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La narrazione sull’Inter non regge: esaltata prima, criticata dopo

Stando alla narrazione che si ascolta nei talk show o si legge sui giornali e sui social: l’Inter sarebbe la squadra più forte della Serie A, la rosa più completa, la “corazzata” costruita da Beppe Marotta. Un progetto quasi inevitabilmente destinato a dominare il campionato. Poi però arriva il campo, e il racconto cambia improvvisamente tono. La stessa squadra che per mesi è stata descritta come superiore a tutte le altre diventa improvvisamente fragile, sopravvalutata, incompleta.

Il derby perso contro il Milan ne è solo l’ennesima dimostrazione. Al di là delle polemiche arbitrali, la partita ha riportato in superficie alcuni limiti che l’Inter si trascina da tempo. Il blocco italiano, che dovrebbe rappresentare il cuore della squadra, tende a soffrire nei momenti di maggiore pressione. Nicolò Barella è il lontano parente di quel giocatore delle scorse stagioni che per intensità e qualità ha guidato il centracampo neroazzurro. Dimarco, l’unico insieme a Lautaro a mostrare una crescita quest’anno, ha sbagliato un’occasione clamorosa. Per non parlare poi di tutti gli altri, a partire dal centrocampo dove è difficilmente commentabile l’errore di Mkhitaryan (gol sbagliato a pochi metri dalla porta). Sembra inverosimile pensare che parliamo di un giocatore che è stato una fenomenale seconda punta da 23 gol e 32 assist in una sola stagione. Infatti sono passati 10 anni. Ma in generale è proprio il centrocampo a mostrare i limiti più evidenti. Manca spesso un giocatore capace di cambiare la partita con una giocata individuale e manca anche qualcuno che sappia fare davvero da filtro davanti alla difesa.

Nel derby, inoltre, mancavano Lautaro Martínez, Hakan Çalhanoğlu e Marcus Thuram, i tre principali marcatori della squadra. Così la rimonta è finita sulle spalle di tre giovani come Esposito, Bonny e il subentrato Sucic. Non esattamente il ritratto di una rosa infinita e senza punti deboli.

Se poi si guarda con attenzione ai big match dell’Inter emerge un dettaglio interessante. Spesso i gol sbagliati sono occasioni piuttosto facili. Situazioni in cui una squadra davvero dominante dovrebbe segnare senza pensarci troppo. In quei momenti invece emerge una certa frenesia, una mancanza di tranquillità che sembra tradire anche una questione mentale. Non succede sempre nei big match, ma soprattutto in quelli in cui l’Inter non parte sfavorita.

Il problema è che il racconto che circonda l’Inter tende spesso a ignorare proprio questo aspetto. Da anni si parla di una presunta egemonia nerazzurra nel calcio italiano, sintetizzata persino nell’espressione polemica “Marotta League”, come se il club fosse diventato una sorta di potenza dominante del sistema. Eppure basta guardare ai risultati per ridimensionare il mito. Negli ultimi anni l’Inter ha dominato davvero solo un campionato, quello del 2023-24, vinto con un vantaggio enorme di diciannove punti. In quella stagione la squadra di Inzaghi era semplicemente più continua delle altre. Ma quando il titolo si è deciso punto a punto la storia è stata diversa. Nel 2021-22 lo scudetto è andato al Milan. Nel 2024-25 al Napoli. Una dittatura piuttosto singolare: una squadra descritta come dominante che però perde proprio i campionati più equilibrati.

Anche la costruzione della rosa racconta una realtà molto diversa da quella evocata dal mito della corazzata. L’Inter degli ultimi anni non è stata costruita con investimenti spettacolari. Non è la Juventus dei tempi in cui Marotta poteva permettersi di prendere il miglior centrocampista della Roma, il miglior attaccante del Napoli o il talento emergente del campionato. La strategia nerazzurra è stata molto più prudente con parametri zero, occasioni di mercato e giocatori rilanciati dopo esperienze complicate altrove. Un modello intelligente, soprattutto in una fase economica difficile per il club, ma che inevitabilmente presenta dei limiti. Non a caso l’età media della squadra è tra le più alte della Serie A, 27,7 anni, seconda soltanto a Napoli e Lazio. Non proprio il profilo di una squadra progettata per dominare il futuro.

Se l’Inter è riuscita comunque a restare competitiva lo deve soprattutto al lavoro degli allenatori, primo fra tutti, Simone Inzaghi, il quale ha costruito una squadra molto riconoscibile, organizzata e ricca di automatismi evoluti che hanno creato un perfetto sistema collettivo in grado di colmare le lacune della rosa. E le due finali di Champions League sono lì a dimostrarlo. Due partite che rappresentano perfettamente la natura di questa squadra: capace di superare le aspettative, ma non necessariamente costruita per dominare stabilmente ai massimi livelli.

Il vero problema, dunque, non è tanto il valore dell’Inter quanto il modo in cui viene raccontata. Per mesi la squadra viene descritta come imbattibile, ogni scelta di mercato diventa un capolavoro e ogni giocatore una potenziale stella. Poi arriva una sconfitta e improvvisamente la squadra diventa vecchia e sopravvalutata. È un ciclo mediatico che finisce per distorcere la percezione della realtà. Perché questa Inter non è né la corazzata invincibile che alcuni raccontano né la squadra decadente che altri dipingono dopo ogni caduta.

È semplicemente una squadra con diversi limiti strutturali – età, profondità della rosa, assenza di veri fuoriclasse – che però, nonostante tutto, riesce da anni a restare stabilmente tra le protagoniste del calcio italiano ed europeo. Forse sarebbe più onesto partire da qui. Non da un mito di superiorità che il campo fatica a confermare, ma dalla realtà di un gruppo che continua a competere più grazie al lavoro e all’organizzazione che alla forza pura della rosa.

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