Hengam è un’isola minuta e luminosa, distesa nel Golfo Persico al largo della costa meridionale dell’Iran. Misura appena quattordici miglia quadrate e raccoglie tre villaggi abitati da poche centinaia di famiglie. Eppure, nella storia, questo lembo di terra ha contato più della sua estensione.
Nel IV secolo avanti Cristo la menzionò Nearco, l’ammiraglio di Alessandro Magno, mentre navigava quelle acque. Secoli dopo arrivarono i portoghesi, che la occuparono tra Cinquecento e Seicento. Nel 1913 furono i britannici a installarvi una base navale. Oggi le petroliere la costeggiano dirette allo Stretto di Hormuz, distante poco più di cinquanta chilometri, snodo cruciale attraverso cui transita ogni giorno una quota decisiva del petrolio e del gas mondiale. La geografia, qui, ha sempre dettato la politica.
Eppure Hengam è conosciuta soprattutto per altro. Per le sue “figlie del mare”, le uniche pescatrici dell’Iran e, con ogni probabilità, dell’intero Golfo. A raccontarle con rigore e partecipazione è stata Forough Alaei, passata dagli studi di legge al fotogiornalismo, che ha seguito per anni queste donne mentre, all’alba, lasciavano la riva su piccole imbarcazioni consunte dal sale.

Escono senza uomini. Spesso sole. Gettano le lenze in cerca di barracuda e di orate maculate dalle iridescenze blu, pesci nervosi che cambiano colore quando si sentono minacciati e che difendono la propria libertà con morsi improvvisi. La pesca è fatica e rischio, ma è anche competenza tramandata, conoscenza delle correnti, intuizione dei fondali.
Colpisce l’abbigliamento. Indossano burqa lunghi fino ai piedi, una foggia più diffusa in Afghanistan e negli Emirati Arabi che in Iran. Non scelgono però tessuti scuri e uniformi. I loro veli esplodono in stampe floreali azzurre, arancioni, rosa, come se il mare avesse depositato sui corpi i colori dell’estate. La tradizione locale racconta che, ai tempi delle occupazioni straniere, le donne si coprivano il volto per sottrarsi alle molestie dei soldati portoghesi e britannici. Alcuni burqa, dice la memoria orale, erano persino ornati da baffi finti per scoraggiare sguardi e minacce. Oggi quei veli proteggono anche dal sole implacabile che brucia la pelle durante le lunghe ore in mare.


Molte di loro sostengono l’economia familiare, dato che gli uomini, impegnati nel commercio marittimo o nella pesca d’altura, restano lontani per settimane. Le donne garantiscono il cibo quotidiano e un reddito da integrare con la vendita al mercato, un po’ come le loro coetanee coreane.
Per decenni hanno esercitato il loro mestiere in una zona grigia, tollerate ma non riconosciute. La legge iraniana esclude le donne dai lavori giudicati pericolosi o usuranti, e la pesca rientrava in questa categoria. Di conseguenza le autorità hanno negato a lungo le licenze, lasciandole senza accesso ai sussidi per il carburante e senza copertura assicurativa per le imbarcazioni. Solo dopo proteste tenaci il Dipartimento della Pesca ha accettato di regolarizzare la situazione, imponendo però il vincolo di un’unica licenza da dividere in due, anche quando ciascuna possiede la propria barca.


Nel discorso pubblico della Repubblica islamica la priorità resta la famiglia. Nelle indicazioni della Guida Suprema il ruolo più alto per una donna è quello di madre e moglie, superiore a qualunque altro impegno scientifico o professionale. E il padre o il marito possono opporsi a un lavoro ritenuto indecoroso. Non stupisce che, secondo il World Economic Forum, l’Iran figuri stabilmente nelle ultime posizioni dell’indice globale sul divario di genere. E tuttavia, su un’isola remota e tradizionale, le donne hanno occupato uno spazio economico decisivo, in netta controtendenza rispetto a un tasso di partecipazione femminile al lavoro che nel Paese resta sotto il venti per cento.


La modernità avanza anche fin qui, insinuandosi tra le case basse e le barche tirate in secca. I visitatori sono sempre più numerosi e non tutte le pescatrici accettano di diventare immagini da condividere online senza aver dato il consenso. C’è però chi ha scelto di usare gli stessi strumenti a proprio vantaggio. Khadijeh Ghodsinejad, la più giovane del gruppo, commercializza il suo pescato su Instagram con l’account Khajoou, raggiungendo clienti in tutto il Paese e sottraendosi alla filiera degli intermediari che riduce i margini di guadagno. Insieme al marito gestisce anche una piccola pensione con caffè, dove il pesce appena sbarcato arriva direttamente in cucina e viene servito agli ospiti poche ore dopo la pesca.
Le “figlie del mare” oggi sono una dozzina. Le ragazze più giovani aspirano a un’istruzione superiore, a un impiego stabile in ufficio, alla sicurezza di uno stipendio fisso e di una pensione. Il lavoro sul mare è duro, dipende dal tempo e dall’umore delle onde, non concede garanzie.
Resta la domanda, sospesa tra le immagini e il silenzio dell’isola: se queste donne siano l’ultima generazione a misurarsi ogni giorno con il Golfo, o se il mare saprà ancora chiamare nuove figlie a raccoglierne l’eredità.














