Nel 1945, George Orwell scriveva che lo sport agonistico è come la “guerra meno le fucilate”. Lo sport, diceva, non è fratellanza universale, ma competizione organizzata, con tutto il carico di rivalità e aggressività che comporta. E nel teatro perpetuo del calcio italiano, a questo impianto già teso si è aggiunto un elemento ulteriore: la lamentela. Non più semplice reazione emotiva, ma idioma condiviso, lingua franca di un sistema che vive il conflitto come uno stato naturale.
Le recenti vicende che hanno coinvolto Antonio Conte, allenatore del Napoli, hanno riacceso un copione già noto. Proteste a bordo campo, conferenze stampa attraversate da tensione, richiami a torti arbitrali, a presunte disparità di trattamento, a sistemi che non proteggono abbastanza. Ma Conte non è un’eccezione, è un caso esemplare, perché nel suo modo di abitare il conflitto si concentra un tratto strutturale del nostro calcio.
La domanda allora non riguarda solo lui, ma tutti noi: perché in Italia, nel calcio, ci si lamenta sempre?
La lamentela come strategia
La prima risposta è la più semplice, e anche la meno romantica. Lamentarsi è una strategia.
Nel calcio moderno la pressione è totale. Ci sono spinte economiche, mediatiche e anche simboliche, data la mole di tifosi che guardano e commentano. Per questo quando un allenatore parla ai giornalisti, in realtà il più delle volte si rivolge anche ai dirigenti, ai tifosi, ai giocatori e agli arbitri. Ogni frase è un messaggio in codice e ogni protesta può essere un modo per spostare l’attenzione, creare un nemico esterno e compattare lo spogliatoio. Conte è maestro in questo (ma non certamente l’unico). La costruzione dell’assedio è parte del suo metodo, dove l’ingiustizia diventa carburante. È retorica agonistica.
Ma quando la strategia diventa atmosfera permanente, l’eccezione si trasforma in clima. E il clima finisce per definire la cultura.
Il sospetto come cultura nazionale
In Italia il calcio è un’estensione della vita pubblica che è da sempre attraversata dal sospetto.
Arbitri prevenuti. Designazioni orientate. Sistema che favorisce qualcuno. La storia del nostro calcio, segnata da scandali reali – dal Totonero a Calciopoli – ha alimentato l’idea che dietro ogni decisione possa esserci un disegno. Quando il dubbio diventa abitudine mentale, la lamentela diventa riflesso automatico.
Il paradosso è che anche quando non ci sono prove, il racconto del torto funziona, perché è già plausibile, perché trova un terreno culturale fertile. La sfiducia precede il fatto.
Il tifo come identità ferita
C’è poi una dimensione emotiva. Il calcio in Italia è identità, appartenenza, storia familiare. Non si perde solo una partita, ma un pezzo di sé.
La lamentela allora diventa difesa narcisistica. Se perdiamo, è perché ci hanno penalizzato. Se vinciamo, è nonostante il sistema. È un meccanismo psicologico noto quello in cui si protegge l’autostima attribuendo le cause esterne agli insuccessi.
Il problema è che quando questo schema diventa dominante, la responsabilità si dissolve. L’analisi tecnica si appanna, il merito dell’avversario si riduce (quando è stata l’ultima volta in cui un allenatore, un dirigente o un giocatore dopo una sconfitta si sono complimentati con l’avversario senza false scuse?), e il discorso pubblico si infantilizza.
La spettacolarizzazione del conflitto
C’è infine una ragione mediatica. Il calcio contemporaneo è un continuo talk show dove l’indignazione funziona meglio dell’analisi, perché la polemica genera traffico, la calma no.
Un allenatore che protesta diventa titolo. Un dirigente che alza la voce diventa trending topic. La lamentela è monetizzabile.
Forse la lamentela continua è anche una forma di paura. Paura della casualità. Il calcio è uno sport a punteggio basso, dominato dall’episodio, dove l’errore arbitrale è strutturalmente più visibile che in altri sport. Accettare questa quota di aleatorietà è difficile. Lamentarsi è un modo per restituire ordine al caos. Se c’è un colpevole, il mondo torna comprensibile. Ma quando tutto è sospetto, nulla è davvero analizzabile. Quando ogni sconfitta è un’ingiustizia, nessuna è lezione.
Antonio Conte continuerà a protestare. Fa parte del suo carattere, del suo metodo, del suo teatro agonistico. Ma il punto non è lui. Il punto è se il calcio italiano voglia uscire da questa postura permanente di rivendicazione o se voglia continuare a considerare l’errore arbitrale come un complotto. Il calcio resta conflitto, certo. Ma può essere conflitto regolato, non conflitto sospettoso. Può essere rivalità, non vittimismo.
Finché la protesta resterà il sottofondo permanente, il calcio italiano continuerà a percepirsi come un campo assediato più che come uno spazio di confronto regolato. E quando ogni partita viene vissuta come uno scontro esistenziale, la sconfitta smette di essere analisi e diventa sempre, inevitabilmente, un torto subito.







