Nel panorama occidentale segnato da politiche migratorie sempre più restrittive, la Spagna ha scelto una traiettoria diversa. Con un decreto approvato in modo inatteso, il governo guidato dal socialista Pedro Sánchez ha aperto una via di regolarizzazione a centinaia di migliaia di persone prive di documenti, offrendo loro la possibilità di uscire da una condizione di sospensione giuridica che spesso coincide con precarietà economica e invisibilità sociale.
La misura consente a chi già vive nel Paese senza permesso di richiedere un titolo di soggiorno temporaneo. L’esecutivo ha presentato il provvedimento come una scelta necessaria per l’equilibrio del sistema produttivo nazionale. In Spagna, infatti, la manodopera straniera sostiene settori cruciali come l’agricoltura e il turismo, ambiti nei quali la domanda di lavoro supera da tempo l’offerta interna. La ministra per l’Inclusione e le Migrazioni, Elma Saiz Delgado, ha parlato di un intervento destinato ad incidere sulla coesione sociale, sul benessere collettivo e, non da ultimo, sulla crescita economica.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Le forze di opposizione hanno denunciato il decreto come un segnale di debolezza. Il partito di estrema destra Vox ha annunciato un ricorso alla Corte Suprema, accusando il governo di favorire un presunto “effetto calamita”. Anche Alberto Núñez Feijóo, leader del Partito Popolare, ha criticato l’iniziativa, interpretandola come una manovra politica interna più che come una risposta strutturale al fenomeno migratorio.
Il contesto internazionale rende la scelta spagnola ancora più significativa. Negli Stati Uniti l’amministrazione di Donald Trump ha promosso campagne di arresto ed espulsione su larga scala. Il Regno Unito ha irrigidito le norme sull’asilo; la Grecia prevede pene detentive per chi resta dopo il rigetto della domanda; l’Italia ha tentato di trasferire i richiedenti asilo in Albania durante l’esame delle pratiche. In questo scenario, Madrid si propone come un controcanto, pur con ambivalenze evidenti. La Spagna ha mostrato negli anni una particolare apertura verso i migranti latinoamericani, favoriti dalla comunanza linguistica e culturale. L’accoglienza riservata ai cittadini africani appare invece più complessa e diseguale, come denunciano diverse associazioni. Inoltre, il controllo delle frontiere è stato in parte esternalizzato attraverso accordi con Paesi come il Marocco e la Mauritania, cui sono stati forniti mezzi e formazione per contenere le partenze verso le coste iberiche.
Le stime sul numero di irregolari oscillano tra mezzo milione e un milione di persone su una popolazione complessiva di quasi cinquanta milioni. Il decreto prevede che possano ottenere un permesso temporaneo coloro che dimostrino di essere entrati nel Paese entro la fine del 2025 e di avervi risieduto per almeno cinque mesi. Restano esclusi i soggetti con precedenti penali. Le domande saranno accolte in una finestra temporale limitata e il titolo di soggiorno, valido un anno, potrà essere rinnovato. Il permesso consente di lavorare legalmente.
La genesi del provvedimento è anche politica. Il Consiglio dei ministri lo ha adottato tramite decreto reale dopo un accordo dell’ultima ora con Unidas Podemos, formazione di sinistra che ha garantito il proprio sostegno parlamentare. Una proposta analoga era ferma in Parlamento da mesi. La pressione della società civile aveva contribuito a riaprire il dibattito con oltre settecentomila cittadini che avevano sottoscritto, dal 2021, un’iniziativa legislativa popolare sostenuta da organizzazioni di migranti, associazioni progressiste e dalla Chiesa cattolica. La spinta alla regolarizzazione si era rafforzata durante la pandemia. Nei mesi del confinamento molti lavoratori stranieri avevano continuato a operare in condizioni fragili, assicurando i servizi essenziali. Studi di economisti legati alla Banca centrale europea hanno evidenziato come la presenza di lavoratori stranieri abbia attenuato la carenza di manodopera e sostenuto la crescita. Secondo l’economista Ismael Gálvez, dell’Università delle Baleari, l’impatto sui lavoratori nativi dovrebbe essere limitato, poiché la misura riguarda persone già presenti nel mercato informale. La concorrenza, osserva, si concentra soprattutto tra lavoratori con profili simili.
Non è la prima volta che Madrid interviene con sanatorie su vasta scala. Dalla metà degli anni Ottanta, governi di diverso orientamento hanno promosso otto campagne di regolarizzazione, coinvolgendo almeno un milione di persone. La scelta attuale si inserisce dunque in una tradizione nazionale che considera l’inclusione giuridica uno strumento di governo del fenomeno migratorio, non una concessione episodica. Resta da vedere se questa scommessa produrrà consenso duraturo o se alimenterà nuove fratture politiche in un Paese che, ancora una volta, sceglie di distinguersi dal clima prevalente in Europa e oltre.







