Il teatro è più che mai in festa. Neve, fatta di piccoli pezzettini di carta, sparsa per tutte le poltrone, dalla platea alla galleria, finanche nel foyer. I bambini corrono e giocano, lanciandosi quella neve posticcia ovunque. Sembra di essere in strada a Natale, sospesi nella dolcezza del niente. Ogni tanto in lontananza si sente lo sbuffo del treno. Come a dire, preparatevi, a breve avrà inizio il viaggio.
Poi le luci si spengono cautamente. Il sipario si alza. Buio.
Le tristi note di La petite fille de la mer rompono il silenzio. La nebbia si confonde con la neve e con una scenografia tanto semplice quanto essenziale. Lentamente compare un uomo. È un clown vestito di giallo, si chiama Asisyai. Cammina a passo stanco, si potrebbe dire per l’età giacché appare abbastanza in là con gli anni, ma poi ti accorgi che ha una corda con sé e, arrivato al centro del palco, se la pone al collo. Prima che tu possa pensare qualsiasi cosa di tragico ecco che, seguendo il percorso della corda, compare un altro personaggio, più giovane, più magro, indossa un ushanka, il colbacco con i paraorecchie ribaltati. I due si osservano per un momento, il più giovane sembra prendere in giro Asisyai, imitando i gesti che fa e poi scappa quando questi lo vuole acchiappare.
Inizia così lo Slava’s SnowShow, lo spettacolo della neve, ideato dal mimo russo, Slava Polunin, nel lontano 1993 e da allora riempie di neve i teatri di tutto il mondo. «Un giorno – spiega – ho capito che volevo creare uno spettacolo che potesse riportarci ai nostri sogni di bambini, che aiutasse le persone a ritrovare la fanciullezza… Desideravo che il mio personaggio fosse epico e lirico, tenero e travolgente, sveglio e naïf».
Asisyai è una figura fragile e tenace insieme. Il suo passo è lieve, eppure lascia tracce profonde. Attorno a lui si muove una costellazione di creature che vivono in questo universo artico. La neve, per Polunin, è materia biografica. Crescere in Siberia significa imparare il silenzio delle distese bianche, la vertigine dell’orizzonte, il suono ovattato dei passi. In Snowshow tutto questo diventa teatro. La scena si riempie di bufere e di fiocchi che scendono lenti. Ogni scena è un’apparizione. Ogni numero sembra nascere per gioco e finire in epifania. E il tutto è accompagnato da musiche che vanno da Paolo Conte a Carl Orff.
Asisyai dialoga con Marcel Marceau (da cui eredita il silenzio eloquente), con Charlie Chaplin (da cui apprende l’arte di inciampare nella tragedia senza perdere la grazia) e con Totò (da cui ricava la capacità di piegare il dolore in smorfia). Ne nasce così una tragicommedia visiva che scava nella malinconia e subito la rovescia in riso.
Ma il segreto dello spettacolo non risiede soltanto in questa sorprendente perizia tecnica, ma nella capacità di creare una metamorfosi collettiva. Gli adulti entrano composti, escono spettinati. All’inizio osservano, poi sorridono e poi partecipano in questo onirico viaggio per l’infanzia più arcaica. Giocano. Si lanciano enormi palle gonfiabili. Si lasciano avvolgere da una ragnatela che scende dal soffitto e ingloba la platea. Ridono con una libertà che credevano archiviata, fino ad esplodere in un’interiezione di meraviglia quando Asisyai affronta un’esplosione di fuoco e neve sulle note di O Fortuna dei Carmina Burana.

Polunin ha dichiarato che questo spettacolo è come un figlio. Abbastanza comprensibile dato che da più di quarant’anni attraversa continenti e raccoglie premi prestigiosi, tra cui il Laurence Olivier Award. Eppure conserva una freschezza originaria. Ogni replica sembra necessaria. Forse è questo il miracolo più raro. La platea diventa comunità e per due ore si sospendono le identità sociali, le professioni, le urgenze quotidiane. Resta un’umanità elementare. Uomini e donne che accettano di essere, ancora una volta, creature stupite davanti alla neve che cade.
Si parla spesso di spettacolare, ma in questo caso rischia di essere fuorviante. Siamo dentro una drammaturgia dell’incanto. Lo spettatore attraversa stati d’animo contrastanti. Tenerezza, smarrimento, euforia, e sì, anche una punta di nostalgia. Perché il teatro di Polunin nasce dal tessuto dei sogni e delle fiabe. Scava nella dimensione metafisica del clown al fine di chiedersi quanto dolore può sostenere una risata.
E quando le luci si riaccendono e si percorre la via di casa, qualche fiocco che resiste sui cappotti a ricordarci che l’infanzia non è un’età perduta, e ancora lì nascosta e segreta. E per un istante, riviverla ci ridà la gioia di essere vivi.







