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Crisi energetica globale: ecco i Paesi che rischiano il collasso (e perché i più poveri pagano il prezzo più alto)

In tutto il mondo povero, la terza guerra del Golfo ha scatenato una corsa per l’energia, soprattutto, lungo una geografia della vulnerabilità che attraversa Asia meridionale e Medio Oriente: in Nepal le file per il gas da cucina hanno imposto razionamenti; in Sri Lanka le imprese sono state invitate a sospendere le attività per risparmiare carburante; in Pakistan scuole e università hanno ridotto o trasferito online le lezioni, mentre governi e famiglie si preparano a quello che Kristalina Georgieva, capo del Fondo Monetario Internazionale, ha definito senza esitazioni “l’impensabile”.

Eppure, ciò che oggi appare come una rottura improvvisa si inserisce in una sequenza storica già ben riconoscibile: dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’impennata dei prezzi energetici mostrò con chiarezza un meccanismo perverso, per cui le economie avanzate, in grado di sostenere sussidi massicci, riuscivano a mantenere elevata la domanda interna, contribuendo indirettamente a tenere alti i prezzi globali, mentre i Paesi più poveri — privi di riserve adeguate e con spazi fiscali limitati — si trovavano costretti a comprimere consumi e importazioni, entrando rapidamente in crisi. Il caso dello Sri Lanka, precipitato nel default dopo aver esaurito le riserve valutarie, e quello del Pakistan, trascinato in una crisi della bilancia dei pagamenti e costretto a negoziare con il Fondo Monetario Internazionale, non rappresentano anomalie, ma anticipazioni di ciò che può accadere quando uno shock energetico colpisce economie strutturalmente esposte.

Per comprendere chi rischia di più oggi, occorre considerare due variabili intrecciate: da un lato il grado di esposizione, cioè la dipendenza dalle importazioni energetiche e dai flussi economici legati al Golfo; dall’altro la capacità di assorbimento, ossia la disponibilità di riserve valutarie, accesso al credito e solidità dei conti pubblici. È dall’intersezione di questi due fattori che emerge una mappa della vulnerabilità sorprendentemente coerente.

Paesi come Giordania appaiono altamente esposti e poco protetti, anche se possono contare su reti di sostegno internazionale; più critica è la posizione dell’Egitto e soprattutto del Pakistan, che combinano una forte dipendenza energetica — fino al 4% del PIL destinato all’import di petrolio e gas, in larga parte dal Medio Oriente — con una significativa esposizione ai flussi di rimesse, che in alcuni casi raggiungono il 5-6% del PIL e rischiano di ridursi qualora il conflitto destabilizzi i mercati del lavoro nel Golfo.

Il problema, in questi contesti, non è soltanto l’aumento dei prezzi, ma il meccanismo cumulativo che esso innesca: mentre la bolletta energetica cresce, le entrate in valuta estera si indeboliscono, ampliando i disavanzi delle partite correnti e mettendo sotto pressione le valute nazionali; la conseguente svalutazione rende ancora più costose le importazioni denominate in dollari, innescando una spirale che può rapidamente sfuggire al controllo.

In teoria, esistono tre vie per colmare questo squilibrio: utilizzare le riserve, indebitarsi sui mercati internazionali oppure comprimere le importazioni; ma proprio queste opzioni risultano limitate nei Paesi più vulnerabili. Il Pakistan, ad esempio, dispone di riserve sufficienti a coprire meno di tre mesi di importazioni, al di sotto delle soglie considerate sicure, mentre l’Egitto, pur sostenuto recentemente da aiuti esterni, deve affrontare un pesante calendario di rimborsi del debito, con decine di miliardi di dollari in scadenza che erodono la sua capacità di risposta. Altri Paesi, come Bangladesh e nuovamente Sri Lanka, pur non essendo tra i più esposti in termini assoluti, dispongono di riserve limitate e dipendono da settori produttivi — come l’industria tessile nel caso bengalese — fortemente energivori, il che amplifica l’impatto dello shock sia sul lato delle importazioni sia su quello delle esportazioni.

Esistono, tuttavia, economie che, pur esposte, sembrano meglio attrezzate per resistere. La Thailandia, ad esempio, sostiene un costo energetico elevato in rapporto al PIL, ma compensa con ampie riserve valutarie e scorte strategiche; l’India, pur dipendendo in parte dal Medio Oriente, beneficia di una maggiore diversificazione delle forniture, di riserve consistenti e di una struttura energetica che fa ancora largo uso di carbone domestico, attenuando l’impatto diretto dei rincari del gas.

E tuttavia, anche laddove una crisi macroeconomica possa essere evitata, resta aperta una questione più profonda e potenzialmente più destabilizzante: quella umanitaria. L’aumento dei prezzi del gas incide direttamente sul costo dei fertilizzanti, in particolare dell’azoto, con effetti a catena sulla produzione agricola e quindi sul prezzo degli alimenti, in un contesto in cui, secondo le stime del Programma Alimentare Mondiale, il numero di persone esposte a insicurezza alimentare acuta potrebbe raggiungere livelli record.

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