Ogni anno il Kazakistan continua a fare ciò che ha imparato a fare dopo l’indipendenza: scavare e vendere. Dal suo sottosuolo emergono enormi quantità di rame, insieme a petrolio e ad altri metalli che per oltre trent’anni hanno garantito entrate costanti, una relativa stabilità politica e un ruolo preciso nell’economia globale. Il Paese ha costruito la propria identità economica su questa vocazione estrattiva, diventando un fornitore affidabile di materie prime in un sistema internazionale che lo collocava ai margini della trasformazione industriale ma al centro dell’approvvigionamento energetico.
Ora lo scenario si è spostato. La transizione energetica ha modificato la gerarchia delle risorse e ora nichel, litio e cobalto sono diventati componenti imprescindibili per batterie, turbine e pannelli solari. Senza di essi l’elettrificazione dell’economia resta un progetto incompiuto. Per questo la Cina ora guarda con sempre più attenzione al vicino occidentale, forte di una prossimità geografica che riduce i costi e di una pianificazione industriale che si misura su decenni.
Negli ultimi anni Pechino ha riversato miliardi di dollari in infrastrutture kazake, potenziando linee ferroviarie, costruendo terminal logistici e investendo nei porti affacciati sul Mar Caspio. Non si tratta soltanto di agevolare il commercio. L’obiettivo è assicurarsi l’accesso diretto alle risorse minerarie e, allo stesso tempo, consolidare un corridoio terrestre verso l’Europa che riduca la dipendenza dalle rotte marittime. La steppa, un tempo periferia dell’impero sovietico, si ritrova così al centro di una nuova geografia economica. Non più margine, ma cerniera tra Oriente e Occidente, spazio di transito e di competizione in cui si intrecciano energia, logistica e strategia globale.
Il sottosuolo come destino
Il Kazakistan siede su un giacimento di risorse che pochi Paesi possono vantare in pari misura. Petrolio e uranio hanno rappresentato per anni l’ossatura dell’economia nazionale, ma accanto a essi si estende una costellazione di metalli preziosi e industriali – cromo, oro, rame, nichel – che oggi assumono un significato nuovo. Il nichel, in particolare, è entrato stabilmente nella grammatica della transizione energetica. Senza di esso, le batterie che alimentano i veicoli elettrici resterebbero un progetto teorico.
Tra gli imprenditori che hanno compreso da tempo la portata di questa trasformazione spicca Kenges Rakishev, figura nota negli ambienti economici del Paese per la sua capacità di muoversi con disinvoltura tra tecnologia, finanza ed energia. Dopo aver costruito la propria fortuna diversificando investimenti e relazioni, Rakishev ha scelto di concentrare risorse significative nell’estrazione di nichel e cobalto attraverso la Kaznickel. La tecnica adottata (la lisciviazione in situ già utilizzata in Kazakistan per l’uranio) consente di evitare le grandi miniere a cielo aperto. Il metallo viene sciolto direttamente nel sottosuolo e riportato in superficie tramite un processo chimico controllato.
Gran parte di quel valore prende la via della Cina, oggi principale produttore mondiale di batterie e automobili elettriche. La prossimità geografica facilita i flussi e riduce i costi, mentre la pianificazione industriale cinese garantisce una domanda costante.
Il Kazakistan, tuttavia, non può permettersi di leggere il proprio destino in una sola direzione. A nord confina con la Russia, con cui mantiene legami economici profondi e una storia condivisa che continua a pesare. Astana si muove dunque su un crinale sottile, cercando di evitare dipendenze eccessive e di preservare margini di autonomia. In questa logica si inseriscono gli accordi di cooperazione firmati con l’Unione europea e con il Regno Unito, così come i colloqui avviati con gli Stati Uniti per diversificare le proprie catene di approvvigionamento. Astana rivendica una lunga esperienza di collaborazione con le grandi compagnie petrolifere occidentali e insiste sulla propria affidabilità come partner energetico.
L’interesse della Cina per il Kazakistan non si esaurisce nel sottosuolo. Le miniere rappresentano soltanto una parte di un disegno più ampio che prende forma lungo le linee ferroviarie, nei terminal intermodali e nei porti affacciati sul Caspio. Attraverso la Belt and Road Initiative, Pechino ha contribuito a ridefinire la geografia economica della steppa, trasformandola in un corridoio terrestre capace di collegare stabilmente l’Asia orientale ai mercati europei.
Al confine orientale sorge il porto secco di Khorgos, un’infrastruttura che consente di trasferire rapidamente i container dai treni cinesi a quelli diretti verso ovest, superando le differenze di scartamento ferroviario e comprimendo i tempi logistici. Sul lato opposto del Paese, il porto di Aktau funziona da cerniera tra rotaia e navigazione sul Mar Caspio, proiettando le merci verso il Caucaso e poi verso l’Europa. Ne risulta una rotta alternativa a quella marittima tradizionale, più lenta e vulnerabile a strozzature strategiche.
Durante una visita ufficiale ad Astana, il presidente Xi Jinping ha dichiarato l’intenzione di raddoppiare in tempi rapidi gli scambi bilaterali, con un’attenzione particolare ai settori minerario ed energetico. Sotto la superficie delle dichiarazioni ufficiali, tuttavia, persistono tensioni. Una parte dell’opinione pubblica kazaka osserva con cautela l’espansione economica cinese e guarda con preoccupazione alla politica di Pechino nello Xinjiang, regione dove vivono anche comunità di etnia kazaka.
Il “nuovo petrolio” e le riforme interne
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il Kazakistan ha edificato la propria stabilità economica sulle esportazioni di petrolio e gas. Gli idrocarburi hanno garantito valuta pregiata e investimenti stranieri. Con il tempo, però, il comparto minerario ha mostrato limiti evidenti. Procedure farraginose, scarsa trasparenza e un sistema di potere concentrato hanno frenato l’arrivo di capitali internazionali.
Nel 2018 il governo ha tentato una svolta, riformando la normativa sulle concessioni e ispirandosi a modelli più competitivi, capaci di offrire maggiore certezza giuridica agli investitori. Era un primo segnale di apertura, ma il percorso di modernizzazione ha incontrato ostacoli inattesi.
Le proteste del gennaio 2022 hanno rappresentato uno spartiacque. Lo scontro tra le reti di influenza legate all’ex presidente Nursultan Nazarbayev e l’attuale capo dello Stato, Kassym-Jomart Tokayev, ha innescato giorni di violenze e centinaia di vittime, rivelando la fragilità degli equilibri interni. Una volta ristabilito l’ordine, Tokayev ha promesso una stagione di riforme più incisive, tra cui privatizzazioni, maggiore concorrenza e riduzione del peso degli oligopoli. In un discorso alla nazione ha definito i metalli rari il “nuovo petrolio” del Paese, indicando con chiarezza la rotta strategica.
Rame, nichel, cobalto sono strumenti di influenza, fattori che incidono sugli equilibri politici oltre che economici. Il Kazakistan ne è consapevole e prova a muoversi con cautela tra la Russia e la Cina, mentre l’Occidente cerca nuove fonti di approvvigionamento. In questa trama complessa ogni scelta industriale assume un valore strategico, ogni contratto diventa parte di una partita più ampia che riguarda il potere nel XXI secolo.







