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Solo l’Atalanta agli ottavi, ma la Serie A è così scarsa?

Il dato è netto, quasi brutale nella sua evidenza. Una sola squadra italiana, l’Atalanta, accede agli ottavi di Champions League, mentre le altre si fermano lungo il percorso, alimentando una narrazione che oscilla tra l’allarme e il compiacimento catastrofista, come se un ciclo storico potesse essere riassunto in novanta minuti storti o in un paio di serate europee andate male.

I campioni d’Italia escono già nella fase del girone, l’Inter, la capolista della Serie A, viene sorpresa dal Bodo/Glimt, e la Juve, come l’anno scorso, si schianta ai play-off, in una sequenza che, isolata dal contesto, sembra comporre la trama di un declino inesorabile. A rendere il quadro più suggestivo interviene il ritorno, quasi beffardo, di ex protagonisti del nostro campionato – Noa Lang, Victor Osimhen, Jens Petter Hauge – che con le loro prestazioni hanno contribuito a rafforzare l’idea di una Serie A incapace di trattenere o valorizzare fino in fondo i propri talenti.

Le parole che circolano sono pesanti. “Disastro” è il termine più indulgente. I tribunali dei social e della tv evocano paragoni forzati sui monte ingaggi, costruiscono equivalenze provocatorie, alimentano un senso di inferiorità che travalica il perimetro dei club e finisce per investire la Nazionale, attesa da uno spareggio delicato contro l’Irlanda del Nord, con l’ombra di un terzo Mondiale consecutivo mancato che incombe come una ferita ancora aperta.

Eppure, se si prova a sottrarre l’analisi all’emotività del momento, il panorama appare meno lineare di quanto suggeriscano i titoli. Negli ultimi cinque anni le squadre italiane hanno raggiunto otto finali europee, un dato che stride con l’immagine di un sistema agonizzante; nella stagione inaugurale del nuovo format di Champions la Serie A si presentava addirittura al vertice del ranking UEFA, con cinque rappresentanti ai nastri di partenza, un indicatore di una competitività diffusa che difficilmente può essere liquidata come episodica.

Il problema, semmai, è la gerarchia della memoria collettiva. Le vittorie si consumano in fretta, le sconfitte sedimentano. Il trionfo dell’Europeo 2021, conquistato a Wembley dopo aver eliminato Belgio e Spagna, ha avuto un’eco intensa ma breve, rapidamente oscurata dal trauma della sconfitta contro la Macedonia del Nord nel play-off per Qatar 2022. Allo stesso modo, lo 0-5 subito dall’Inter contro il Paris Saint-Germain in finale di Champions ha prodotto un’impressione più duratura rispetto alle prove di forza offerte contro Barcellona e Bayern Monaco nei turni precedenti, come se l’epilogo avesse il potere di riscrivere l’intero percorso.

Ci si può allora domandare se il giudizio sulla Serie A sarebbe oggi diverso qualora un paio di quelle otto finali fossero finite diversamente, se nel 2023 si fosse concretizzato un clamoroso en plein nelle competizioni UEFA, o se alla Conference League della Roma e all’Europa League dell’Atalanta si fosse aggiunta una Champions. La percezione internazionale si alimenta di trofei, e in un ecosistema mediatico dominato dalla reazione immediata il confine tra una stagione positiva e una fallimentare si riduce spesso a un episodio.

Ciò non significa ignorare i limiti strutturali. La Serie A non dispone più della forza economica che tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila la rese il campionato di riferimento globale; il divario con la Premier League sul piano dei diritti televisivi è ampio, gli investimenti dei fondi sovrani non si riversano con la stessa intensità sul calcio italiano, e un ritorno a quell’età dell’oro appare improbabile. Tuttavia, anche in quegli anni mitizzati non sono mancate sconfitte sorprendenti, inciampi che oggi verrebbero interpretati come segnali di crisi sistemica.

Le vicende di questa stagione, inoltre, presentano specificità che mal si prestano a generalizzazioni. Il Napoli di Conte, tecnico storicamente dominante nei campionati e meno incisivo in Champions, ha affrontato un’emergenza infortuni severa; l’Inter ha scelto Chivu per avviare un nuovo ciclo, assumendosi il rischio inevitabile che accompagna ogni transizione; la Juventus ha pagato scelte di mercato onerose e una ristrutturazione dirigenziale profonda, mentre l’Atalanta ha provato a rinnovarsi dopo un lungo periodo di stabilità tecnica. In ciascun caso, le eliminazioni nascono dall’intreccio di fattori contingenti, episodi arbitrali, infortuni, dettagli tattici, più che da una presunta inferiorità strutturale del movimento.

I margini, in Europa, sono sottili. Un rigore discutibile o un’espulsione ingenua possono orientare un doppio confronto e trasformare una qualificazione in un fallimento apparente. Ridurre tutto a una sentenza definitiva sulla salute del calcio italiano significa ignorare questa dimensione, preferendo la semplificazione alla complessità.

Sul piano del talento, infine, il quadro non è desolante. Gianluigi Donnarumma, Riccardo Calafiori, Sandro Tonali, Federico Chiesa, Guglielmo Vicario, Destiny Udogie militano in Premier League; giovani come Francesco Pio Esposito, Marco Palestra, Giovanni Leoni e Niccolò Pisilli stanno emergendo con continuità. Non siamo di fronte a una generazione irripetibile come quelle che si sovrapposero negli anni Novanta, ma neppure a un vuoto preoccupante e sconsolato.

La Serie A attraversa una fase di trasformazione, segnata da maggiore equilibrio interno – nessuno ha difeso lo scudetto in questo decennio – da un crescente numero di proprietà straniere e dalla prospettiva di Euro 2032, che impone una modernizzazione degli stadi non più rinviabile. Non è più il campionato egemone di un tempo, ma neppure un torneo marginale condannato all’irrilevanza. Tra l’età dell’oro e il presunto declino esiste uno spazio intermedio, fatto di adattamenti e ambizioni misurate. È in quello spazio che oggi si colloca il nostro calcio, più complesso e meno caricaturale di quanto suggeriscano le reazioni di una settimana storta.

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