Il cinema lo ha consacrato tra i volti più riconoscibili della sua generazione. Prima dei riflettori, però, il terreno di gioco era un altro. Molto prima della candidatura all’Oscar per Marty Supreme, Timothée Chalamet inseguiva un obiettivo diverso: diventare calciatore professionista. A raccontarlo è Alex Muyl, oggi in forza al Nashville SC, che con lui ha condiviso l’infanzia tra New York e la Francia.
Manhattan Kickers, l’inizio di tutto
I due si conobbero intorno ai dieci anni, nella squadra giovanile dei Manhattan Kickers. Entrambi con radici francesi, trascorrevano le estati oltre l’Atlantico e parlavano correntemente la lingua.
Muyl ricorda un compagno capace di catalizzare l’attenzione durante le trasferte. Nei tornei fuori città, tra camere d’albergo e lunghe serate senza genitori, Chalamet improvvisava gag, imitazioni, piccole performance che facevano ridere tutti. Bambini e adulti.
Sul campo ricopriva più ruoli. Per anni fu portiere, poi centrocampista. Tecnico, reattivo tra i pali, abile nel gioco con i piedi. Non aveva un fisico imponente, e questo lo penalizzava nelle uscite alte. Compensava, però, con letture rapide e un buon controllo di palla.
Dorian Wirz, ex compagno, lo descrive come un ragazzo magnetico, capace di entrare in sintonia con chiunque. Sapeva capire gli umori e conquistare la fiducia del gruppo. Qualità che oggi appaiono evidenti sullo schermo.
Le estati in Francia e il mito verde
Le vacanze erano scandite dal calcio. Chalamet e Muyl frequentarono il camp estivo della Bernard Bosquier Academy a Cavaillon, nel Sud della Francia. Lì, tra allenamenti e partite, si consolidò una passione che dura ancora.
Il legame con l’AS Saint-Étienne nasce in famiglia. Il padre Marc, giornalista francese, gli trasmise l’amore per uno dei club più titolati di Francia, dieci volte campione nazionale e finalista di Coppa dei Campioni nel 1976. Tant’è che Chalamet segue tuttora la squadra con trasporto. In un’intervista recente ha dichiarato che una stagione perfetta includerebbe la promozione del club in Ligue 1.
Il suo entusiasmo è emerso anche in occasioni pubbliche. Davanti a una maglia dell’ Olympique Lyonnais, storica rivale dei verdi, ha scritto senza esitazioni “À bas Lyon!”. Un gesto ironico, ma rivelatore di una fede autentica.
Well-known Saint-Étienne fan Timothée Chalamet was handed a jersey of Les Verts' arch-rivals, Lyon. The actor's response?
— Get French Football News (@GFFN) February 5, 2026
"I'm going to write: 'Down with Lyon.'"pic.twitter.com/sdcW9wRTXu
Tra Inghilterra e Brasile, il confronto con l’élite
Con i Manhattan Kickers arrivarono anche esperienze internazionali. La squadra affrontò formazioni giovanili inglesi e brasiliane. In una tournée in Inghilterra incrociarono il settore giovanile del Charlton Athletic, dove militava il futuro nazionale inglese Joe Gomez.
Muyl ricorda quel viaggio come un banco di prova severo. Il livello era altissimo. L’illusione di poter entrare in un’accademia inglese si scontrò con la realtà di una competizione feroce. Restano le immagini di ragazzi in hotel, il tè bevuto la sera e le notti insonni prima delle partite. Furono esperienze formative, anche se non bastarono per spalancare le porte del professionismo.

Il bivio e l’altra vocazione
Intorno ai quattordici anni, Chalamet lasciò il club. La crescita fisica tardiva e gli interessi sempre più orientati verso la recitazione, foraggiati dalla madre Nicole, cambiarono la rotta.
Gli allenatori ricordano un ragazzo educato, appassionato, sempre partecipe. Nicolas Bosquier, responsabile del camp francese, è convinto che in quegli anni il sogno fosse uno solo: diventare calciatore.
Oggi, a trent’anni, Chalamet si muove in un’élite diversa. Premi, candidature, tappeti rossi. Eppure, nelle interviste, riaffiora l’energia di quel bambino che rincorreva il pullman del Saint-Étienne in bicicletta per salutare i suoi idoli, tra cui Bafétimbi Gomis.
Il talento ha trovato un altro campo, ma la passione per il calcio è rimasta intatta.







