada a un cambiamento di potere senza un vero conflitto militare. Il progetto resta però rischioso. Una crisi politica a Cuba potrebbe provocare una nuova ondata di profughi verso gli Stati Uniti proprio mentre Washington tenta di ridurre i flussi migratori. Un intervento armato potrebbe scatenare una rivolta, considerando anche che sull’isola manca un’opposizione organizzata, dopo quasi settant’anni di controllo politico capillare.
Per questo alcuni osservatori considerano plausibile una soluzione negoziata con il regime che rimarrebbe formalmente in piedi, ma sotto una forte influenza americana, sul modello di quanto avvenuto in Venezuela (e di quanto si vorrebbe realizzare anche in Iran). Dietro le dichiarazioni pubbliche del presidente si nasconde anche una dimensione personale. Trump immagina di essere ricordato come il leader capace di cambiare la carta geopolitica del mondo, immaginandosi sopra presidenti che hanno segnato epoche della politica estera americana. Ronald Reagan contribuì alla fine della Guerra fredda. Jimmy Carter firmò gli accordi di Camp David tra Israele ed Egitto. Richard Nixon aprì la strada alla normalizzazione dei rapporti con la Cina. Trump, invece, pensa a una stagione di trasformazioni radicali in più regioni del pianeta.
L’amministrazione sta ora perseguendo cambiamenti di regime in Paesi che da anni rappresentano un problema per Washington. L’Iran è il caso più evidente. Il programma nucleare di Teheran e i legami con potenze rivali hanno convinto Trump a uscire dall’accordo internazionale sul nucleare. Il presidente cita spesso anche un episodio simbolico:l’occupazione dell’ambasciata americana nel 1979 e il fallimento del tentativo di liberare gli ostaggi che restano, nella sua memoria politica, una grave umiliazione nazionale.
Venezuela e Cuba rientrano invece in un obiettivo più ampio. Trump vuole consolidare la supremazia americana nell’emisfero occidentale. Dopo la sua rielezione, questo progetto ha incluso proposte che hanno fatto discutere: l’ipotesi di annettere la Groenlandia, il controllo del Canale di Panama e persino l’idea provocatoria di un Canada come cinquantunesimo Stato.
Alcuni repubblicani criticano questa strategia. Preferirebbero un presidente concentrato sui problemi interni piuttosto che impegnato in nuove tensioni con alleati e vicini. Cuba, però, occupa un posto speciale nella storia politica americana. Da quasi settant’anni la caduta del regime comunista rappresenta un obiettivo mancato per i presidenti di entrambi i partiti.
Nel corso degli anni ogni presidente americano ha tentato una strada diversa. Ronald Reagan inserì Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo e rafforzò la politica delle sanzioni. George Bush padre e figlio mantennero la stessa linea. Bill Clinton affiancò alle restrizioni economiche programmi riservati destinati a sostenere la diffusione della democrazia sull’isola. Barack Obama rimosse Cuba dalla lista del terrorismo e avviò un lento disgelo che rese più facile per gli americani visitare l’isola. Donald Trump, durante il suo primo mandato, riportò la politica statunitense su posizioni più dure, ripristinando sanzioni e restrizioni. Joe Biden annunciò negli ultimi giorni della sua presidenza l’intenzione di cancellare nuovamente quella designazione, ma il provvedimento non entrò mai davvero in vigore. Nessuna di queste strategie ha prodotto il risultato sperato.
Trump è consapevole del peso simbolico della questione. Alcuni storici colgono in questa fase un’eco di passaggi già vissuti nella politica estera americana. Timothy Naftali, docente alla Columbia University, richiama il clima che seguì agli attentati dell’11 settembre 2001. La rapida caduta del regime talebano in Afghanistan alimentò allora un forte senso di fiducia a Washington. In quell’atmosfera di sicurezza ritrovata, l’amministrazione di George W. Bush iniziò presto a discutere un obiettivo più ambizioso: l’invasione dell’Iraq guidato da Saddam Hussein.
Dal punto di vista strategico, per Washington la questione cubana appare quasi evidente. L’isola si trova a meno di cento miglia dalla Florida e mantiene rapporti stretti con Russia e Cina, e secondo gli Stati Uniti, il governo socialista continua inoltre a svolgere attività ostili nei confronti di Washington. La tensione tra i due Paesi attraversa ormai oltre mezzo secolo di storia. Il fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci nel 1961 e la crisi dei missili dell’anno successivo restano due momenti emblematici della Guerra fredda. E più di recente, alcuni funzionari e diplomatici statunitensi hanno denunciato misteriosi disturbi di salute legati al cosiddetto “Havana Syndrome”.
L’arresto spettacolare del presidente venezuelano Nicolás Maduro ha mostrato fino a che punto l’amministrazione Trump sia disposta a spingersi per modificare gli equilibri politici nella regione. Gli stretti rapporti tra Caracas e L’Avana rendono la situazione ancora più delicata. Per anni il Venezuela ha garantito a Cuba forniture di petrolio. In cambio l’isola ha inviato personale qualificato: medici, insegnanti, tecnici e funzionari dell’intelligence.
Per molto tempo, tuttavia, funzionari americani hanno minimizzato l’idea di un intervento simile contro Cuba. Alcuni rispondevano con ironia a chi sollevava la questione. Sottolineavano come la situazione cubana fosse molto più complessa rispetto a quella venezuelana, dove esisteva un’opposizione politica riconoscibile. Negli ultimi mesi però il clima è cambiato. A gennaio Donald Trump ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, accusando Cuba di ospitare strutture russe di intelligence elettronica e di offrire rifugio a gruppi considerati terroristici, tra cui Hezbollah e Hamas.
Washington ha inoltre introdotto nuove misure economiche che colpiscono i Paesi che riforniscono l’isola di petrolio. Nel frattempo la marina statunitense ha iniziato ad intercettare alcune imbarcazioni dirette verso Cuba, nel tentativo di rafforzare l’isolamento economico del governo dell’Avana. La scorsa settimana soldati cubani hanno aperto il fuoco contro un motoscafo che si avvicinava alla costa. Quattro persone sono morte e sei sono rimaste ferite. Secondo le autorità dell’Avana, l’imbarcazione avrebbe sparato per prima e stava tentando di infiltrarsi per compiere un’azione terroristica.
Nonostante questo clima, la Casa Bianca continua a dichiarare di voler privilegiare la via diplomatica. Un funzionario dell’amministrazione descrive Cuba come un Paese in forte difficoltà economica. Il sostegno del Venezuela si è ridotto e anche il Messico ha diminuito le proprie forniture energetiche. I rischi di un’escalation restano comunque elevati.
Resta poi il problema della legittimazione politica. Nel caso venezuelano Washington ha agito sulla base di accuse di narcotraffico contro Maduro. Nel caso iraniano il punto centrale è il programma nucleare. Per Cuba la giustificazione appare più fragile. L’inserimento nella lista degli Stati sponsor del terrorismo costituisce una base giuridica discutibile, che diversi studiosi considerano poco convincente.
Nel frattempo la situazione economica dell’isola continua a peggiorare. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha avvertito che le restrizioni sulle forniture di petrolio rischiano di trasformare una crisi già grave in un vero collasso umanitario. La pandemia ha colpito duramente l’economia cubana e il livello di vita della popolazione è in rapido declino. Anche la Russia, tradizionale alleata dell’Avana, dispone oggi di margini limitati a causa dei costi della guerra in Ucraina.
Negli Stati Uniti diverse organizzazioni della società civile chiedono da tempo un cambio di rotta. In una lettera inviata al Congresso ricordano che oltre sessant’anni di embargo non hanno prodotto le riforme politiche auspicate. Al contrario, sostengono, hanno rafforzato la logica dell’assedio all’interno del sistema politico cubano. Nel mondo politico vicino a Trump, però, la pressione resta forte. Marco Rubio, figlio di esuli cubani, sostiene da anni la necessità di porre fine al sistema nato con la rivoluzione dei Castro e oggi guidato dal presidente Miguel Díaz-Canel. Molti consiglieri del presidente provengono dalla Florida meridionale, dove le comunità di esuli cubani e venezuelani rappresentano un elettorato influente e in crescita. Un cambiamento a Cuba rafforzerebbe il peso politico di Trump e potrebbe consolidare la posizione del futuro candidato repubblicano destinato a raccoglierne l’eredità.
Rubio riflette da tempo su un possibile scenario di transizione. Finora però non ha indicato una figura precisa per guidare il Paese né ha presentato un piano economico dettagliato per ricostruire l’isola dopo decenni di sanzioni. La sua strategia si basa piuttosto su una dinamica interna. L’idea è che i pochi dissidenti rimasti e alcune organizzazioni della società civile possano favorire un passaggio graduale verso un sistema democratico.
Molto dipenderà comunque dall’esito delle altre operazioni in corso. In Venezuela la situazione appare relativamente stabile dopo l’arresto di Maduro e Trump ha scelto di collaborare con la vicepresidente Delcy Rodríguez. Alcuni prigionieri politici sono stati liberati e l’economia venezuelana ha ricevuto un sostegno indiretto grazie alla vendita di petrolio organizzata con l’aiuto americano. Tuttavia Washington non ha ancora indicato una tempistica per un ritorno alla piena democrazia.
In Iran, invece, il quadro resta incerto. I bombardamenti hanno ucciso la guida suprema Ali Khamenei, ma è ancora impossibile prevedere quale direzione prenderà il Paese. A L’Avana si osservano questi sviluppi con attenzione. Un lungo coinvolgimento militare americano in Medio Oriente potrebbe scoraggiare Washington dal tentare un terzo cambiamento di regime. All’interno dell’amministrazione Trump, tuttavia, la pressione continua a crescere. Rubio lo ha dichiarato apertamente che lo status quo cubano non è più accettabile. Cuba, sostiene, deve cambiare.







