Quando nel Settecento iniziarono gli scavi sistematici a Pompei, l’archeologia non era ancora una disciplina scientifica. Somigliava piuttosto a una spedizione alla ricerca di tesori. Gli uomini incaricati da Carlo III di Borbone cercavano metalli preziosi, statue in marmo, oggetti da esibire nei palazzi reali. Ogni ritrovamento rafforzava il prestigio del sovrano e legittimava la giovane dinastia borbonica a Napoli.
Il contesto europeo favoriva quell’interesse. L’arte e l’architettura guardavano all’antico con rinnovata passione. Le élite coltivavano il gusto classico e il Grand Tour portava aristocratici, artisti e letterati nei luoghi simbolo dell’antichità. Pompei divenne così una tappa obbligata. I visitatori descrivevano scavi e scoperte in diari, incisioni, dipinti. Talvolta, in occasione della visita di un ospite illustre, si verificavano “fortunate” scoperte, con tanto di souvenir da portare a casa.
Nel XIX secolo il metodo cambiò. Alla gestione disordinata e predatoria subentrò un approccio più rigoroso sotto la direzione di Giuseppe Fiorelli. Fu lui a trasformare Pompei da miniera di oggetti preziosi ad archivio di storie. Introdusse registrazioni sistematiche, criteri di catalogazione e una visione stratigrafica. Non fu un lavoro privo di limiti, ma la sua impostazione segna l’inizio dell’archeologia moderna nel sito vesuviano.
Nel Novecento la scena passò ad Amedeo Maiuri, figura centrale per oltre trent’anni. Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e responsabile degli scavi di Pompei ed Ercolano, ampliò enormemente le aree esplorate. Nel 1926 riprese le indagini nella cosiddetta Casa del Chirurgo, già individuata nel Settecento. Sotto il livello dell’eruzione del 79 d.C. emersero strati più antichi, fino al III secolo a.C., che illuminarono la fase preromana della città. Durante la Seconda guerra mondiale Maiuri si adoperò per proteggere reperti e collezioni. Il suo operato, tuttavia, si svolse anche sotto il regime fascista. L’ideologia della “romanità” trovò in Pompei un potente strumento di propaganda. L’immagine della città “cristallizzata nel tempo” fu utilizzata per celebrare disciplina, tecnica e continuità con l’antica Roma, valori funzionali al progetto politico dell’Italia mussoliniana.
Dopo il conflitto gli scavi ripresero con energia. Dal 1951 furono esplorate vaste aree a sud della Via dell’Abbondanza. Si riportarono alla luce porte urbiche e quartieri interi. Negli anni Novanta circa due terzi della città risultavano indagati. Anfiteatri, case, botteghe, officine, templi, terme, giardini e vigneti restituirono un’immagine concreta della vita quotidiana antica.nPer la prima volta, su scala così ampia, i testi classici trovavano un riscontro materiale. Tra le innovazioni più celebri vi fu la tecnica dei calchi in gesso. Le cavità lasciate dai corpi decomposti nella cenere solidificata venivano riempite con materiale liquido. Una volta rimosso il deposito vulcanico, riemergevano le forme di uomini e donne colti nell’istante della catastrofe. Quei calchi, con tracce di abiti e calzature, hanno offerto dati preziosi su salute, alimentazione, condizioni fisiche di una popolazione colpita improvvisamente da un disastro naturale.
La sperimentazione non si è fermata. A Pompei sono state applicate nel tempo quasi tutte le innovazioni tecnologiche dell’archeologia, dai rilievi stratigrafici alle indagini digitali. Il sito resta un laboratorio aperto, in cui ogni generazione ridefinisce domande e metodi.

I graffiti, un social network inciso nella pietra
Chi visita Pompei resta anche colpito dalla quantità di graffiti ancora visibili sulle pareti che costituiscono una fonte straordinaria sulla vita quotidiana, sulle relazioni e, in generale, sulle emozioni degli abitanti. Un recente progetto di ricerca, Bruits de couloir, guidato da studiosi della Sorbona e dell’Università del Québe, ha riletto in modo innovativo le iscrizioni presenti nel corridoio che collegava il Teatro Grande al Teatro Piccolo. L’équipe ha integrato epigrafia, archeologia e filologia con strumenti digitali avanzati.
L’ipotesi è suggestiva. I muri funzionavano come una bacheca collettiva, un luogo di interazione pubblica paragonabile ai social network contemporanei. Nel passaggio coperto lungo circa ventisette metri, dove il pubblico sostava prima degli spettacoli, i messaggi si rispondevano, si sovrapponevano, dialogavano. Sono stati individuati centinaia di legami tra le iscrizioni. Alcune sembrano commenti ad altre; altre ancora instaurano un confronto visivo tra pareti opposte.
Le analisi spaziali mostrano differenze significative. Sul lato nord, dove una canaletta suggerisce la presenza di una latrina, le scritte non superano il metro di altezza. Sulla parete sud arrivano a un metro e mezzo, quanto consente l’estensione del braccio. Anche questi dettagli contribuiscono a ricostruire comportamenti e abitudini. I contenuti poi variano. Dichiarazioni d’amore, allusioni ironiche, riferimenti a relazioni personali. Una donna di nome Methè afferma il proprio affetto per Chrestus. Un’altra iscrizione recita semplicemente “Erato ama…”. Non mancano disegni di gladiatori, comprensibili in un’area vicina ai teatri, e perfino schemi che ricordano labirinti, forse ispirati alla struttura delle gradinate.
Le iscrizioni coprono periodi diversi e rivelano varietà di declinazioni del latino parlato. In un caso compaiono nomi in safaitico, una lingua protosemitica rarissima in Occidente, un chiaro indizio della mobilità e della complessità culturale del mondo romano. Gran parte dei graffiti sembrano sorprendentemente moderni. Le iscrizioni antiche includono dichiarazioni d’amore (“Salute a te, Vittoria, e ovunque tu sia possa starnutire dolcemente.”); insulti (“Sanio a Cornelio: Va’ a impiccarti!“); e ricordi (“Pirro al suo amico Chia: Mi dispiace sapere che sei morto, e quindi, addio!“). Ci sono anche iscrizioni dipinte simili a cartelloni pubblicitari che includevano messaggi di campagne politiche, pubblicità di giochi gladiatori e altri avvisi pubblici, come l’equivalente di un volantino gigante per un cavallo smarrito. La natura comune di queste iscrizioni è parte di ciò che le rende così preziose dal punto di vista storico.
Molti graffiti sono ormai invisibili a occhio nudo, dato che l’erosione ha cancellato incisioni superficiali, e per recuperarli si è fatto ricorso all’RTI, una tecnica che utilizza variazioni di luce per evidenziare minimi rilievi. Migliaia di fotografie, integrate con modelli 3D e fotogrammetria, hanno restituito scritte perdute e ne hanno precisato la collocazione. Il confronto con immagini degli anni Cinquanta mostra quanto materiale sia andato deteriorandosi. La documentazione digitale diventa così uno strumento decisivo di tutela. Pompei non è soltanto una città sepolta riportata alla luce, ma è un archivio dinamico, in cui anche le parole graffite sui muri continuano a raccontare una società viva, conflittuale e sorprendentemente familiare.







