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La vera storia dell’ascesa dell’ISIS in Siria

La rivoluzione arrivò come un’apertura improvvisa delle finestre dopo decenni di aria viziata. Per qualche mese, a Manbij, si respirò una libertà quasi stordente.

Era il 2012 quando la città di Manbij, adagiata lungo le rotte polverose che conducono al confine turco, si sottrasse al controllo di Bashar al-Assad, mentre l’insurrezione contro il regime si propagava come un incendio in tutta la Siria. Le prime manifestazioni erano nate davanti alla moschea centrale, con slogan che invocavano democrazia e dignità; la risposta delle forze governative era stata brutale, ma la pressione simultanea di rivolte in altre province costrinse Damasco a ritirare uomini e mezzi, lasciando la città in una condizione di autogoverno improvvisato.

Per la prima volta in quarant’anni, associazioni culturali, comitati di quartiere, giornali indipendenti poterono nascere senza chiedere permessi a un apparato onnipresente e sospettoso. Le tipografie lavoravano senza sosta; i muri si riempivano di manifesti; nei caffè si discuteva di costituzioni e sistemi elettorali. La parola libertà non era più un sussurro clandestino ma un grido pubblico. Tuttavia, l’assenza del regime non significò automaticamente la presenza di istituzioni solide. Il nuovo consiglio cittadino, sostenuto militarmente dal Free Syrian Army, disponeva di scarse risorse finanziarie, di personale inesperto e di una legittimità fragile, continuamente sottoposta alla prova dei fatti quotidiani. Le élite economiche locali, commercianti e proprietari terrieri, acquisirono un peso sproporzionato nelle decisioni pubbliche, mentre i quartieri più poveri avvertivano di essere rimasti ai margini anche nella città “liberata”. Aboliti i controlli imposti dal regime, i fornai aumentarono i prezzi fino a renderli insostenibili per molte famiglie. Gli affitti subirono una spirale analoga, spinti dall’afflusso di sfollati provenienti da altre zone del Paese. I salari, invece, rimasero stagnanti.

La criminalità prosperò in questo terreno instabile. Rapimenti a scopo di riscatto, furti d’auto, regolamenti di conti divennero eventi frequenti. Le pattuglie improvvisate non bastavano a garantire ordine. I cittadini iniziarono a interrogarsi sul senso di una libertà che non assicurava sicurezza. Le formule astratte dei diritti umani sembravano lontane quando si temeva di mandare una figlia a scuola per paura di un sequestro.

In questo spazio di disillusione fece la sua comparsa l’Islamic State of Iraq and Syria (ISIS). All’inizio si trattava di un gruppo poco numeroso, riconoscibile da una bandiera nera con la professione di fede islamica issata su un edificio che un tempo ospitava attività culturali. I membri erano armati, disciplinati, talvolta stranieri, ma evitavano di presentarsi come aspiranti governanti. Si definivano un movimento dedito a ristabilire la giustizia divina, non una fazione in competizione per il potere politico.

Il punto di svolta fu un omicidio.

Nel giugno 2013 un pastore trovò il corpo di Musa Jasim, giovane tassista conosciuto in città per la sua laboriosità e per la Saab argentata acquistata con anni di risparmi. Musa era stato attirato fuori città con un pretesto, venne colpito alla testa e abbandonato tra i cespugli. L’auto venne riverniciata e rivenduta per una somma irrisoria. L’indignazione fu profonda e trasversale. Gli assassini furono identificati e arrestati, ma l’apparato giudiziario della nuova Manbij apparve subito inadeguato. Mancavano giudici esperti, codici aggiornati e strutture carcerarie sicure. Alcuni funzionari suggerirono un’esecuzione rapida per dimostrare che la città non tollerava il crimine. Altri temevano di compromettere la reputazione internazionale della rivoluzione, preoccupati del giudizio delle capitali occidentali e delle organizzazioni per i diritti umani. L’indecisione logorò la fiducia popolare.

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Abdul Hadi Bisher, giovane attivista che aveva subito torture nelle carceri del regime per aver gridato “libertà”, frustrato dalla paralisi istituzionale, si rivolse ai comandanti dell’ISIS per chiedere un intervento. Ma il gruppo non avrebbe interferito nel processo locale, a meno che non fosse il popolo stesso a sollecitarlo.

Pochi giorni dopo, sotto un sole implacabile, centinaia di cittadini marciarono verso il tribunale gridando slogan che chiedevano l’esecuzione dei colpevoli. La protesta crebbe di numero e intensità. In quel momento, un manipolo di uomini dell’ISIS circondò l’edificio. Il comandante mostrò un giubbotto esplosivo, rivendicò di agire su richiesta della comunità e ottenne la consegna dei prigionieri tra gli applausi di una folla che scambiava decisione per giustizia.

La scena culminante avvenne il 5 luglio 2013. Dall’Hotel Manbij, che dominava la piazza centrale, venne rimossa la grande bandiera tricolore della rivoluzione, su cui erano stati scritti i nomi delle vittime del regime, e al suo posto fu calato un enorme stendardo nero. Un palco fu allestito con cura scenografica. Tre imputati, tra cui un sedicenne che aveva confessato per proteggere il fratello, furono accusati non solo dell’omicidio di Musa ma anche di stupri e rapimenti mai denunciati prima. Le esecuzioni avvennero davanti a una folla silenziosa, e i corpi furono poi esibiti per le strade come monito. L’ISIS diffuse ai giornali la versione dei fatti che meglio legittimava la sentenza, includendo accuse false per assicurarsi l’approvazione morale della popolazione.

Da quel momento il gruppo comprese di poter modellare il consenso alternando coercizione e assistenza. Organizzò competizioni religiose, distribuzioni di elemosine, lezioni gratuite di arabo e scienze, campagne di sostegno ai poveri durante il Ramadan. Si impadronì dei mulini del grano, denunciando l’avidità delle élite locali. Durante una tempesta di neve eccezionale, i suoi miliziani spalavano le strade e distribuivano pane gratuito, mentre il governo rivoluzionario appariva lento e inefficace.

Il discorso ideologico era semplice e potente. La democrazia prometteva diritti, ma non riusciva a garantire pane e sicurezza. La shari’a, presentata come legge divina imparziale, avrebbe assicurato ordine, uguaglianza e protezione dei deboli. Molti cittadini, esausti da mesi di inflazione e paura, si mostrarono sensibili a questa narrazione, e le dichiarazioni altisonanti dei rivoluzionari sulla dignità suonavano astratte a chi faticava a pagare l’affitto o a trovare lavoro. Questa frattura tra ideali politici e bisogni materiali divenne il varco attraverso cui l’ISIS consolidò la propria influenza.

Nel gennaio 2014 il gruppo assunse il controllo completo di Manbij. Il califfato, proclamato come promessa di giustizia, si rivelò un regime di esecuzioni sommarie e sorveglianza capillare. Quando una coalizione internazionale sostenuta dagli Stati Uniti bombardò le postazioni jihadiste, vaste aree della città furono distrutte, così la parabola di Manbij si chiuse in macerie materiali e morali.

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