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La nuova era dei single: perché relazioni e matrimoni sono in calo (anche in Italia)

Tra il 2010 e il 2022 quasi tutti i Paesi dell’area OCSE hanno registrato un aumento costante delle persone che vivono sole. È una linea di tendenza che attraversa l’Occidente e che in Europa assume una forma particolarmente evidente: ogni nuova generazione, osservata alla stessa età dei propri genitori, si sposa e convive meno. Non è soltanto questione di aspettare qualche anno in più prima di “sistemarsi”. In molti casi quella che sembrava una pausa si trasforma in una condizione stabile.

In Asia orientale il fenomeno è ancora più pronunciato. Qui la modernizzazione economica ha accelerato cambiamenti culturali profondi, producendo un arretramento rapido dei matrimoni e una crescita sostenuta della popolazione non coniugata. L’impressione complessiva è che non siamo davanti a un semplice rinvio delle tappe tradizionali della vita adulta, ma a un riassetto più radicale dell’intimità nelle società avanzate.

La trasformazione non riguarda soltanto l’istituzione matrimoniale. Si estende all’intero ecosistema delle relazioni: frequentazioni, convivenze, sessualità. I giovani escono meno, socializzano meno in presenza rispetto alle generazioni precedenti, iniziano più tardi la vita sessuale e, in generale, hanno meno rapporti. Nel Regno Unito, per esempio, la frequenza media mensile dei rapporti tra i 18 e i 44 anni si è ridotta in modo significativo negli ultimi decenni. Tendenze analoghe emergono in gran parte del mondo sviluppato.

La pandemia non ha creato questo scenario, ma lo ha reso più visibile e lo ha accelerato. Negli Stati Uniti, le stime indicano che la contrazione delle frequentazioni durante il Covid abbia prodotto milioni di single in più rispetto a quanto sarebbe accaduto mantenendo i ritmi precedenti. Se si allarga lo sguardo al crollo dei matrimoni in diversi Paesi asiatici e si considera l’ultimo decennio nel suo insieme, il numero globale delle persone senza partner è cresciuto di decine di milioni. Siamo di fronte a una trasformazione demografica.

Guardando all’Italia, il quadro assume contorni ancora più netti. Oltre il 16% della popolazione vive sola e i nuclei unipersonali rappresentano ormai circa una famiglia su quattro. I single non vedovi superano i sei milioni. Non è un fenomeno confinato alla terza età: cresce soprattutto tra i 30 e i 50 anni, nel pieno dell’età lavorativa e potenzialmente riproduttiva.

Anche il matrimonio viene rinviato sempre più avanti. Nel 2023 le nozze celebrate sono state poco più di 184 mila, in calo rispetto all’anno precedente, mentre l’età media al primo matrimonio continua a salire, sfiorando i 35 anni per gli uomini e superando i 32 per le donne. In un Paese che registra uno dei tassi di natalità più bassi al mondo e dove la scelta di avere figli è ancora fortemente legata alla stabilità di coppia, se queste si formano tardi o non si formano affatto, le nascite si riducono ulteriormente.

C’è da dire che una parte di questa crescita dei single rappresenta indubbiamente una conquista. Per lungo tempo il matrimonio è stato una necessità economica e sociale, soprattutto per le donne. Oggi è possibile restare soli senza subire lo stesso grado di pressione o stigma. Tuttavia non tutti i single lo sono per scelta. Molti dichiarano di desiderare una relazione stabile ma di incontrare difficoltà concrete per: mancanza di tempo, precarietà, insicurezza personale e difficoltà a trovare qualcuno compatibile. Esiste, in altre parole, una domanda affettiva che non riesce a trovare risposta.

A pesare sono anche fattori strutturali. In Asia, squilibri demografici tra uomini e donne rendono matematicamente più difficile la formazione di coppie. In Europa e in America, invece, il cambiamento riguarda soprattutto l’istruzione: le donne hanno superato gli uomini nei livelli universitari. Se permane l’aspettativa – esplicita o implicita – che il partner debba avere uno status almeno equivalente, il bacino potenziale si restringe. A questa trasformazione lenta si sovrappone la rivoluzione digitale. Per decenni le coppie si sono incontrate attraverso amici, ambienti di lavoro e, in genere, reti sociali fisiche. Oggi l’incontro online è diventato prevalente. Le app consentono di filtrare quasi ogni aspetto dell’identità altrui: età, professione, orientamento politico, abitudini, perfino caratteristiche fisiche. Ma l’abbondanza apparente di scelta non produce necessariamente maggiore soddisfazione. Al contrario, può rafforzare aspettative elevate e rendere ogni persona reale comparabile con un catalogo infinito di alternative. I social media amplificano modelli relazionali irrealistici e accentuano polarizzazioni ideologiche, fino a trasformare le differenze politiche in criteri preliminari di esclusione.

Infine c’è il tempo. I giovani trascorrono meno ore in interazioni faccia a faccia rispetto a un decennio fa, mentre aumentano le ore dedicate a gaming, streaming e navigazione online. Ma le relazioni richiedono esposizione, tentativi, errori e conseguenti aggiustamenti.

Tutto ciò si riflette su: natalità in calo, maggiore domanda di abitazioni individuali, pressione crescente sui sistemi di welfare in società che invecchiano, soprattutto, in Paesi come l’Italia, dove l’aumento dei single si intreccia con fragilità economiche e squilibri generazionali.

Per anni si è ipotizzato che, raggiunta una maggiore parità di genere, si sarebbe trovato un nuovo equilibrio stabile. Eppure anche nelle società più egalitarie matrimonio e fertilità continuano a diminuire. Resta dunque una domanda aperta: perché, in contesti formalmente più liberi e paritari, costruire relazioni stabili sembra diventare più complesso?

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